Bagnasco: «In Livatino giustizia e fede sempre unite»
Una creatura di confine tra il finito e l’infinito, tra il tempo e l’eterno. Il cardinale Angelo Bagnasco sceglie questa immagine per raccontare il beato Rosario Angelo Livatino. Una definizione che racchiude il senso di una vita nella quale la giustizia degli uomini e la fede in Dio non sono mai state dimensioni separate. Il magistrato siciliano, assassinato dalla mafia nel 1990, è stato proclamato beato nel 2021 e, dallo scorso 7 ottobre, è ufficialmente patrono dei magistrati italiani. Bagnasco, arcivescovo emerito di Genova, già presidente della Conferenza episcopale italiana e del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa, è a Palermo, dove ieri mattina ha presieduto il solenne pontificale nella memoria liturgica di Livatino, nella chiesa Maria Santissima della Purificazione, nel complesso del Reale Albergo dei Poveri di corso Calatafimi. Nel pomeriggio a Terrasini ha tenuto una lectio magistralis su San Francesco nel nuovo appuntamento della rassegna dell’associazione «Così, per… passione!».
Eminenza, ha definito il beato Livatino una creatura di confine tra il finito e l’infinito. Come è stato possibile incarnare questa condizione?
«Rimanendo fedele al Signore Gesù. È Lui l’orizzonte tra il cielo e la terra e per Livatino questo orizzonte è stato il criterio della vita. Che cosa vuol dire? Che tutti gli obiettivi umani, il lavoro, la famiglia, gli affetti, gli amici e le diverse responsabilità hanno un senso profondo solamente se c’è una meta ultima che ci immette non nel nulla, ma nella pienezza della vita. Tutte le cose belle della nostra esistenza come anche le sofferenze assumono un peso, un valore proprio in vista di questo orizzonte. Questo significa essere creatura di confine».
A 800 anni dalla morte di San Francesco viviamo in un tempo dominato dal consumismo, dall’individualismo e dall’affermazione del sé. Quanto è ancora attuale il messaggio del Poverello d’Assisi?
«Il messaggio, la proposta di san Francesco è ancora valida ottocento anni dopo, e possiamo dire ancora più valida di allora. Proprio perché la cultura che respiriamo tutti, la cultura occidentale, insieme a grandi valori che non sono assolutamente da perdere, anzi, per certi aspetti, da recuperare, presenta anche grandi ombre. Soprattutto, in sintesi, l’individualismo diffuso. In nome di una libertà assoluta si crea un individualismo assoluto per cui ognuno è il centro di se stesso. Ma questo impedisce la relazione, impedisce una società che sia di solidarietà, di fraternità e di sussidiarietà, come insegna la dottrina della Chiesa. In questo contesto, fatto certamente di luci ma anche di grandi ombre, il messaggio di Francesco, come uomo dell’Assoluto, uomo del discepolato, della sequela Christi, uomo della carità fraterna, è ancora più urgente e bello».
Lei ha conosciuto da vicino la realtà europea attraverso le responsabilità ricoperte nella Chiesa. Oggi assistiamo al ritorno dei nazionalismi, a forti polarizzazioni e a nuove paure identitarie. Ma dietro la crisi politica e sociale sembra emergere una crisi più profonda. Come deve rispondere la Chiesa?
«La Chiesa si muove, e deve muoversi, come ha fatto sempre nelle diverse epoche storiche e culturali: annunciando la verità di Cristo, nella quale possiamo trovare quell’umanesimo integrale, non parziale, di cui abbiamo bisogno. Un umanesimo del quale è stata culla e grembo proprio l’Europa, in modo particolare. Perché l’incontro fra Atene, Gerusalemme e Roma è avvenuto in Europa e specificamente nel nostro Paese. Da questo nucleo portante è nato quell’umanesimo integrale che è unico nel mondo e che ha le sue radici proprio nel Vangelo, nella persona di Gesù, che ci rivela il volto di Dio e il volto vero dell’uomo. Questo è urgente, anche perché solamente una visione antropologica piena, che si rivela in Gesù, può colmare quel vuoto dell’anima che purtroppo assedia e mangia l’anima dei nostri giovani. E questo crea un vuoto insopportabile».
Che cosa direbbe ai giovani? C’è da temere o da sperare?
«Innanzitutto farei una domanda radicale: siete felici? E ognuno dovrebbe rispondere, e sicuramente risponderà, a se stesso. Come diceva Platone, la grandezza di Atene, splendida città-Stato di allora, è dipesa dalla cura dell’anima, cioè dal porsi le grandi domande. Non solo come funziona l’uomo ma perché l’uomo. Non solo come funziona l’universo, ma il perché dell’universo. Ci vogliono entrambe le realtà che non sono in opposizione. Sono assolutamente complementari. Perché la realtà empirica, cioè il funzionamento delle cose, la ricerca, la tecnologia, senza l’anima, che è la presenza di grandi valori morali, di grandi ideali e della verità come linea conduttrice, può portare l’uomo occidentale a essere pieno di progresso ma vuoto interiormente».
A proposito di tecnologia, nei giorni scorsi ha richiamato al rischio che l’intelligenza artificiale finisca per sostituire l’uomo anziché servirlo. La Chiesa è culturalmente pronta ad affrontare questa sfida?
«La Chiesa ha un bagaglio di verità sulle realtà fondamentali a partire dall’uomo, dalla società, dal suo modo di pensare, dal senso della vita e dal significato delle cose. Come diceva anche Albert Camus in uno dei suoi scritti, la domanda fondamentale alla quale la filosofia, ma io aggiungo la semplice ragione di tutti, deve rispondere è se la vita valga o no di essere vissuta. Questa è la domanda radicale che i Greci e la sapienza umana hanno sempre posto. Ma oggi si è un po’ persa. La Chiesa ha questo bagaglio, che è Cristo stesso, di valori e di verità sull’uomo e sul senso della vita. E nello stesso tempo ha un patrimonio di valori morali che non sono solamente religiosi o confessionali. In buona parte queste verità sono riconoscibili dalla semplice ragione, dall’intelligenza dell’uomo. Basta pensare all’esperienza universale, di tutti i tempi, luoghi e culture, per cui l’uomo ha bisogno di stare con gli altri. Non è soltanto una verità che Dio ci ha rivelato ma è anche un’esperienza umana».
Dai conflitti alla sfiducia nelle istituzioni, passando per le crisi economiche. Come definirebbe il nostro tempo?
«Un tempo triste e stanco. Al di là delle apparenze, dell’ebbrezza di un progresso senza fine, di una ricerca senza confini, di possibilità impensabili. Al di là di tutto questo, che può avere dei nuclei di verità, l’uomo sente il bisogno di altro. Molti giovani che conosco, sia in Italia sia fuori dall’Italia, nel Nord Europa, sentono questa nausea di una certa cultura che pensa in modo individualista, relativista, e la vive come tale, per cui ognuno è il centro di se stesso. Questo modo di pensare, e quindi di vivere, che può apparire allettante in superficie, rende l’uomo triste e stanco. L’uomo occidentale è sempre più triste e stanco respirando questa cultura. Ma questo è anche un momento bello, da questo punto di vista. Io parlo volentieri di una nuova primavera».
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