Condannato per aver cercato di uccidere la moglie a martellate, viene licenziato. Ma sarà risarcito

Sarà risarcito dopo il licenziamento l’uomo che – ormai quasi 4 anni fa – aveva tentato di uccidere la moglie a martellate. Per quell’episodio, avvenuto nel dicembre 2022, a Pozzo della Chiana nel comune di Foiano, l’uomo fu condannato in via definitiva nel 2025 per tentato omicidio. In un altro procedimento parallelo, per maltrattamenti, fu invece assolto. Al termine dell’iter giudiziario, l’azienda per cui l’uomo lavorava lo licenziò, ma il giudice del lavoro di Arezzo adesso ha disposto un risarcimento, reputando la misura dell’azienda tardiva.
La condanna per le martellate
Era il tardo pomeriggio del 12 dicembre 2022 quando si consumò l’aggressione a Pozzo della Chiana. Un dramma che si verificò dentro le mura domestiche: l’uomo, un operaio all’epoca 53enne, sferrò tre martellate alla moglie 48enne al culmine di un litigio, dovuto forse a una separazione incombente. La donna, ferita gravemente, scappò, uscendo di casa e mettendosi in salvo. Il marito fu arrestato dai carabinieri. La donna – portata a Siena con pegaso in codice rosso – se la cavò con una prognosi di trenta giorni. Ad inizio 2023, in attesa del processo, l’uomo uscì dal carcere, rimanendo ai domiciliari. In primo grado fu condannato a 6 anni di reclusione, poi ridotti a tre anni e mezzo. Ci fu anche un processo parallelo per maltrattamenti in famiglia, ma l’operaio fu assolto.
Il licenziamento e il risarcimento
Con le sentenze passate in giudicato, e quindi definitive, l’azienda per cui l’operaio lavorava decise di licenziarlo per giusta causa. Licenziamento che però è stato impugnato e nei giorni scorsi – come riporta il Corriere Fiorentino – il tribunale civile di Arezzo ha giudicato la misura tardiva e ha condannato l’impresa a riconoscere all’uomo 8 mensilità più 4mila euro di spese legali. Perché tardiva? Sarebbero passati sette mesi dalla condanna definitiva del marzo 2025 al licenziamento dell’ottobre dello stesso anno. Troppi secondo il giudice: l’azienda avrebbe dovuto agire più velocemente per non ingenerare nell’uomo la speranza che quel licenziamento non sarebbe arrivato. Così il contratto di lavoro è considerato risolto, ma la ditta è tenuta a pagare.
La sentenza, riportata dal Corriere Fiorentino, recita: “La società ha atteso ben sette mesi dalla piena conoscenza del fatto posto alla base della contestazione, prima d’irrogare la sanzione espulsiva, in tal guisa ingenerando in capo al lavoratore un ragionevole affidamento sulla plausibile ripresa del rapporto lavorativo”.
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