Bessent, i Treasury, lo scontro con la Fed: a rischio la leadership Usa sui mercati
Nei giorni scorsi, i tassi a lungo termine dei titoli degli Stati Uniti, quelli che più contano per famiglie e imprese, sono nuovamente aumentati sino ai massimi da molti anni, un grave smacco per il presidente Trump. La causa di fondo è che il debito federale ha superato la soglia psicologica dei 40 mila miliardi di dollari (il 125% del Prodotto interno lordo, Pil) e che non si vedono all’orizzonte politiche capaci di ridurre il deficit (che si aggira attorno al 6% del Pil) e con esso il debito. Ha contato anche la girandola di affermazioni e politiche incoerenti di Trump nei molti temi di cui si è occupato. Fra le affermazioni prive di qualsiasi logica – e molto preoccupanti – merita di ricordare quella secondo cui il Presidente Usa avrebbe il potere di mettere fuori mercato un Paese come la Svizzera (che vivrebbe, non si sa perché, alle spalle degli Stati Uniti) e dunque non si capisce perché la Svizzera paghi interessi inferiori a quelli degli Stati Uniti!


In questo quadro a dir poco confuso, il segretario al Tesoro Scott Bessent, uno che di mercati finanziari se ne intende, sta mettendo in atto politiche non convenzionali volte a tranquillizzare il suo boss e la sua base maga, ma assai contradditorie e anzi pericolose.
Nei giorni scorsi, il Tesoro ha obbligato la Federal Reserve, via il suo braccio operativo di New York, a sostenere lo yen per evitare che lo facesse la Banca del Giappone vendendo titoli del Tesoro Usa. Il problema è che, per evitare di indebolire il dollaro, gli yen sono stati comprati vendendo euro invece che dollari e senza neanche avvisare la Banca Centrale Europea. Si tratta di una manovra davvero meschina di cui non si ha memoria negli annali delle banche centrali.
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dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni


È l’ennesima rottura delle regole consolidate della cooperazione internazionale da parte dell’amministrazione americana ed è forse una delle più gravi. Per fortuna l’euro è solido e, al di là del brevissimo periodo, la manovra di Bessent è fallita.
L’altra trovata di Bessent è stata quella di annunciare periodici acquisti di titoli federali a lungo termine da parte del Tesoro Usa, al fine di abbassarne i rendimenti. Anche questa manovra è fallita, almeno fino adesso, ed è istruttivo capire perché.
In linea di principio, come argomentò il grande James Tobin, Nobel 1981 per l’economia finanziaria, un’operazione di twist dei tassi di interesse – che consiste nel comprare titoli a lunga in cambio di titoli a breve – può avere successo; lo dimostra, tra l’altro ciò che fece la Fed nel 2011. Ci sono due spiegazioni complementari. La prima è che nulla di concreto e credibile è stato annunciato riguardo al tema di fondo che è quello del debito pubblico eccessivo degli Stati Uniti. La seconda è che la Federal Reserve, pur guidata da Kevin Warsh che è da poco stato scelto da Trump, non è d’accordo con questa manovra perché semmai ciò che vuole fare è vendere la grande massa di titoli a lungo termine che ha accumulato ai tempi del Quantitative Easing e del Covid al fine di tornare alla normalità della politica monetaria.
Non solo, nella Fed si sta consolidando l’opinione che i tassi di interesse devono aumentare, non diminuire, perché l’inflazione sta salendo e comunque è molto lontana dall’obiettivo del 2 per cento: il contrario di ciò che promise Trump in campagna elettorale.


La ragione di questo andamento dell’inflazione sono proprio le due principali politiche di Trump: i dazi che hanno pesato sul consumatore Usa e la guerra in Iran con conseguente aumento dei prezzi dell’energia. Un aumento, ormai quasi certo, dei tassi della Fed sarà un ulteriore pesantissimo smacco per Trump che aveva mosso attacchi durissimi, non solo verbali, alla precedente gestione della Fed perché si rifiutava di abbassare i tassi di interesse. L’alto debito pubblico e la grande confusione delle politiche rischiano di mettere in forse nientemeno che il ruolo egemone degli Stati Uniti nella finanza internazionale.
* Direttore scientifico dell’Osservatorio Conti Pubblici Università Cattolica
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