Cultura

Approfondimenti – OndaRock compie 25 anni

OndaRock compie un quarto di secolo. Nel frattempo, è successo di tutto: il mondo è radicalmente cambiato in ogni aspetto, inclusa l’informazione musicale: tante webzine concorrenti sono scomparse, altre ne sono nate. Ma noi siamo ancora qui: we’re still standing, come scrivevamo in occasione del 20° compleanno, citando il buon Elton John. Non certo per vivere di rendita e autocelebrarci, però. Il nostro obiettivo continua a essere quello di metterci in discussione, guardare avanti e rinnovarci, andando alla ricerca delle novità musicali più interessanti, possibilmente con strumenti e funzionalità nuove, per venire sempre più incontro agli interessi dei nostri lettori.
Non staremo a tediarvi con un bilancio di questi 25 anni: chi ci segue ci conosce, con pregi e difetti. E chi ci scopre solo ora avrà modo e tempo per conoscerci meglio. Ora invece vogliamo soltanto “farci la festa” e celebrare insieme a voi questo significativo anniversario con un piccolo “Best of” ondarockiano di questo quarto di secolo. Ovvero, ripescando alcuni articoli che, per ognuno di noi, sono stati importanti o ai quali siamo più affezionati. Buona lettura e continuate a seguirci per (almeno) altri 25 anni! (Claudio Fabretti)

Claudio Fabretti
Television a Ciampino (Roma), 29/03/2016 (Live Report)

Una mattina scopro tra i messaggi un nome familiare: Federico Fiumani, leader dei Diaframma, una leggenda per noi waver incalliti. Penso che sia qualche segnalazione di dischi in uscita, invece scopro trattarsi di un imprevedibile apprezzamento per una mia recensione. “Un fraseggio che sembra di sentire Tom Verlaine alla chitarra”. Probabilmente il miglior complimento mai ricevuto. Non potevo non scegliere l’articolo in questione, dunque. In memoria di Thomas Miller alias Tom Verlaine.

Stasera non è solo un concerto, è un transfert psicologico, un viaggio nel tempo. L’Orion di Ciampino come il Cbgb. Il piccolo club sperduto nella campagna laziale come la gloriosa bettola newyorkese da cui nacque tutto: il punk, la new wave, l’onda lunga che avrebbe travolto una generazione intera. Chiudi gli occhi e sembra quasi di annusare nell’aria l’olezzo poco rassicurante dei mitici cessi che il proprietario Hilly Kristal – memore delle storiche pisciate in compagnia di Joey Ramone – voleva trapiantare a tutti i costi nel nuovo locale di Las Vegas nel 2008. Morì prima di riuscirci, lo sfortunato Hilly, e forse l’olezzo che si avverte in prossimità della toilette dell’Orion è reale, ma poco importa. Stasera è tempo di resurrezioni. Anche se Pasqua è passata da un paio di giorni e lo show Television performing Marquee Moon, in realtà, è già andato in scena in Italia l’anno scorso, all’Alcatraz di Milano e al Teatro Romano di Fiesole (Firenze). Non a Roma, però. Anzi, è proprio la prima volta in assoluto per la band statunitense nella Capitale, come ricorderà lo stesso Tom Verlaine in uno dei suoi rarissimi interventi. Ma procediamo per ordine.
Mentre nelle case degli italiani ancora si impreca davanti alla tv per l’epica disfatta degli azzurri in Germania, l’Orion è già stracolmo di un’umanità varia, assai meno stagionata del previsto, o quantomeno più varia di quanto un’adunata di reduci waver dell’epoca facesse presagire. Al mio arrivo si sta concludendo l’opening act di Lùisa, bionda fanciulla amburghese che su queste frequenze abbiamo avuto modo di intervistare e di apprezzare con il suo ultimo album, “Never Own” (2015). Peccato, Lùisa, sarà per la prossima, ma quel poco intravisto ha lasciato un buon ricordo, così come il sorriso un po’ timido della stessa giovane cantautrice poco dopo, al banchetto dei suoi cd.
Poco prima delle 23 entrano in scena in modo semi-clandestino i quattro protagonisti. Quasi un fantasma, il buon Thomas Miller aka Tom Verlaine, pallido e smunto come da copione, solo un po’ incanutito e segnato in viso dalle sue 66 primavere. Fa cenno di aspettare e si produce in una snervante session di accordatura che mette a dura prova la pazienza del pubblico, in ansiosa attesa di rivivere lo storico plenilunio quarant’anni dopo. “Marquee Moon” è più di un disco, è un sogno a occhi aperti, una rivoluzione dolce, acida e straniante, che ha ridisegnato i contorni del rock. È uno di quei dischi che hanno segnato un prima e un dopo. Anche se – come spesso accade – all’epoca quasi nessuno se ne accorse. Era “troppo stridente e anacronistico per avere successo”, sentenziò Rolling Stone.

Finalmente Tom dà il via libera ai suoi compari, due dei quali sono membri storici dei Television – ovvero Fred Smith (basso e cori), ex-Blondie che subentrò nel 1975 a Richard Hell, e Billy Ficca (batteria) – mentre Jimmy Rip (chitarra e cori), già collaboratore di Verlaine dall’inizio degli anni 80, fu ingaggiato nel 2007, dopo l’abbandono del secondo chitarrista Richard Lloyd. Tutti nerovestiti e un po’ flemmatici: degli antidivi del rock un po’ sgualciti dagli anni, ma sempre tosti e rodati.
Ecco il giro di do beffardo e gli accordi latineggianti di “Prove It” a dare l’abbrivio. Verlaine canta sempre con quel tono asettico e trasognato, straniato e convulso al contempo, con quella sua dizione affilata inconfondibile, anche se le corde vocali non sono più quelle degli anni 70. È infastidito dalle luci (peraltro bassissime) e si rivolge all’addetto: “Fai qualcosa, mi stanno accecando”. Così la sua sagoma allampanata nel buio del palco si fa sempre più spettrale, mentre Rip gli dà man forte ai cori e alle corde. Ingaggiano un bel corpo a corpo in punta di plettro nella successiva “Elevation”, la cui dolcezza scomposta si effonde nell’aria, bruscamente interrotta da quel ritornello-bonsai – “Elevation… don’t go to my head” – che suona quasi come l’epitome di tutte le nevrosi dell’era wave.
Verlaine, occhi quasi sempre chiusi, tende il suo collo da cigno verso il microfono, sempre fiero, con il suo aristocratico cipiglio, nonostante i trascorsi giovanili da scaricatore di porto. È l’uomo che ha sdoganato gli assoli di chitarra alla generazione punk e al tempo stesso ne ha ridefinito il senso: mai una nota di troppo, tutto dannatamente funzionale allo sviluppo delle canzoni. E sul palco la sobrietà di questo rocker atipico, malato di poesia decadente, pare quasi stridere con la carica dinamitarda dei suoi inni. Come il blues-rock deviato di “Friction”, con quel suo incredibile saliscendi di chitarra iniziale, o come un’arrembante “See No Evil” cantata in coro col pubblico nel refrain, dove emerge una volta di più la maestria ai tamburi del metronomo Ficca: “Lui ha origini italiane”, lo celebra Verlaine, prima di attaccare la sempiterna “Venus” (de Milo) che manda in visibilio l’audience: cinquantenni ingrigiti o del tutto calvi si dimenano sotto il palco al fianco di fanciulle ventenni che sembrano conoscere ogni passaggio di quei fraseggi chitarristici sgraziati e ammalianti, innervati dai colpi spavaldi del basso di Smith, che incorniciano il canto androide di Verlaine. Quando si dice un classico.
Poi è tempo di ballate. Come “Guiding Light”, incanto di grazia e irrequietezza che strappa dalle tasche perfino alcuni accendini vintage (sarà lo spirito del Cbgb a farli preferire ai soliti telefonini?), o come la maestosa discesa negli abissi di “Torn Curtain”, che fa calare il sipario della notte sull’euforia collettiva in un rullio di tamburi e in un nuovo vortice di chitarre lancinanti, con un Verlaine sempre efficacissimo nel pennellare atmosfere desolate, sul crinale tra deliquio e agonia.
L’apoteosi è naturalmente la title track, trasformata – com’era prevedibile – in una sfibrante e interminabile jam, che esalta tutto il virtuosismo di un gruppo che suonava già post-punk quando il punk non era ancora stato inventato, forte del suo bagaglio tecnico di jazz, blues e psichedelia. Se “il suono della chitarra di Tom Verlaine fa pensare all’urlo di mille uccelli”, come sosteneva Patti Smith, questa meravigliosa suite lunare, così epica e terribile al tempo stesso, con il suo lucido delirio impressionista a suon di riff, ne resterà per sempre il testamento definitivo.

Chiusa l’esecuzione integrale di “Marquee Moon”, la band saluta, per tornare poi sul palco con due bis: “Little Johnny Jewel”, il singolo edito dall’etichetta indipendente Ork che precedette l’album, e “I’m Gonna Find You”, outtake del 1974 risalente all’epoca di Richard Hell.
See you soon, saluta Verlaine. Speriamo non ci vogliano altri quarant’anni, caro Tom.
Ora le luci si accendono e, no, quello non è proprio il palco del Cbgb. Eppure, per quasi un’ora e mezzo, è stato come rivivere l’iniziazione mistica del tempio del punk, dove i Television erano di casa insieme a signori come Ramones, Talking Heads, New York Dolls, Patti Smith e Blondie. Miracoli del rock.

Giuliano Delli Paoli
U2 – Achtung Baby (Pietra miliare)

Trattenere tra le proprie mani il vinile di “Achtung Baby” è specchiarsi dentro un cortometraggio. Le istantanee di Anton Corbijn catturano un mondo nuovo, che emerge tra il bianco e nero appena sfocato sullo sfondo in una notte carnevalesca a Tenerife e le sgargianti pennellate sulle lamiere di una Trabant che sguscia per le strade di una neonata Berlino. E ancora mercanti marocchini, bambini sulla spiaggia, un carretto di pomodori. Mentre Bono indossa i panni del matador lontano dall’arena, privo di capote, muleta ed estoque, e Adam Clayton si spoglia. È il diario fotografico di un viaggio che collega Santa Cruz, Berlino, Tenerife e Fes. Escursioni private che gli U2 intrapresero all’alba degli anni 90 per ricongiungere fuoco e terra, i due elementi chiave di una carriera fino a quel momento indomita come un toro a Las Ventas o una Lamborghini Islero: a voi la scelta.

Fabio Guastalla
The Specials – Friday Night, Saturday Morning (Juke-box)

Fine anni Settanta. Da qualche parte nelle West Midlands sta nascendo qualcosa di nuovo, destinato a lasciare un segno indelebile nel presente e nel futuro. Nella periferia di un paese dilaniato da dissidi irrisolti e che si sta infilando nell’epoca Thatcher-iana senza sospettare che ci resterà a lungo, c’è una scena musicale che fa dell’inclusività e della mescolanza di stili, influenze e generi un tratto distintivo, per certi versi anche politico nel suo voler iniettare, quasi ostentare, una multiculturalità che rispecchia l’ambiente da cui questa musica proviene. Una sfida al razzismo e a una certa Inghilterra profonda, se vogliamo vederla così. Tutto nasce da un luogo ben preciso, Coventry, da un’etichetta appena nata, la Two-Tone Records, e (anche) dalla band in cui suona il fondatore dell’etichetta stessa, nei panni di tastierista: il suo nome è Jeremy David Hounsell Dammers e il suo gruppo ha da poco deciso di chiamarsi The Specials. Il connubio tra la città, la label e le band che ne stanno animando la scena, per quanto apparentemente piccola, per quanto teoricamente periferica, dà vita a una nuova corrente che consiste nell’iniettare nel rock britannico agenti fino a non molti anni prima esogeni quali lo ska e i suoi discendenti – il reggae e il rocksteady – in una formula che verrà poi chiamata second wave ska o, più semplicemente, 2 tone.

Francesco Nunziata
Popol Vuh – Hosianna Mantra (Visioni a 33 giri)

Il messaggio potente di “Hosianna Mantra” e, nello specifico della sua title track, trova un corrispettivo sonoro proprio nel dialogo tra gli strumenti acustici (voce, oboe, pianoforte, tambura) e la chitarra elettrica, tra l’orizzontalità intrinsecamente organica e terrena dei primi e la verticalità siderale della seconda. Sullo sfondo, la lezione di Martin Buber, soprattutto di una delle sue opere più importanti, quell’”Ich und Du” (1923) in cui emerge il senso della duplice propensione dell’uomo verso il mondo, conteso tra la relazione Io-Tu e la relazione Io-esso. Se, nel secondo caso, l’uomo sperimenta il mondo (le cose, innanzitutto, ma anche gli stessi suoi simili) attraverso rapporti impersonali, superficiali e strumentali, nel primo egli incontra invece profondamente l’altro, così riuscendo a essere davvero se stesso, insomma autentico. Per Buber, ogni essere umano è essenzialmente dialogo e per questo è anche homo religiosus, perché l’autenticità della relazione Io-Tu si fonda su ciò che trascende questa relazione.

Federico Romagnoli
K-indie e modern rock, 1993-2025: storia della musica alternativa coreana (Speciali: Storia del rock)

In origine la controcultura della Corea del Sud era stata interpretata in particolare dalla musica folk, con cantautori storici come Kim Min-ki (김민기), Hahn Dae-soo (한대수) e Jeong Tae-chun (정태춘). Anche il rock produsse alcuni artisti considerati estranei alle regole dell’industria e al giogo del regime, alcuni dei quali vennero messi a tacere, come accadde a Shin Jung-hyeon (신중현), arrestato nel 1975 con la scusa del possesso di marijuana.
A partire dagli anni Ottanta anche il metal contribuì a nutrire lo spirito di ribellione dei giovani. Tuttavia con l’ingresso negli anni Novanta qualcosa cambiò: a causa dell’avvento della democrazia, il movimento della canzone di protesta aveva perso il proprio ascendente sulle masse ed era stato gradualmente soffocato dalle ballate commerciali, che dalla seconda metà degli anni Ottanta dominarono il mercato locale. 
In questo contesto, in quel di Seul iniziò a emergere una nuova generazione di musicisti che si ispirava al rock alternativo angloamericano, declinandolo in ogni sfumatura possibile e mostrando una capacità di abbattere gli steccati stilistici talvolta sconosciuta alle stesse fonti di ispirazione (si pensi a come alcune band sposavano chitarre distorte, ballate folk e ritmi dance). In breve, la stampa locale prese a indicare questa corrente col termine modern rock, che viene usato a tutt’oggi.

Alessandro Giustiniano
Basic Channel (monografia)

In “Enforcement”, la title track è un’onda d’urto cerebrale, un manifesto razionale e sensoriale in cui lampi sonori illuminano la percezione e il suo smarrimento. È la dissoluzione della memoria e dell’identità: ogni ascolto muta a seconda dell’elemento su cui ci si sofferma, che sia il kick metallico, la spirale di subwoofer o il denso tappeto di sintetizzatori sottilmente modulati, che si trasformano senza un punto d’ancoraggio, attraverso minime variazioni capaci di alterare il subconscio.
Sul lato B, il caos trova organizzazione nel mix di Jeff Mills, un formicaio di filtri e frequenze che costruiscono architetture invisibili. Chiude l’Ep un loop di sette minuti, ridotto all’osso fino a diventare pura pulsazione. “Enforcement” non è solo un titolo, ma un atto coercitivo che costringe l’ascoltatore a vivere un continuum inesplorato. Il metodo permette alle particelle sonore di reiterarsi senza perdere significato, una techno che da intrattenimento visionario si muta in esperienza totalizzante.
Bastano tre brani per sovvertire i canoni della club music, innalzandola a una dimensione tessiturale, priva di melodia, dove la sequenza ritmica si fa ambiente fluido e materia industriale. È un esperimento acustico, se non acusmatico, che trova affinità con l’elektronische musik di Roland Kayn, le ricerche spaziali di Iannis Xenakis e le avanguardie del XX secolo, in una veste brutalista e magnetica. Il club non è più solo spazio di danza e aggregazione, ma la proiezione di un futuro insondabile.

Francesco Inglima
Pop Khmer – Il sogno spezzato della Cambogia (Speciali: Storia del rock)

“Lei è un principe, io no, ma tutti noi moriremo, quindi che importa, beviamo qualcosa“

(Yol Aularong riferendosi al principe Norodom Sirivudh)

Immagina una città che brilla. Non di oro o grattacieli, ma di luci al neon, chitarre elettriche e voci che danzano tra i solchi del vinile. È Phnom Penh, alla fine degli anni Sessanta.
Sei giovane. Non capisci bene la politica, né t’interessa davvero. Quello che conta è la musica. Hai i tuoi idoli. Vere e proprie divinità dell’aria: una voce maschile che ti fa tremare, una cantante che sembra scesa dal cielo, un gruppo di ragazzi con camicie a fiori e chitarre che parlano. Ogni loro canzone è un rito, ogni disco è un reliquiario. Ti identifichi con le loro melodie, anche se parlano di amori, di sogni e di città che non hai mai visto. Li ascolti alla radio, li segui ai concerti, li sogni di notte. Non ti chiedi mai da dove venga tutta questa libertà. La respiri e basta. E, nel profondo, lo sai: non stai vivendo una copia sbiadita dell’Occidente. Non è solo imitazione di mode importate. No, ciò che attraversa Phnom Penh in questi anni non ha nulla da invidiare a Parigi, Londra o San Francisco. È un fermento autentico, vivido, che fonde le sonorità del rock’n’roll e del soul con le scale della tradizione khmer, che reinterpreta il twist, lo yé-yé e il surf come se fossero nati lì. In quegli anni, il pop cambogiano è futuro, è sogno, è presente, è tuo.

Poi, un giorno, la città tace.

Daniel Moor
Jenny Hval – Classic Objects (Recensione)

In “Classic Objects” si coagulano intorno a un impianto musicale pop ricerca filosofica, riflessioni politiche, pratiche performative sperimentali e critica al patriarcato. Emozione e riflessione teorica convivono in un lavoro che sfrutta appieno le possibilità conoscitive di musica e parola, apre nuovi scorci sia per la musica sperimentale che per quella pop e suggella la carriera di un’artista che trova nella multi- e interdisciplinarità nuovi originali spunti espressivi.

Marco Sgrignoli
Nuova coralità (speciale)

Questo è il ricordo di una volta che ci ho preso. Non so in quanti si siano filati al tempo l’articolo – meno certamente che se fosse uscito con un’altra firma, magari su una qualche testata anglosassone – e a rileggerlo ora noto diversi passaggi che oggi scriverei in modo più fluido, più incisivo. Ma resto convinto che l’intuizione era centrata, e in qualche modo sorpreso che nel frattempo non si sia affermata per altre vie. Lì fuori, tra riprese indie e code post-rock, all’inizio degli anni Duemila si era sviluppata una nuova sensibilità musicale, una non-scena trasversale e policroma che sotto un comune spirito “corale” connetteva Arcade Fire e Sigur Rós, múm, Sufjan Stevens e svariati altri artisti meno in vista.
Negli anni successivi, lesplorazione dei micro-generi è diventato uno dei miei hobby musicali preferiti. Mi son divertito a risalire alle radici del post-rock, a tracciare in breve la storia della scena sunshine pop, a tirare le fila degli zig-zag fra progressive e new wave. Ma se penso a un momento in cui con un articolo ho davvero messo a fuoco qualcosa di significativo, penso a quel caso in cui di genere me ne sono inventato uno, di sana pianta. E ritrovo, nella sua caratterizzazione, molto di ciò che rendeva unici quei suoni – ma anche molto di me.

Emblematici due videoclip: “Rebellion (Lies)” degli Arcade Fire e “Glósóli” dei Sigur Rós. […] “Glósóli” presenta direttamente una marcia di bambini, immersa nel paesaggio brullo e irreale dell’Islanda. Tutto prende inizio da un singolo ragazzo, che ne richiama altri al suono di un tamburo da parata. Vestiti in abiti d’altri tempi, i ragazzi attraversano una strada deserta, strappano alcuni loro coetanei da episodi di vandalismo dettati dalla noia, ricostruiscono segnali di pietra semidiroccati man mano che passano. Dormono poi, mano nella mano, stesi sulla pietra, e giungono finalmente su un prato verde che dà su una scogliera. In una sequenza intensissima, corrono assieme verso la scogliera e, inaspettatamente, iniziano a nuotare nell’aria, alzandosi sopra all’oceano.
In entrambi i video, l’estetica neoindie delle immagini sfocate, sepia-tone, autunnali si combina a un accento epico che mira a trasformare suggestioni delicate e sostanzialmente innocue in forti moti d’animo. […] L’impressone data dai “corali” […] è che nel cantare esprimano un sentimento che li trascende e riguarda un’intera comunità. Questo li avvicina, per certi versi, più al “represent” dell’hip-hop classico che alle consuete logiche indie o – men che meno – allo spirito di popstar.
In effetti, una parte significativa della musica coinvolta si colloca nella terra di mezzo del cosidetto midstream: pop che si trasmette tramite passaparola e solo raramente sfrutta il tramite dei grandi media. E’ questa vocazione alla condivisione “dal basso”, assieme all’invocazione di un legame stretto col territorio, che rende questa musica l’erede per il decennio che volge al termine del ruolo che fu della folk music.

Fabio Ferrara
Smashing Pumpkins – Siamese Dream (Visioni a 33 giri)

Pubblicato nel 1993 dagli The Smashing Pumpkins, “Siamese Dream” rappresenta uno dei vertici assoluti dell’alternative rock degli anni Novanta. Un’opera costruita sull’equilibrio tra fragilità emotiva e impeto sonoro, dove le chitarre stratificate di Billy Corgan danno vita a paesaggi sonori monumentali senza mai sacrificare la forza della melodia. Brani ormai entrati nell’immaginario collettivo convivono con momenti più intimi, componendo un disco che continua a parlare con sorprendente intensità anche a distanza di decenni.

Raccontarlo oggi  significa anche seguire il filo di una memoria lontana. C’è il gesto quasi rituale di estrarre una vecchia musicassetta dalla sua custodia, il fruscio iniziale che precede la musica e il tempo in cui gli album venivano scoperti lentamente, traccia dopo traccia. Per anni questo disco è rimasto come un compagno silenzioso, sedimentando emozioni, suggestioni e riferimenti. Questa recensione nasce proprio da quel lungo percorso: dal desiderio di dare finalmente forma, con le parole, a un ascolto che ha attraversato gli anni senza perdere il proprio incanto.

Gianfranco Marmoro
Blue Nile (Monografia)

Scrivere la monografia dei Blue Nile è stata una delle opere più appaganti della mia collaborazione con Ondarock, all’epoca ho tessuto una serie di contatti con giornalisti e artisti scozzesi per raccogliere notizie e curiosità su una band che nell’arco di quattro album ha dato vita ad una delle pagine più importanti della musica rock, consegnando un capolavoro di sintesi tra un poetico romanticismo melò e un elegante beat elettronico,”Hats”, un disco che ha varcato il confine tra musica d’autore, elettronica e sophisti pop con un linguaggio originale spesso imitato ma mai eguagliato. La storia della band scozzese è avvincente al pari della loro opera discografica, intensamente rievocata dall’unico album solista del leader Paul Buchanan “Mid Air“.

Michele Bordi
Radiohead – Arena Sferisterio (Macerata), 20/08/2017 (Live Report)

Vivere in questa parte delle Marche significava anche convivere con la distanza dal frastuono dei grandi eventi. Quante volte, davanti a una birra tra appassionati di musica live, ci si scherzava su: “Dai, ci organizziamo e li facciamo venire allo Sferisterio di Macerata!”. Una battuta che faceva sempre ridere, tanto sembrava assurda quell’idea.
Poi la terra iniziò a tremare e, di colpo, finimmo sulla lingua di tutti. Ma fu una fama effimera, fatta di sensazionalismi e voglia di scoop. Ben presto, le colline leopardiane tornarono nel loro anonimato, questa volta dolorante per ferite destinate a restare aperte a lungo.
A qualcuno tutto ciò non stava bene. Serviva l’intervento di uno straniero dai capelli neri e il ciuffo ganzo, come nei fumetti…

Maria Teresa Soldani
Julee Cruise – Floating Into The Night (Pietra miliare)

“Floating Into The Night” è l’album con cui Julee Cruise entra non solo nella storia della musica pop-rock ma nella mitologia del cinema americano. Indimenticabile è infatti la sua performance di “Falling” e “The Nightingale” nella prima puntata di “Twin Peaks” all’interno del bar Roadhouse, in cui Cruise diventa la voce che si congiunge e si salda alla figura archetipica del motociclista, che fa riaffiorare alla mente personaggi come Marlon Brando e James Dean, immortalati tra finzione e realtà, così come i film “Scorpio Rising” (1963) di Kenneth Anger, “Easy Rider” (1969) di Dennis Hopper e “Rusty il Selvaggio” (1983) di Francis Ford Coppola. Il genere musicale è esso stesso una creazione in itinere tra film music, ambient, jazz e sophisticated pop, frutto della sinergia tra Angelo Badalamenti, David Lynch e Julee Cruise, la cui voce viene plasmata anche dalla tecnologia in studio.

Peppe Trotta
Claire Rousay – A Softer Focus (Recensione)

Nella sua compulsiva produzione (oltre venti titoli pubblicati in un biennio tra album, collaborazioni e lavori brevi) spesso il punto di origine sono le numerose registrazioni ambientali raccolte durante le sue giornate, concepite non come una mera catalogazione di dati ma quale materia grezza da plasmare per dare forma a un immaginario profondamente introspettivo. Il suono del quotidiano, usato nella sua purezza o sapientemente trasfigurato, diviene così elemento vitale da ibridare per generare un multiverso ipnagogico in cui linguaggi differenti si fondono alla perfezione.
In “A Softer Focus” l’articolato intreccio di field recordings, trame vocali filtrate e suoni trovati viene ulteriormente ampliato dall’inclusione di elementi armonici rapidamente assimilabili. Questa nuova dimensione emerge gradualmente creando dei fertili cortocircuiti tra risonanze concrete e astrazioni musicali. L’intimità domestica dei rumori scarni di “Preston Ave” scivola così naturalmente nel confortevole moto melodico di “Discrete (The Market)”, traghettata emblematicamente dal ticchettio di una macchina da scrivere che suggerisce la costante sospensione tra realtà e sogno.

Antonio Silvestri
Nas – Illmatic (Pietra miliare)

Scrivo su OndaRock da una decina d’anni e mi sono ricavato uno spazio tra tante firme che considero a tutti gli effetti fondamentali per la mia formazione. Una delle nicchie è diventata l’hip-hop, che chiaramente non sono l’unico a coprire ma che comunque contribuisco a mappare insieme ad altri validissimi colleghi. Presentarlo a un pubblico tradizionalmente più pop e indie non è immediato e questa pietra miliare è stata una piccola grande sfida.

L’attesa dell’esordio elettrizza la scena dell’epoca, perché Nas è ancora giovane ma il primo album, quello che sta scrivendo, si preannuncia come qualcosa che lascerà il segno. Già il titolo rinuncia all’umiltà, descrivendo il progetto come qualcosa di estremo e definitivo: “Illmatic”, da intendersi come estremamente “ill”, da tradurre grosso modo come “malato”, “malsano” ma anche “forte” e “definitivo”. Di fatto, nome dell’artista e titolo raccontano molto poco, si limitano a suggerire che qualcosa di incredibile e inaudito ci aspetta, senza però fornire granché di più all’ascoltatore e acquirente ignaro.

Claudio Lancia
Steve Shelley – Intervista

25 anni di OndaRock mi hanno regalato tante opportunità, come quella di trascorrere del tempo con alcuni dei miei idoli. Difficile scegliere un momento in particolare, ma conservo un ricordo indelebile di un’intervista realizzata con Steve Shelley, lo storico batterista dei Sonic Youth, una delle mie band preferite, mentre eravamo seduti di fronte, a tavola, prima di un concerto di Emma Tricca in una suggestiva piazzetta di Terracina, nel giugno del 2018. Per me è stato importante, ed inevitabile fu la domanda: Steve, com’è la vita dopo i Sonic Youth? Ecco la risposta (il resto dell’intervista potete leggerla nel link):

“Sai, per me è come se i Sonic Youth esistessero ancora. In realtà la band non è mai stata ufficialmente sciolta e io continuo a fare delle cose sia con Thurston Moore che con Lee Ranaldo (i due chitarristi della band di “Daydream Nation“, ndr). Poi ogni tanto ripubblichiamo qualcosa, vecchie registrazioni o concerti. Come band al momento non siamo più attivi, ma c’è un alone, come se qualcosa stesse continuando ad andare avanti…”

Valerio D’Onofrio
Il rock diventa mito – I migliori assolo di chitarra dagli anni 60 a oggi (speciale)

Da sempre figura emblematica, il chitarrista ha attraversato decenni di trasformazioni, aumentando via via la propria iconicità: dal bluesman maledetto e ribelle del rock’n’roll degli anni 50 al creatore di melodie lisergiche e ipnotiche della psichedelia degli anni 60, fino a diventare sempre più centrale con l’avvento dell’hard-rock negli anni 70. Con la nascita del metal, tra la fine dei 70’s e l’inizio degli anni 80, il chitarrista diventa una sorta di supereroe e la chitarra quasi una protesi fallica che ne sottolinea la potenza illimitata.

Michele Corrado
Afghan Whigs – Gentlemen (Pietra miliare)

Lungi dal voler considerare il grunge alla stregua di una marchio di indicazione geografica tipica, ma basterebbe la provenienza da Cincinnati, Ohio a sfilare gli Afghan Whigs dalla famigerata “scena di Seattle”, nella quale sono stati inseriti per comodità dopo l’esordio “Big Top Halloween” (1988) e il sophomore “Up In It” (1990, il primo per Sub Pop). Del resto, a quei tempi, prevedere quanto e in quali direzioni il granitico sound della band di Greg Dulli si sarebbe espanso, quali e quante influenze avrebbe fagocitato, sarebbe stato un esercizio arduo. Indovinarle tutte, semplicemente impraticabile. Poi nel 1992 arrivò “Congregation”, rivelatorio sin dalla meravigliosa copertina. Una formosa donna di colore giace su un manto rosso, tra le sue braccia cinge un infante bianco. Sono entrambi nudi, il contatto tra le pelli sancisce l’indissolubilità del legame tra la pop music dei bianchi e quella dei neri. Ponendo la seconda come progenitrice della prima…

Marco Bercella
Junior Boys – So This Is Goodbye (recensione)

Neoromantici dell’internet-era, poppettari elettronici (attempati e non), maniaci dell’indie fashion patinata, drizzate bene le orecchie e stringetevi forte, poiché nel freddo Canada c’è ancora qualcuno che pensa a voi. Non è impossibile ripetersi su alti livelli dopo un debut-album deflagrante, e anche gli Junior Boys sono qui a dimostrarlo. Giunto alle orecchie di molti appassionati, due anni orsono, con le ricercate reiterazioni pop digitali di “Last Exit“, lo chiccoso duo sceglie d’inerpicarsi su tornanti se possibile ancor più ripidi, pur non abdicando dalla propria stilosità.
Se “Last Exit” deve le sue grazie a griffate alchimie che solo in qualche caso lasciano il campo al puro songwriting , la nuova prova punta a obbiettivi differenti, accarezzando più da vicino il corpo morbido della melodia, dell’articolazione armonica. Pure e semplici canzoni, insomma.
Alla familiarità della forma, ai lineamenti eterei e trasognati delle composizioni rimasti intonsi, s’aggiungono nuove istanze verso cui prestare attenzione. Glitch e techno minimale che, da elementi cardine originari, si ritraggono nell’alveo del pop, ammorbidendosi fino nascondersi dietro a voci e tastiere; arrangiamenti che, pur sempre curati all’inverosimile, cessano d’ostentarsi per ripiegare ora nel romantico tepore, ora nel denso erotismo dei brani…

Paolo Ciro
Subsonica – Subsonica (Pietra miliare)

Considerata la velocità con la quale la nostra epoca crea e distrugge ogni cosa sul web, venticinque anni di OndaRock sono un mezzo miracolo. Ho vissuto soltanto una parte del viaggio, perché sono salito a bordo nel 2014, ma mi è stata sufficiente per conoscere di persona tanti artisti e raccontare la loro storia. Tra i momenti che tendo a ricordare con più affetto c’è la pietra miliare dell’esordio dei Subsonica, che proprio quest’anno di candeline ne spengono invece trenta. Per me, e forse anche per molti torinesi della mia generazione, quel disco è come tornare a casa.

L’esordio dei Subsonica è ancora oggi la fotografia di uno spazio-tempo perfetto, racchiuso fra le poche centinaia di metri che separano Giancarlo (il locale ai Murazzi) da CasaSonica, e immerso nello scintillio della controcultura post-rave figlia dei centri sociali. Siamo a Torino, ma la fotografia descrive bene anche altre esperienze sul suolo italico, come quella dei Casino Royale, primi ad abbinare strutture tipicamente dub a linguaggi debitori del sound bristoliano nel loro “Sempre più vicini” (1995). L’alternanza di stilemi soul e hip-hop, le linee di basso gommose, la loop culture, le ritmiche in levare sono parametri di riferimento importanti per la costruzione del progetto Subsonica, ma a tener banco nella compagine torinese è soprattutto la necessità di emanciparsi da una certa aura di provincialità attraverso un po’ di sana e compiaciuta sperimentazione.
Se negli anni Ottanta il titolo di un lungometraggio a basso budget recitava “I ragazzi di Torino sognano Tokyo e vanno a Berlino”, a inizio 1997 la nuova generazione di torinesi non ha bisogno di sognare altri posti, sta bene esattamente dov’è, nell’iperuranio dei Murazzi, e si raccoglie intorno a una band che ne rappresenta lo zeitgeist.

Gabriele Benzing
Sufjan Stevens – Carrie & Lowell (recensione)

“I don’t know where to begin”. Difficile immaginare una confessione più disarmata, per uno che di mestiere fa il cantastorie. Scoprirsi così sopraffatti da aver perso le parole. Da aver paura persino di affrontare il silenzio.
Difficile immaginarlo soprattutto per uno come Sufjan l’eclettico, quello del giro dell’America in cinquanta album. Ma in “Carrie & Lowell” le cose sono diverse: “Questo non è il mio progetto artistico. Questa è la mia vita”. E il gioco dei trasformismi lascia il posto alla carne e al sangue dell’esperienza.


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