Canapa e graminacee potrebbero ridurre l’impatto dei Pfas nei campi

Gli scienziati americani stanno testando una metodica già nota, ma notevolmente perfezionata, per tentare di limitare drasticamente l’impatto sui terreni agricoli dei temutissimi derivati del fluoro noti come Pfas». Lo spiega con dovizia di dettaglio il magazine Neoingegneria.com in un lungo approfondimento pubblicato ieri 5 agosto: approfondimento che a sua volta cita uno studio della Università di Yale pubblicato il 21 luglio sulla rivista scientifica «Proceedings of the National Academy of Sciences», più nota come Pnas. Secondo lo studio la roccia basaltica, le piante e un processo di decomposizione termica noto come piroilisi possono entrare in un modello un modello operativo che ha lo scopo di bonificare i campi contaminati, riducendo costi, tempi nonché la dispersione di Pfas rispetto a metodologie già impiegate.
LE FASI
«Prima si sparge sul campo uno strato sottile di roccia frantumata. Poi – riporta ancora il portale Neongneria.com – si coltivano canapa e graminacee, si raccoglie la biomassa contaminata e la si porta a temperature molto alte. Il materiale carbonioso ottenuto torna infine sul terreno, dove dovrebbe trattenere una parte dei Pfas rimasti». Questi ultimi sono sostanze artificiali ottenute dalla combinazione di fluoro e carbonio. Sono usatissime nell’industria, ma con cascami ambientali di peso. Basti pensare alla maxi contaminazione da derivati del fluoro addebitata alla Miteni di Trissino nell’Ovest vicentino che ha colpito tutto il Veneto centrale tra Veronese, Vicentino e Padovano.
SIMULAZIONE STATISTICA E PROSEPTTIVE
Ad ogni modo la strategia «descritta da un gruppo coordinato dall’Università di Yale» in uno studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. Secondo i calcoli, potrebbe costare poco più di 29 mila dollari per ettaro nell’arco di vent’anni, contro cifre che oscillano tra gli 800mila e il milione e mezzo abbondante richiesti negli Stati Uniti dalle bonifiche più invasive. Per ora, però, il campo ripulito esiste nelle simulazioni statistiche costruite con dati sperimentali già disponibili.
Il problema della presenza di derivati del fluoro nei campi agricoli «è cresciuto insieme a una pratica considerata per anni conveniente e circolare»: usare come fertilizzanti i biosolidi, cioè i fanghi trattati prodotti dagli impianti di depurazione. Sono noti anche come ammendanti o gessi da defecazione. Sono considerati ricchi di nutrienti come azoto e fosforo. A determinate condizioni, ma la legge spesso viene aggirata o violata, possono sostituire una parte dei concimi. Insieme ai nutrienti, però, tali ammendanti «possono trascinarsi dietro sostanze scaricate nelle reti fognarie da abitazioni e industrie».
Gli impianti tradizionali di trattamento delle acque reflue, rimarca ancora Neoingegneria.com, però «non rimuovono né distruggono Pfoa e Pfos». Che sono due tra i più noti sottocomponenti della sterminata famiglia dei Pfas. I due composti, come altri di diversa natura, possono concentrarsi quindi nei fanghi, arrivare nel terreno e «spostarsi verso falde, corsi d’acqua, piante e animali». È quanto ricorda anche «l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente» nella sua valutazione preliminare sui rischi legati ai biosolidi.
IL RUOLO DEL BASALTO
Epperò come si sostanzia il processo pensato dagli scienziati di New Haven nel Connecticut? «La strategia proposta – rimarca il magazine – comincia con l’applicazione di roccia alcalina finemente frantumata, come il basalto. La polvere aumenta il ph del terreno», cioè lo rende meno acido, «e rende il Pfos più mobile. Una caratteristica che, in questo caso, viene sfruttata per facilitarne l’assorbimento da parte delle radici».
Sul campo vengono quindi coltivate specie capaci di accumulare parte della contaminazione, «tra cui canapa e graminacee perenni». Secondo il modello, gestire il ph in questo modo potrebbe accelerare la rimozione del Pfos e accorciare i tempi della bonifica di oltre dieci anni nei terreni con livelli di contaminazione considerati tipici dagli autori. L’effetto riguarda soprattutto il Pfos: mentre il comportamento del Pfoa è differente.
Di massima la biomassa contaminata, naturalmente, non può e non dovrebbe finire finire «nelle mangiatoie o nella filiera alimentare». E quindi viene sottoposta a pirolisi, «un trattamento ad alta temperatura in assenza di ossigeno che dovrebbe distruggere Pfoa e Pfos presenti nei tessuti vegetali». Dal processo si ottiene «biochar», una forma di carbone vegetale che può essere riportata sul terreno.
IL GIOCO DELLE VARIABILI
Qui il sistema cambia funzione. Durante la prima fase i Pfas vengono resi più disponibili alle piante. Il biochar, invece, lega quelli rimasti e ne limita lo spostamento. Le simulazioni stimano una riduzione superiore al 95% «della lisciviazione» ovvero del dilavamento per separazione naturale, verso le acque sotterranee. «Aggiungerlo troppo presto potrebbe però – spiegano i ricercatori – potrebbe rallentare l’assorbimento vegetale: tempi e quantità andrebbero scelti in base alla contaminazione e alle caratteristiche del campo». La novità sta suscitando molto interesse sulla stampa specialistica. Ilaria Rossella Pagliaro il 4 di agosto su Greenme.it, aveva realizzato un approfondimento dal quale Neoingegneria ha attinto non poche parti.
GLI SCENARI
Lo stesso interesse però lo si sta registrando nella galassia ecologista del Nordest, non solo per l’affaire Miteni (lo stabilimento di Trissino, in foto la campagna a nord dell’impianto in valle dell’Agno, è finito al centro di un lungo processo penale), ma anche per i cascami sul piano della contaminazione in ambito agricolo riferibile allo stesso dossier. Non più tardi del 14 luglio, poco dopo della diffusione di alcune notizie sulla contaminazione da Pfas riscontrata in un uovo in zona Carpaneda, il presidente del consiglio di Vicenza Massimiliano Zaramella aveva indirizzato un corposo esposto alla Procura della repubblica della città palladiana e alla Prefettura di Vicenza. Da quanto si apprende ora dalla capitale gli uffici di contrada Gazzolle avrebbero inoltrato l’esposto di Zaramella al Ministero dell’ambiente. E ora quelle carte sono pronte per essere smistate presso gli uffici competenti.
Ma c’è di più, nel terreno attiguo alla Miteni di Trissino (nella foto-galleria in basso alcuni scatti che ritraggono la fabbrica, oggi fallita e alcuni brani della campagna dell’Ovest vicentino nonché delle porte del capoluogo) i residenti in questi giorni hanno notato «un qualcosa di curioso». Si tratta di «alcune autocisterne simili a quelle degli autospurghi» che operavano a ridosso dei pozzi che costituiscono la barriera anti-inquinamento realizzata molti anni fa. E che ancora oggi fa molta fatica ad assolvere al suo compito in attesa che l’area venga bonificata. Una prospettiva però sulla quale si addensano incognite di ogni tipo: anche quelle legate alla chimica impiegata in ambito militare.
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