Ashton Kutcher: «Mio fratello gemello, nato con una paralisi cerebrale, mi ha detto: “Questa è l’unica vita che conoscerò”. Quella frase ha cambiato tutto»
Al centro della cospirazione emerge Byron Forst, ceo di The Corporation, interpretato da Ashton Kutcher, il villain della serie, dotato di bellezza artificiale. «Un personaggio dalla bellezza sintetica», lo definisce l’attore, spiegando di aver lavorato sul corpo e sul comportamento: «Ho osservato alcuni amici molto benestanti: l’atteggiamento sbruffone, l’affrontare i problemi come se non fossero problemi; è un modo di attraversare il mondo».
Kutcher insiste sul fatto che la serie non sia proiettata in un futuro lontano: «È come se si verificasse nell’imminente futuro, tra cinque minuti». E l’elenco che fa suona molto familiare: «Esiste un farmaco reale che iniettato ti fa perdere peso, esistono creme che promettono una pelle più giovane, la chirurgia, il turismo estetico». The Beauty prende questa realtà e la spinge appena oltre, fino al punto di rottura. «La domanda della serie è: dove sei tu, essere umano, in questo spettro?», dice l’attore. «Poteva chiamarsi anche Il giudizio».
È parlando di bellezza, però, che Kutcher fa un passo indietro nella propria storia personale. Racconta del fratello gemello, «nato con una paralisi cerebrale» e che, a dodici anni, «ha subito un trapianto di cuore». Stessa famiglia, stesse scuole, stessi amici, due vite cresciute in parallelo ma con corpi molto diversi. «Man mano che il mio successo aumentava, facevo tutto il possibile per aiutarlo», spiega. Fino al momento in cui il fratello gli dice qualcosa che gli cambia radicalmente la prospettiva: «Un giorno mi disse: “Ogni volta che ti dispiace per me, mi fai sentire di essere meno, perché questa è l’unica vita che conoscerò mai”».
Per Kutcher è stata una presa di coscienza cruciale. «Quella frase ha cambiato tutto. Ho vissuto solo in questo corpo, con questa testa. È tutto ciò che conosco». Un pensiero che si intreccia con il suo rapporto personale con l’aspetto fisico: «Da ragazzino non avevo la percezione di essere attraente ma, a 19 anni, mi hanno proposto di fare il modello: gli ho riso in faccia, non avevo quell’idea estetica». Poi, con il tempo, «ho cominciato ad acquisire fiducia». Ma resta un’oscillazione continua: «In alcuni giorni ci sentiamo belli, in altri no, e il nostro aspetto ha un impatto su come il mondo ci guarda e su ciò che pensa di noi». Un’idea che permea The Beauty.
Rebecca Hall racconta di aver accettato il progetto prima ancora di leggere la sceneggiatura. «Ryan me l’ha descritta a colazione: è stato uno dei momenti di maggior intrattenimento della mia vita; è la sua trama più estrema». Il suo personaggio, Jordan Bennett, mette in discussione l’idea stessa di perfezione. «Può essere alquanto noiosa», dice Hall. «Ciascuno può fare quello che vuole, ma lo stimolo non deve venire dall’esterno: lo faccio per me o per assecondare qualcun altro?».
Il discorso si allarga inevitabilmente alle nuove generazioni, cresciute sotto lo sguardo costante dei social. Per Hall la situazione è già «letale»: «Sta già succedendo perché non ci si sente all’altezza di alcuni standard; addirittura, alcuni bambini non si sentono all’altezza». Anthony Ramos e Jeremy Pope, che interpretano personaggi moralmente ambigui, parlano apertamente dell’impatto di questi modelli. «Oggi i social ti dicono costantemente cosa è cool e cosa non lo è, come dovresti essere», osserva Pope.
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