Ci siamo stancati di vedere innocenti morire ancora sotto le bombe

Nella mattinata di sabato si sono svolte le celebrazioni istituzionali di Santarcangelo per l’81° anniversario della Liberazione nazionale dal nazifascismo, con ampia partecipazione di pubblico, alla presenza delle autorità civili e militari e con l’accompagnamento della banda musicale cittadina “Serino Giorgetti”. Nel suo discorso il sindaco Filippo Sacchetti ha esordito ricordando come “Il 25 aprile ci permette ancora una volta di camminare insieme per le vie del paese, di ritrovarci qui, nella nostra piazza, con la nostra gente, a festeggiare la Liberazione. E quindi la libertà, che oggi ci è ancora data di godere dopo quella lotta collettiva di 81 anni fa. E’ un momento che ha un senso se possiamo celebrarne il suo valore istituzionale insieme al valore sentimentale che questo giorno rappresenta per tanti di noi. Vorrei dire per tutti noi, ma nella nostra società purtroppo l’estremismo e la menzogna diffusi non garantiscono unità nazionale attorno al 25 aprile”.
“Io ad esempio credo a quella affermazione, neanche tanto provocatoria, che dice che è divisivo solo per chi è fascista. Perché, senza fanatismo alcuno, credo che il valore di questo giorno dovrebbe rappresentare un’occasione di orgoglio e unità. È una grande sensazione vitale sentirsi emozionati e coinvolti nel trascorrere insieme questa giornata, fermarsi e riflettere su quanto essere una comunità dia la possibilità di restituire a chi non gode delle stesse condizioni repubblicane di pace, libertà e democrazia di cui godiamo noi. Ma la nostra condizione fortunata non è permanente e garantita, è il frutto di un’opera democratica che più di 80 anni fa ha portato donne e uomini a lasciare le proprie case e unirsi al prezzo della vita per provare a dare un futuro migliore alle generazioni che sarebbero arrivate. E questa emozione è tanto più forte se pensiamo con la tristezza nel cuore che i protagonisti di quegli anni se ne stanno lentamente andando, lasciandoci portatori di quelle ferite, di quegli insegnamenti, di quegli sguardi di speranza, di timori non detti, della necessità di pensare che non sarebbe più successo. Che ci si sarebbe dovuti fidare di chi veniva dopo per garantire che violenza e autoritarismo non sarebbero stati più alla guida del nostro Paese”.
“Io so che noi siamo qui per difendere questi confini di libertà, così come so che la tentazione di restringere i campi del nostro agire e del nostro pensare a volte passa anche per i palazzi dove si prendono decisioni di governo. E che sarebbe ancora più importante fare di queste nostre conquiste un patrimonio collettivo contro le sofferenze dei popoli nel mondo. Perché è giusto chiedersi quale sia il valore contemporaneo di questa conquista, quanto la pace abbia garantito in Italia e in Europa, a partire dalla Costituzione del 1946, uno straordinario periodo di prosperità, crescita, innovazione, prospettive illuminanti di una qualità della vita fino a quel momento impossibile anche solo da immaginare. Eppure, oggi siamo ancora costretti a fare i conti con guerre, violenze e soprusi”.
“E purtroppo la nostra risposta, quella del mondo occidentale, sulla carta giusto e libertario, non si realizza con la stessa appropriata misura ovunque. Se di fronte al tentativo di occupazione unilaterale dell’Ucraina, l’Europa si è fatta sentire pronta, contrastando l’invasore assieme al popolo occupato, abbiamo dovuto assistere invece a un atteggiamento completamente diverso rispetto alla Striscia di Gaza, dove è stato intentato un genocidio etnico da parte di Israele senza precedenti nella storia recente. Una consegna passiva a un equilibrio geopolitico che non trova nessuna giustificazione e per cui mi vergogno di essere un cittadino di questo continente, perché l’Europa avrebbe dovuto anteporre se stessa con tutte le forze di fronte a quel massacro indistinto di persone per lo più innocenti. E poi abbiamo dovuto assistere nuovamente da spettatori alle azioni unilaterali del presidente degli Stati Uniti in Venezuela e, insieme a Israele, contro l’Iran, in un attacco scellerato ancora in corso per cui pagheremo tutti amare conseguenze”.
“Tutto questo ha senso? Era veramente un attacco armato la risposta necessaria per garantire la libertà del popolo iraniano? Non lo sapremo mai, perché non c’è stata nessuna discussione argomentata a precedere le decisioni in merito. Solo istinti e interessi. E noi, senza una difesa e una politica estera comune, siamo un continente senza guida. Neanche a chiedersi cosa possiamo fare noi da soli come italia. Poco. Poco e niente. Però da qui, da questa piccola piazza del mondo, in questo 25 Aprile io vorrei che urlassimo tutti insieme che adesso basta! Che ci siamo stancati di vedere innocenti morire ancora sotto le bombe! Che non ci sono bombe giuste e che la repressione violenta del dissenso non è mai giusta! Perché abbiamo imparato che la violenza non è mai la strada per contrastare il pensiero libero e che questo troverà sempre il modo per esistere o resistere. Per questo a noi spetta il compito di continuare a resistere attraverso la cultura e il sapere. Con tutte quelle forme che rendono libere le persone, libere per prima cosa di interrogarsi e pensare. E’ questa la strada privilegiata che la cultura permette di percorrere”.
“Sono stato orgoglioso di incontrare queste profonde riflessioni a Santarcangelo, nel programma del Festival del Teatro in piazza, dentro il grido di dolore dei versi dei poeti di Gaza letti durante il Cantiere Poetico, nei momenti di ritrovo a sostegno della missione della Flotilla, nel cinema, nell’arte, nel confronto aperto che non teme opinioni diverse. Bene, se questa è la nostra identità, se questi siamo noi, allora da qui possiamo andare via con l’impegno di non arrenderci, di non voltarci dall’altra parte, del sentire battere il cuore quando vediamo un’ingiustizia e ci viene voglia di reagire, con il nostro sentirci un po’ partigiani e un po’ responsabili di quelle vite che si sono messe in gioco per un interesse superiore, collettivo. È solo la nostra forza collettiva che può fare da argine e darci il senso di essere qui a celebrare, a festeggiare, a cantare “Bella Ciao”, il canto di riscatto e libertà per cui tutti nel mondo ci riconoscono. E non sottovalutiamoci sempre, rendiamoci conto che essere italiani anche per questo è motivo di orgoglio, che il mondo ci guarda con ammirazione anche per come siamo stati capaci di liberarci dal fascismo, da una condanna che sembrava fossimo andati a cercarci. Magari per un un peccato di indifferenza. Di sottovalutazione. Inizia sempre cosi. Si lascia correre, si pensa che tanto possa pensarci qualcun altro. In realtà non è vero, siamo tutti cellule di un organismo che devono cooperare alla costruzione di un mondo migliore e più giusto. E’ anche questo il senso del 25 Aprile, celebrare chi ha dato la vita per costruirlo un mondo migliore e più giusto, rinnovandone l’esempio per innalzare anno dopo anno un argine a chi vive di pericolose nostalgie di un passato che tutti insieme dobbiamo lasciare solo nelle pagine più brutte dei libri di storia”.
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