Armi in porto, scontro a distanza tra i portuali del Calp e Messina: “A rischiare sono i lavoratori e i genovesi”

Genova. “Ci giunge notizia che, proprio ieri, una nave della compagnia ZIM era sorvegliata da alcune auto della security, mentre i portuali erano impegnati nelle abituali manovre di carico e scarico. La presenza di personale di vigilanza sottobordo fa pensare che la nave, o il suo carico, necessitasse di sorveglianza e trattandosi della ZIM, la risposta al perché è fin troppo semplice da immaginare, ed è proprio questo a inquietare“.
Inizia così il lungo messaggio del Calp – Collettivo autonomo lavoratori portuali – che lanciano uno “scontro a distanza” con l’armatore Ignazio Messina sul tema del passaggio di armi nel porto di Genova e, in seconda battuta, sui lavori dell’osservatorio recentemente iniziati nella sede del Consiglio comunale.
“In una intervista – scrivono i portuali – Messina fa distinzione tra traffici di armi legali e illegali. Una distinzione che, in un momento in cui la guerra entra sempre più nella vita delle persone, non ci interessa affatto utilizzare per normalizzare ciò che accade. Non ci interessa sapere se un traffico è legale o illegale per quello c’è la Legge 185 del ’90 che regolamenta i commerci di armi. Ci interessa sapere che cosa entra e che cosa esce dal porto di Genova. Ci interessa per i lavoratori che quelle merci devono movimentare. Ci interessa per un porto incastonato nella città. Ci interessa per le genti a cui quelle armi porteranno distruzione, e che poi, fuggendo da quelle stesse guerre, si troveranno ad essere attaccate dai vannacci di turno, espulse o detenute in base ai nuovi regolamenti sull’asilo, o sfruttate per le regole del capitale. La guerra non diventa normale perché un documento è in regola”.
“Che Messina si faccia oggi paladino della difesa dei traffici di armi ci spinge, semmai, ad andare avanti con ancora più determinazione. Riteniamo quantomeno inquietante che sia proprio Messina a dare lezioni su questa vicenda. Ricordiamo che la compagnia ha trasportato dal porto di Marsiglia centinaia di container — con la Jolly Indaco e anche con altre navi — proprio nell’ambito del conflitto tra Arabia Saudita e Yemen. E chissà in quante altre occasioni ha trasportato merci di quel tipo – continua il comuunicato del Calp – Mentre la NATO e, di conseguenza, la Russia prendono di mira le flotte commerciali, cresce anche il ricorso a navi e a compagnie ombra o di linea, per trasportare armi e altro materiale. Una strategia che richiama alla mente i corsari, che agivano nell’ombra per conto di interessi e potenze che non volevano esporsi direttamente. Siamo davvero sicuri che voi armatori vogliate fare questo gioco? È questa la direzione che volete prendere? Su quelle navi, se qualcosa va storto, a pagarne le conseguenze non saranno gli armatori: saranno marittimi“.
“Noi, come sempre, ci rivolgiamo ai lavoratori del porto che tra container, rimorchi e piazzali trascorrono il loro turno. A quelli che devono lavorare su quelle stesse navi di Messina — autodefinitosi lavoratore portuale, questa volta in un’intervista rilasciata a Genova24. Certo che chiamarsi lavoratore portuale seduti a una scrivania, in una stanza climatizzata, è un affronto per chi quel lavoro lo fa davvero: chi rischia, chi lavora sulle banchine sotto il sole a 38 gradi, tra carichi da movimentare, in qualsiasi condizione meteorologica. Come Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali veniamo spesso accusati di usare metodi spicci, ruvidi, e di aver colpito le compagnie che fanno traffico di armi con modalità quasi da “guerriglia”. Ebbene, pensiamo che quello che abbiamo fatto – e che continueremo a fare, se sarà il caso – sia IL PASSO per andare contro la guerra”.
Una “frecciata” viene riservata anche al sottosegretario ai trasporti Rixi “che ci accusa di voler condizionare il porto di Genova, se per “condizionare” intende che vogliamo tenere al sicuro Genova, il suo porto e i suoi lavoratori allora sì: lo vogliamo condizionare. Se intende che vogliamo fare in modo che i lavoratori portuali possano avere condizioni di lavoro e di vita migliori e più diritti, allora sì, vogliamo condizionarlo anche in questo senso”
Poi citadno Pino Corras: “Noi siamo una grande minoranza, di quelle che ogni tanto fanno la storia. Forse la parola guerra è sproporzionata. La maneggiavamo senza sapere quasi niente. La guerra vera, l’ho vista solo dopo, ricoprire chilometri quadrati di carne umana e merda. È alluvione di fuoco e terremoto insieme. È un abisso senza ritorno. Nessuno fa mai ritorno dalla guerra vera, compresi quelli che tornano vivi e con le loro gambe. Si resta laggiù per sempre. Puoi nasconderlo. Puoi riempirti di psicofarmaci, di carriera e denaro. O puoi lasciare che un giorno dopo l’altro il dolore ti schiacci, senza neanche opporre resistenza…”. “Noi non ci faremo schiacciare – concludono – Opporremo resistenza alla guerra sempre, senza se e senza ma“




