Cultura

Approfondimenti – Ambient drone – Ambient-drone, la musica che dilata il tempo :: Gli Speciali di OndaRock

L’ambient drone è il formato per eccellenza delle escursioni sonore lunghe e meditative: brani che superano i dieci minuti, arrivano talvolta alla mezz’ora se non oltre, e si sviluppano senza melodie riconoscibili né una struttura ritmica; piuttosto, una massa sonora che si dirama, con fare lento e avvolgente: l’armonia resta quasi immobile, con le variazioni che ondeggiano come lente fluttuazioni, ripetute in un andirivieni virtualmente infinito. Gli Stars Of The Lid sono forse l’esempio più discusso, ma ridurre il genere a quel solo, seppur prezioso, nome significa raccontarne solo una parte. Non che la mappatura sia semplice: non esiste, dopotutto, un vero centro geografico della scena; piuttosto, esiste un apparato silenzioso, organizzato attorno a pochi poli che dialogano a distanza.

Terminata la fase di kosmische musik degli anni Settanta e il periodo new age del decennio successivo, infatti, ci si è spostati verso dimensioni di intimità domestica. Gli Stati Uniti restano un riferimento storico, ma le coordinate sono cambiate nel tempo. Il Giappone è l’altro punto fermo, con Tokyo e realtà più periferiche come Kobe. L’Europa, dal canto suo, si è ritagliata un ruolo crescente, soprattutto come piattaforma di distribuzione e ristampa. Ma più dei poli contano i loro continui spostamenti: un’etichetta nasce in un paese e poi si trasferisce altrove, magari due o tre volte, finendo per operare a migliaia di chilometri da dove era partita. Sono migrazioni quasi sempre legate alla vita privata di chi gestisce le etichette, non a logiche di mercato, e fanno sì che non esista un vero centro geografico.

Anche l’identità degli artisti si muove secondo logiche simili, fatta di pseudonimi e di nomi che scelgono di restare in penombra. Lo stesso vale per il trattamento dei materiali: non esiste un solo modo di affrontare la dilatazione degli spazi acustici, e ogni artista sviluppa il proprio metodo. Il duo americano The Fun Years costruisce loop dal giradischi partendo da fonti sonore non identificabili; Will Long impiega spezzoni di nastro fatti girare in continuo; Ayami Suzuki lavora solo con voce ed elettronica, e altri ancora si affidano al digitale per raggiungere una grana impossibile da ottenere con strumenti tradizionali. Sono proprio queste differenze, contrastate da una sensibilità quasi univoca, a comporre la geografia del genere: una mappa che i dieci dischi qui raccolti provano a raccontare.

Ayami Suzuki – Passages – 2023

L’arte di Ayami Suzuki vive nella voce, e ogni elemento ruota attorno ad essa. Di base a Tokyo, da giovane ha studiato musica folk celtica, anche se di quella formazione rimane poco. “Passages” stratifica il salmodiare canoro con loop, riverberi e delay al fine di creare droni organici: registra una melodia canora, la ripete ciclicamente e sopra vi intona altre linee vocali, come se stesse improvvisando una sessione di polifonia minimalista. Un cantato delicato ed effimero, senza ascensioni o climax, sempre tenue e misurato. I titoli mischiano lingue: “Mugenkaidan” (dal giapponese “mugen”, infinito) e “Denkmal” (parola tedesca per “monumento”), e rispecchiano l’andamento ciclico e potenzialmente infinito delle sue composizioni. La voce di Suzuki viene raddoppiata, triplicata, fino a formare un coro di doppelgänger e illusioni sonore, virando dal celestiale al bordone esoterico ma elegiaco.

Celer – Engaged Touches – 2009

Registrato da Will Long e dalla moglie Danielle Baquet-Long in due sessioni, “Engaged Touches” è il dialogo malinconico di un ricordo frammentato, la memoria di fotografie sbiadite e la nostalgia del passato. A fare da perno è la struttura ciclica, trionfale e al contempo tragica. Il vocabolario è quello di un immaginario sfuggente: pianoforte, archi, campane, field recording di treni, vagoni ristorante e fuochi d’artificio raccolti durante un viaggio in India vengono riverberati e resi soffusi. La copertina, con un uomo che si alza, anticipa già visivamente quel senso di soglia e di attesa che attraversa il disco. Uscito pochi mesi prima della morte di Danielle, “Engaged Touches” è diventato, suo malgrado, anche un canto del cigno: diversamente da altri lavori della coppia, qui gli strumenti convivono nello stesso spazio, in quello che resta, con ogni probabilità, uno dei punti più commoventi del genere.

Hakobune – Love Knows Where – 2015

Dietro Hakobune c’è Takahiro Yorifuji. La sua tecnica consiste nello stratificare la chitarra attraverso pedali e riverberi, rendendola così statica da far dubitare che la matrice sonora sia lo strumento a sei corde. Ne sovviene un paesaggio armonico che si addensa senza perdere calma: un metodo istintivo, che lui stesso descrive come poco complicato, da praticare preferibilmente al mattino. “Love Knows Where” esce in musicassetta e raccoglie tre brani: due lunghi e uno più breve a fare da cerniera. Il primo gioca un’ironia sul proprio titolo: più che “Rapids”, è una distesa calma e trasparente. Da lì, il disco scende nella melanconia e si dissolve nel minimalismo, una fuga buia avvolta nel proprio isolamento. Prima di dedicarsi a questa quiete in bassa fedeltà, ha suonato nei Whales, una band powerviolence: un contrasto che rende ancora più sorprendente l’immobilità e la beatitudine delle sue composizioni soliste.

Hirotaka Shirotsubaki – Hyogo – 2020

Nato nel 1986 in una piccola città vicino Kobe, Hirotaka Shirotsubaki pubblica musica dal 2011 con una costanza ammirevole. Le sue prime opere erano legate alla quiete dei sobborghi dove è cresciuto; con gli anni il suo lavoro si è fatto più universale, lasciando libera interpretazione all’ascolto. “Hyogo” cattura entrambi gli emisferi; l’opera prende il nome dal quartiere di Kobe dove ha trascorso l’infanzia, e, come dichiarato dall’artista, serve a fissare i ricordi di quel luogo. Un immaginario che Shirotsubaki esplora brano dopo brano, come in “Daikai”, che prende il nome dalla stazione metropolitana crollata nel terremoto del 1995. Ma quella del soundscaper è anche la capacità di toccare le corde intime dei propri vissuti, che sia nel suo Giappone o in altri continenti. Il catalogo dell’artista conta oltre trentacinque uscite, eppure “Hyogo” emerge come una cartografia sentimentale in grado di avvolgere.

Marble Sky – The Sad Return – 2007

Marble Sky è uno degli innumerevoli alias di Jeff Witscher, già noto nella scena noise. Nel 2007 pubblica “The Sad Return” in appena quindici copie su cassetta, con una dedica “a diversi amici in transito e di passaggio”: è il disco con cui abbandona l’abrasività rumoristica per una quiete opposta. Quello dell’opera è un ascolto autunnale, dove chitarra ed elettronica si evolvono con la stanchezza di chi ha sofferto, mentre cori di drone segnano l’atmosfera grigia di riverberi e romanticismo dronico. Lo spazio viene dilatato e permette di esplorare i propri ricordi e le emozioni che non torneranno, disegnando i contorni ideali per il solstizio d’inverno e la solitudine che esso porta. Ogni nota dura decine di secondi e si intreccia in un contesto di armonie intense e crescendi delicati quanto struggenti. È un suono poco luminoso, che vive nella penombra di un rumore bianco capace di adornare ogni pachidermico accordo.

Opinion – YT – 2020

Di Opinion si sa pochissimo: l’artista lavora da Montréal e non ha mai reso pubblica la propria identità. “YT” esce nel 2020 in cassetta da cinquanta copie, tre soli brani per ottanta minuti complessivi: il lavoro si apre con “Kansas”, quaranta minuti di sottili ma costanti variazioni timbriche, innervato da vaghi field recording, capace di evocare il nulla apparente delle pianure del Midwest americano, e di restare quasi immobile per tutta la sua durata. È invece “Uranium City” l’unica traccia con variazioni riconoscibili di note di organo, mentre il resto procede su una fissità quasi totale. La stessa etichetta lo presenta come una sorta di meditazione sui grandi spazi innevati del nord, capace di restituire, a suo dire, l’atmosfera di una giornata di neve canadese. Come nelle partiture quasi impercettibili di Jakob Ullmann, il suono di Opinion vive sulla soglia dell’udibile, una manifestazione apatica e sommessa di un vuoto interiore.

Private Elevators – First Feelings – 2014

Private Elevators è il progetto a due di Adrian Knight e Matt Evans, entrambi attivi nella scena newyorkese con un profilo ben più formale di quello che ci si aspetterebbe da un disco ambient lo-fi. Knight scrive musica pubblicata dall’editore classico Schott New York; Evans, di formazione percussionista, esegue pezzi di Steve Reich e Sarah Hennies. Questo bagaglio accademico si scioglie con “First Feelings”: nelle trame ipnagogiche si insinuano found sound quotidiani che fluttuano tra i droni, un amalgama di nitidezza fioca, quasi un unico materiale sonoro sospeso in una nostalgia da notte fonda; ne nasce un’opera grezza, come consunta da perpetue registrazioni su nastro magnetico. Resta un episodio laterale nelle rispettive biografie, e proprio per questo rivela un lato più libero, meno sorvegliato, di due autori abituati a scrivere per orchestre e ensemble.

The Fun Years – Baby, It’s Cold Inside – 2008

I The Fun Years sono un duo formato da Ben Recht, chitarra baritona, e Isaac Sparks, giradischi. Sono anche tra gli artisti più schivi della scena: non concedono interviste, non si esibiscono dal vivo, e quando rispondono alle email, lo fanno con poche parole. Il protagonista di “Baby, It’s Cold Inside” è il giradischi di Sparks, usato per ricavare loop lanosi da materiale sonoro eterogeneo, in un metodo che ricorda Philip Jeck o Jan Jelinek in veste ipnotica. Le parentele sono con la scena indie a cavallo tra i due millenni: le ombre del post-rock emergono negli arpeggi chitarristici, negli ostinati di pianoforte dissolti nel fruscio e nei reverse strumentali. Il risultato è un’armonia di inquietudini che si posa su un tappeto di basse frequenze mantriche e rumore del vinile vicino al suono del fuoco, con fraseggi non così lontani da slowcore e shoegaze, ma smontati pezzo per pezzo e ridotti a rumore filtrato.

The Hers – Tough Cunt – 2012

The Hers è uno dei tanti alias di Louis Johnstone, artista britannico più noto come Wanda Group. In un’intervista ha raccontato l’origine del progetto: “con The Hers ho iniziato usando solo vecchi dischi di musica classica trovati nei negozi di beneficenza”, per poi virare “verso qualcosa di più simile a un drone lungo e accecante”. “Tough Cunt” esce nel 2012 in appena cinquanta copie su cassetta. Il risultato è disorientante, costruito sovrapponendo campioni logorati, nastri ripetuti a oltranza e improvvisazioni su minutaggio insolitamente ridotto: l’effetto è quello di un dormiveglia in cui i ricordi si frammentano come sabbia e si ricompongono senza preavviso. Muovendosi tra le angosce di un drone scavato sulla terra e i fumi di gas radioattivi, Johnstone trova i suoi riferimenti in artisti come Gas e The Caretaker; “Tough Cunt” è un’opera che vive tra lirismo e hauntologia, microsuoni e bordoni, archi delicati e staticità straniante.

Uon – Superbath – 2017

Uon è uno dei tanti aka di un musicista di Berlino conosciuto dagli amici come Shy, attivo anche come Special Guest DJ, Caveman LSD e DJ Paradise. “Superbath” è una sola traccia di ventiquattro minuti, pensata esplicitamente come un sound bath, le sedute di rilassamento guidato fatte di toni continui, campane tibetane, gong, campanelli, costruite attorno alla vibrazione più che alla melodia. Il pezzo non cerca soluzioni né promette guarigioni: si tiene in piedi sulla propria (magnetica) semplicità, su poche linee acquatiche che si sovrappongono senza fretta, lasciando all’ascoltatore il compito di completare il resto con l’immaginazione: uno spazio denso su cui immergersi, come fosse una vasca di deprivazione sensoriale. Sette anni dopo, nel 2024, lo stesso brano viene rimasterizzato e ripubblicato, questa volta sotto l’alias Special Guest DJ: un’autocitazione a distanza, firmata però dalla stessa persona.


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