Salute

Attenzione a distinguere la sovranità democratica e popolare col sovranismo. Soprattutto riguardo la pandemia

di Sara Gandini e Paolo Bartolini

Per alcuni giorni ha tenuto banco, sui social, il ruvido scontro tra due intellettuali italiani: Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Non ripercorriamo gli eventi scatenanti, né ci soffermiamo sullo stile del diverbio che ha polarizzato il pubblico. Riteniamo però, come sanno gli autori stessi, che il tema della sovranità democratica e popolare, più che quello del cosiddetto “sovranismo” sollevato come punto del contendere, sia decisivo in quest’epoca nella quale i cittadini e gli Stati sono ampiamente condizionati da numerosi “vincoli esterni”.

Che la sovranità popolare e democratica debba, necessariamente, tradursi in forme reazionarie di nazionalismo, con una fascinazione rovinosa per il sessismo e il razzismo, non è affatto scontato (anche se, in effetti, l’unico “sovranismo” giunto alle orecchie dell’opinione pubblica obnubilata dalla tv mainstream e dai principali organi di stampa è quello delle destre meloniana, salviniana e oggi vannacciana).

Certo è che – come si è visto durante gli anni del caos pandemico – il capitalismo di guerra e di sorveglianza aggredisce la sovranità dei popoli in mille forme: il neoliberalismo, in altre parole, destituisce di ogni potere di azione e regolamentazione le istituzioni egli individui, che ubbidiscono ormai ai diktat dei fondi di investimento, delle multinazionali del farmaco, di Big Tech e di interessi geopolitici contrari a quelli di italiani ed europei.

Recuperare margini di sovranità, non solo sul piano nazionale (comunque fondamentale), ma anche riformando l’Onu e lavorando per rianimare il diritto internazionale è l’unica via percorribile se non vogliamo rimanere stritolati tra le spire delle superpotenze in lotta tra loro.

Peraltro durante la pandemia le esigenze politiche si sono nascoste dietro le parole dei cosiddetti esperti, mentre il dissenso veniva rappresentato come una minaccia anziché come una componente fondamentale delle società democratiche.

Oramai è chiaro ai più che molte delle misure adottate erano insensate e che hanno prodotto costi sociali distribuiti in modo fortemente diseguale. I giovani hanno pagato un prezzo altissimo attraverso la chiusura prolungata delle scuole e la compromissione di percorsi educativi e relazionali essenziali; molti anziani hanno subito l’isolamento e, in numerosi casi, l’insufficienza delle cure e dell’assistenza territoriale; le classi popolari e i lavoratori più vulnerabili hanno sopportato il peso economico maggiore della crisi.

Il punto che vogliamo sollevare è che non si tratta di effetti accidentali, ma di conseguenze che riflettono una logica già osservata in altre stagioni del neoliberalismo: i costi delle decisioni vengono scaricati sui gruppi sociali più fragili, mentre i benefici tendono a concentrarsi presso gli attori economici e finanziari più forti. Per questo la riflessione sulla pandemia non riguarda soltanto la sanità pubblica, ma investe più in generale il rapporto tra democrazia, potere economico, ricerca scientifica e giustizia sociale.

Ne consegue che, invece di bollare determinate aree critiche come rossobrune, no-vax, putiniane ecc., dovremmo finalmente domandarci: quale sovranità, correttamente intesa, può essere rianimata per contrastare il tecno-capitalismo, senza cadere in chiusure identitarie e senza prestare il fianco ai deliri da remigrazione delle “nuove” destre? Una sovranità popolare e democratica, promossa da una politica di taglio neo-socialista (dunque antiliberista, pacifista e antifascista nei fatti e non nei proclami elettorali), sarebbe l’unica davvero fedele allo spirito della nostra Costituzione.

Parlare oggi di sovranità democratica – lo ripetiamo – non significa quindi aderire al sovranismo delle destre, con le sue sclerotizzazioni identitarie e xenofobe. Significa invece esplorare le condizioni concrete di autogoverno democratico in un contesto dominato da poteri economici e tecnologici transnazionali.
Interrogarci su questo equivale a riconquistare, qui e ora, uno spicchio di sovranità intellettuale e di diritto al dissenso argomentato.

In tempi di guerra è un inizio necessario e liberatorio. Perché non esiste sovranità democratica laddove le scelte fondamentali di politica estera e militare vengono sottratte al confronto pubblico e subordinate a interessi geopolitici ed economici che non coincidono con quelli dei popoli. La pace non è soltanto un valore morale: è la condizione necessaria affinché una comunità possa decidere liberamente del proprio destino. Per questo il nodo borromeo “pace, giustizia sociale, giustizia ecoclimatica” dovrebbe costituire il fondamento di ogni progetto politico che voglia restituire ai cittadini il controllo sulle decisioni che riguardano il loro futuro.

In conclusione: senza sovranità non c’è democrazia; senza solidarietà le differenze si costruiscono nella forma pericolosa di identità contrapposte ed escludenti; senza democrazia, la guerra diventa l’orizzonte permanente per società sempre più diseguali e impotenti.


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