Cento navi attorno a Taiwan: tutti i segnali della presa cinese sull’isola
Alla fine dello scorso mese, la Cina ha effettuato manovre navali intorno all’isola di Taiwan. Non si è trattato di un’esercitazione militare volta a dimostrare la propria forza. Nel 2026, è stato un giorno come tanti. Il primo, il 6, il 19 e il 25 maggio – in quest’ultima data con più di 100 navi – Pechino ha effettuato “pattugliamenti congiunti”, alcuni di “prontezza al combattimento”, che hanno sempre circondato l’isola che la dirigenza cinese intende incorporare nella Repubblica Popolare entro il 2049, anche con la forza.
Il 6 giugno, un’altra attività navale cinese si è spinta a ovest di Taiwan per sottolineare le rivendicazioni territoriali marittime sulla Zona Economica Esclusiva dell’isola, a seguito di una dichiarazione congiunta tra Taipei e Tokyo di accordo bilaterale per stabilirne i reciproci limiti territoriali.
Attività navale insolita
Rispetto ad attività simili negli ultimi anni, questa elevata frequenza di operazioni militari è insolita. Suggerisce inoltre che l’ipotesi secondo cui un recente calo del numero di sortite dell’Esercito Popolare di Liberazione intorno a Taiwan indichi necessariamente una riduzione della minaccia potrebbe non corrispondere pienamente all’attuale contesto di sicurezza nello Stretto di Taiwan.
Le stesse modalità sono state osservate all’inizio di dicembre 2025, quando la Cina ha condotto un’esercitazione navale con quasi 100 navi operanti nel Mar Cinese Orientale, nello Stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, all’interno della Prima Catena di Isole. Sebbene questo modus operandi possa indicare l’avvio di esercitazioni navali con cadenza semestrale, esiste anche un’altra possibilità: stiamo osservando l’inizio della presa dell’isola da parte di Pechino.
Bisogna chiarire una premessa: sebbene l’entità dei dispiegamenti della flotta fosse considerevole, non si può ancora parlare di una vasta operazione congiunta interforze. La marina cinese nel 2025 ha testato la sua capacità anfibia usando diversi assetti civili e militari in uno scenario che per la prima volta ha avuto l’estensione geografica pari a quella di un’operazione di sbarco a Taiwan, ma non basta una sola esercitazione per preparare le forze. Lo sforzo da compiere, quando si parla di questo tipo di azioni, è complesso e richiede l’affinamento di pratiche che la marina cinese ha acquisito da relativamente poco tempo, però la questione non va letta col metro di giudizio temporale occidentale. Pechino ragiona diversamente, e lo fa su più livelli.
Schema da guerra ibrida
La sempre maggiore presenza di navi da guerra e della Guardia Costiera cinese nelle acque intorno a Taiwan deve essere letta come l’indizio che Pechino ha aumentato il livello di escalation, al pari di come ha fatto per le intrusioni aeree nella Adiz (Air Defense Identification Zone) negli anni passati: aumentare la frequenza e il livello per assuefare le difese dell’isola, l’opinione pubblica, e mettere la comunità internazionale in uno stato di torpore per il quale certi segnali non vengono letti come aggressivi ma come “routine”. Il piano d’azione è quello, ancora una volta, della zona grigia dei conflitti. Nessuna azione apertamente aggressiva, usando le armi, ma tante piccole azioni aggressive/assertive che nel corso degli anni trasformano il contesto in modo favorevole alla Cina, mettendo la comunità internazionale davanti allo status quo come avvenuto per le isole occupate nel Mar Cinese Meridionale.
Giova ricordare la modalità d’azione di Pechino in quel teatro: dapprima installare una comunità, costruendo infrastrutture pubblicamente e ufficialmente dichiarate per scopi civili (porti e aeroporti); negare ogni volontà di militarizzazione delle occupazioni, poi lentamente cominciare a far affluire assetti militari difensivi (radar, difese aeree) e infine schierare cacciabombardieri, bombardieri e navi da guerra. Nell’arco di 20 anni, la Cina è così riuscita a mettere piede stabile in diversi atolli di quel mare conteso, e ora forte di questa presenza sta aumentando l’escalation con le Filippine per cacciare Manila dalla sua legittima Zona Economica Esclusiva, nonostante la sentenza dell’arbitrato dell’Unclos (United Nation Convention on the Law at Sea) del 2016.
Lo schema potrebbe essere lo stesso, ma ovviamente più grande e complesso dato l’obiettivo. Pechino vorrebbe evitare di occupare Taiwan con la forza – ma sta comunque preparando il suo strumento militare per farlo – pertanto oltre alla pressione diplomatica, di cui gli Stati Uniti sono il bersaglio principale, utilizza le sue capacità ibride per aumentare lentamente ma costantemente il livello di presenza aeronavale intorno all’isola.
Come accennato non si tratta solo di prove di forza, ma di stabilire un contesto giuridico ad hoc per il quale quello che accade intorno a Taiwan, nel cielo e sul mare, ricade sotto la giurisdizione cinese.
Un centinaio di navi, soprattutto della Guardia Costiera, che pattugliano il mare intorno all’isola spingendosi non più solamente nello Stretto o a sud, verso il Mar Cinese Meridionale, ma anche a ovest, verso il Pacifico, ha un valore più giuridico che militare: significa che Pechino sta dicendo al mondo che quel mare è di sua competenza, compreso quello che racchiude. In questo senso la maggiore e quasi continua presenza di unità navali cinesi intorno a Taiwan che stiamo osservando in quest’ultimo anno deve essere letta come il primo vero passo della Cina verso la presa dell’isola.
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