Amodei fa autocritica: “Troppe promesse, la fiducia è in calo”
ROMA – Il pericolo non è soltanto la bolla. È che la fede nella tecnologia venga a mancare. «Una crisi di fiducia» esiste, ha scritto due giorni fa sui social Dario Amodei, ceo di Anthropic, facendo per la prima volta autocritica riguardo i traguardi raggiunti dalle aziende – come la sua – che sviluppano intelligenza artificiale. Non molto tempo fa, Amodei disse che gli algoritmi avrebbero contribuito ad allungare la nostra esistenza, «fino ai 150 anni». Oggi invece afferma: «Dire che l’IA curerà il cancro è più un cliché che una fonte di ispirazione, e la maggior parte delle persone lo considera ingannevole». Il motivo, ammette Amodei, è che «le aziende di IA, inclusa Anthropic, non hanno ancora mantenuto le grandi promesse fatte a beneficio del mondo». «Credo che le persone comuni non si fidino delle aziende, dei governi o del settore tecnologico e sospettino sempre che stiamo tramando qualche nuovo modo per fregarle», sostiene il leader di Anthropic.


Questa diffidenza ha radici profonde: vent’anni di social media e di potere crescente nelle mani delle aziende tech hanno segnato l’opinione pubblica. L’IA oggi ne fa le spese, anche se appare come la tecnologia più promettente conosciuta finora. Per Amodei le critiche ai risultati raggiunti dall’IA sono «fondate». «È questo – dice – che dovreste rimproverarci, più della comunicazione e del marketing». Ma è difficile ignorare i proclami dei leader delle big tech intrisi di hype e interessi economici. Mirano tutti alla ricerca di capitale da investire nelle infrastrutture per la potenza di calcolo. Per questo promettono sempre di più.
In un recente saggio dal titolo “The Future Is for Everyone” che indica “una strada verso un futuro positivo”, Mark Zuckerberg, ceo di Meta, ha scritto che «nei prossimi anni le persone potranno utilizzare una superintelligenza superiore alle capacità umane, per creare e scoprire cose nuove e straordinarie». Lo stesso Amodei, nello stesso post in cui riconosce gli scarsi traguardi dell’IA, continua a insistere sul potenziale rivoluzionario di questa tecnologia: «Penso che sarà effettivamente possibile curare la maggior parte delle malattie umane in circa 5-10 anni, per quanto possa suonare folle alle persone comuni e francamente anche ai biologi».


Quelle di Zukerberg e Amodei sono previsioni speculative. Non poggiano, oggi, su solide basi scientifiche. Per molti sono parole ottimistiche farcite di interessi economici. Secondo lo Stanford AI Index, il più importante rapporto annuale sull’evoluzione dell’intelligenza artificiale nel mondo, i più entusiasti dell’IA sono i cinesi (84%). Gli americani (38%) sono decisamente più freddi. Amodei ha ragione a preoccuparsi.
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