Chat WhatsApp create da docenti con studenti di prima media, è corretto farlo? In mezzo ci sono le famiglie e le loro scelte sull’uso dei devices

“Mia figlia inizia la scuola media. Nemmeno termina la prima settimana e la docente di italiano, coordinatrice di classe, ha già creato la chat WhatsApp tra lei e gli alunni. Mia figlia non ha uno smartphone personale, per scelta di noi genitori.”
Il racconto compare in un commento sulla nostra pagina Facebook e solleva una questione che va oltre il singolo caso: può la comunicazione tra scuola (docente nel caso, su iniziativa personale) e studenti, soprattutto all’inizio della prima media, partire dal presupposto che ogni ragazzo possieda uno smartphone personale e utilizzi WhatsApp?
La domanda acquista un peso particolare alla luce delle indicazioni che arrivano proprio dalle istituzioni scolastiche e sanitarie. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha disposto per il primo ciclo il divieto di utilizzare il telefono cellulare in classe, anche a fini didattici salvo specifiche eccezioni. La Società Italiana di Pediatria, nelle raccomandazioni aggiornate nel 2026, invita invece a rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni e a evitare prima di quell’età un accesso non supervisionato a Internet.
In mezzo ci sono le famiglie. Alcune consegnano uno smartphone ai figli già negli ultimi anni della primaria, altre scelgono di aspettare. Se una chat diventa, anche informalmente, parte della vita scolastica, questa seconda scelta rischia di trasformarsi da decisione educativa in una condizione da giustificare. Anche nel caso si utilizzi il numero di telefono dei genitori.
Gli alunni che entrano nella scuola secondaria di primo grado hanno normalmente 10 o 11 anni. È proprio la fascia d’età sulla quale le indicazioni più recenti invitano alla prudenza.
Nel gennaio 2026 la Società Italiana di Pediatria ha raccomandato di evitare l‘accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni e di rinviare almeno alla stessa età l’introduzione dello smartphone personale. La SIP richiama possibili ricadute dell’esposizione digitale sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale e insiste sulla necessità di supervisione, dialogo e strumenti di controllo da parte degli adulti.
Un precedente documento pubblicato dalla stessa società scientifica nel 2025, relativo alle Raccomandazioni di Milano, aveva messo in evidenza uno scarto significativo fra comportamenti reali e convinzioni delle famiglie. Tra i genitori coinvolti nella rilevazione, l’età media effettiva di arrivo dello smartphone era intorno agli 11 anni, mentre quella ritenuta appropriata dagli stessi genitori si collocava intorno ai 14. Il documento arrivava a sconsigliare fortemente uno smartphone personale con connessione libera a Internet sia nella primaria sia nella secondaria di primo grado.
Non avere uno smartphone a 10 o 11 anni, dunque, non rappresenta una condizione anomala rispetto alle indicazioni sanitarie disponibili. Può essere esattamente il risultato di una scelta educativa coerente con esse.
C’è poi un’apparente contraddizione interna al sistema scolastico. Con la nota dell’11 luglio 2024 il Ministero dell’Istruzione ha disposto per gli alunni fino alla secondaria di primo grado il divieto di usare in classe il telefono cellulare anche per finalità educative e didattiche, fatte salve alcune esigenze documentate legate, per esempio, a disabilità o disturbi specifici dell’apprendimento. Per le attività digitali possono essere impiegati computer e tablet sotto la guida degli insegnanti.
Lo stesso documento affronta anche un altro aspetto: il Ministero osserva che l’abitudine di assegnare i compiti esclusivamente attraverso il registro elettronico obbliga gli studenti a consultare sistematicamente un dispositivo digitale, spesso attraverso i genitori. Per questo raccomanda di accompagnare la registrazione online con l’annotazione quotidiana su diario o agenda personale, così che l’alunno possa organizzare il proprio lavoro “senza dover ricorrere necessariamente all’utilizzo del registro elettronico”.
Il principio sottostante è significativo: nemmeno uno strumento istituzionale come il registro elettronico dovrebbe diventare, da solo, una condizione indispensabile perché un ragazzo della scuola media riesca a conoscere i propri compiti.
A maggior ragione si pone il problema quando a svolgere una funzione simile è un’applicazione privata di messaggistica installata su uno smartphone personale.
Le domande, quindi, che ogni docente dovrebbe porsi, prima di attivare una chat con gli studenti sono: se attraverso quella chat passano comunicazioni connesse all’attività scolastica, quali regole ha stabilito l’istituto? Qual è il ruolo del docente? Quali dati vengono utilizzati e condivisi? Esistono canali ufficiali alternativi? E, soprattutto, uno studente che non utilizza WhatsApp riceve le stesse informazioni nello stesso momento?
Il problema diventa evidente se nella chat iniziano a circolare informazioni quali promemoria, cambi di orario, materiali, indicazioni sui compiti, fotografie della lavagna, comunicazioni dell’ultimo minuto.
Perché tutte queste domande? Per evitare che la chat diventi un obbligo per gli studenti
Perché anche se non esplicitamente detto, diventi sottinteso il “dovete comprare uno smartphone”. Se per partecipare pienamente alla quotidianità della classe occorre essere presenti su WhatsApp, l’obbligo può nascere nei fatti.
E ciò diventa un problema per la famiglia che ha scelto di rimandare l’acquisto e porli davanti al dilemma se consegnare comunque al figlio un telefono; permettergli di utilizzare l’account o il dispositivo di un genitore; chiedere continuamente ad altri compagni che cosa sia stato scritto; oppure accettare che alcune informazioni gli arrivino più tardi.
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