Class action contro Facebook, Instagram e Tik Tok: “Pochi controlli sui minori, crea dipendenza”
Oltre alle intemerate dei genitori per frenare l’uso dei cellulari, la battaglia contro i social network entra in una nuova fase, e questa volta il terreno di scontro è quello giudiziario. Dopo il richiamo della Commissione europea a Meta per le presunte carenze nei controlli sull’età degli utenti, ora parte la prima class action inibitoria europea contro Facebook, Instagram e TikTok: giovedì davanti al Tribunale delle Imprese di Milano il Moige (Movimento Italiano Genitori), insieme a un gruppo di famiglie, chiederà ai giudici di imporre alle piattaforme misure più severe per proteggere dei ragazzi, che facilmente aggirano il divieto di accesso ai minori di 13 anni previsto sia dal Digital Services Act europeo sia dalla normativa italiana, inserendo una data di nascita falsa per creare un account. In questo modo, secondo le stime dei promotori dell’azione legale, 3,5 milioni di bambini tra i 7 e i 14 anni sono stati in grado di utilizzare regolarmente i social network.


In realtà l’accusa del Moige – assistito dagli avvocati dello studio Ambrosio & Commodo di Torino – è molto più ampia e punta al modello di business delle piattaforme digitali, basato – secondo i promotori – sulla massimizzazione del tempo trascorso online dagli utenti, inclusi i più piccoli. Nel mirino finiscono gli algoritmi di profilazione, lo scroll infinito, le notifiche continue e tutti quei meccanismi studiati per aumentare l’interazione e la permanenza sulle app. Tecniche che agirebbero sul sistema della gratificazione immediata, stimolando il rilascio di dopamina attraverso like, contenuti personalizzati e notifiche. Un processo che, spiegano i promotori della causa, può trasformarsi in una forma di dipendenza comportamentale, rendendo sempre più difficile per adolescenti e bambini interrompere la connessione.


Da qui nasce anche una proposta destinata a far discutere: introdurre una sorta di “bugiardino” obbligatorio per i social network, sul modello delle avvertenze già previste per farmaci, tabacco e alcolici. L’idea è quella di accompagnare l’uso delle piattaforme con informazioni chiare sui possibili rischi per la salute mentale, la privacy e lo sviluppo emotivo dei minori. Una forma di consenso informato digitale che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe aiutare famiglie e ragazzi a comprendere meglio il funzionamento degli strumenti che utilizzano ogni giorno.
La causa milanese – che per la prima volta innesca questioni giudiziarie in un ampio dibattito etico e sociale – potrebbe avere conseguenze che vanno oltre i confini italiani. Alcune associazioni aderenti alla European Parents Association hanno già manifestato interesse verso iniziative analoghe nei rispettivi Paesi.
Dal canto suo Meta respinge le accuse: “Sappiamo che i genitori sono preoccupati per la sicurezza dei propri figli adolescenti online ed è proprio per questo che introduciamo costantemente misure per aiutarli a proteggerli. Gli account per teenager offrono protezioni predefinite che limitano chi può contattare gli adolescenti, i contenuti a cui possono accedere e il tempo che trascorrono su Facebook e Instagram. Difendiamo il nostro operato e continueremo a impegnarci per garantire la sicurezza dei ragazzi”, fa sapere un portavoce.
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