Amministratori di sostegno, la rete silenziosa che regge migliaia di fragilità in Alto Adige
Ci sono storie che non finiscono quasi mai in prima pagina, ma che raccontano meglio di molte altre quanto una comunità sappia prendersi cura delle proprie fragilità. L’amministrazione di sostegno è una di queste. Capillare eppure molto significativa.
Passo indietro. Dietro la definizione giuridica si nasconde un lavoro quotidiano fatto di ascolto, mediazione, gestione economica, accompagnamento burocratico, tutela sanitaria e soprattutto relazione umana. In Alto Adige questo mondo muove numeri ormai strutturali: oltre 3.500 amministrazioni di sostegno attive, più di 500 nuovi procedimenti ogni anno e un trend che negli ultimi dieci anni è cresciuto in modo costante. Oltre le statistiche, però, ci sono le persone.
Persone come Sofia Fioravanzo, amministratrice di sostegno professionale, che ogni giorno si confronta con situazioni profondamente diverse tra loro. “Ogni caso è un mondo a sé”, racconta. “Ci sono persone con grandi fragilità economiche, altre con problematiche sanitarie, sociali o psichiche. Ridurre tutto alla sola gestione del denaro sarebbe completamente sbagliato. L’amministratore di sostegno deve entrare nella vita concreta della persona e capire davvero di cosa abbia bisogno”. Il lavoro comincia spesso da una prima consulenza. Possono essere un familiare, un servizio sociale o sanitario, oppure altre strutture del territorio a segnalare una situazione di difficoltà. Se emerge la necessità di attivare una tutela, viene presentato un ricorso al tribunale. Se viene richiesta nello specifico la nomina dell’associazione, il presidente assume formalmente l’incarico e successivamente il caso viene affidato alla persona ritenuta più adatta. “Cerchiamo sempre il miglior abbinamento possibile”, spiega Fioravanzo. “Serve affinità, ma anche competenza. Non si può affrontare tutto con un approccio standard”.
L’associazione lavora con una rete composta da professionisti e volontari. Oggi conta oltre 600 soci e propone anche corsi aperti alla cittadinanza per chi vuole comprendere meglio il ruolo dell’amministratore di sostegno o valutare un impegno diretto. “Facciamo anche da sportello”, prosegue. “Le persone possono contattarci via telefono, mail oppure fissare un incontro conoscitivo. Molti non sanno bene cosa comporti questo incarico. È giusto accompagnarli e spiegare cosa li aspetta”. Tra i casi che segue da più tempo, Fioravanzo cita quello di un giovane con grandi difficoltà economiche e personali. “Quando l’ho preso in carico aveva letteralmente pochissimi centesimi. Oggi ha recuperato una sua autonomia. C’è una quota di denaro che può gestire liberamente e il resto viene organizzato insieme, monitorando entrate e uscite per evitare squilibri. L’obiettivo non è controllare, ma costruire autonomia”.
Dietro questo sistema c’è una storia che in Alto Adige parte da lontano. A raccontarla è Roberta Rigamonti, direttrice dell’Associazione per l’Amministrazione di Sostegno APS. “Il primo sportello autonomo nasce nel 2006 all’interno della Federazione per il Sociale e la Sanità. L’idea era triplice: aiutare i cittadini e le famiglie, sostenere gli amministratori di sostegno e fare da filtro qualificato per il giudice tutelare”. Una struttura che inizialmente gestiva numeri contenuti, ma che nel giro di poco tempo ha visto cambiare completamente scala. “Nel 2008, con l’introduzione dell’assegno di cura, i ricorsi sono esplosi. Siamo passati da una decina a quasi 200 casi. Era evidente che servisse un’organizzazione più robusta”. Nel 2019 tutto il progetto è stato riorganizzato sotto l’attuale associazione, mantenendo il legame con il Dachverband ma acquisendo una struttura autonoma più specializzata. I numeri raccontano bene il fenomeno. In Italia le amministrazioni di sostegno aperte sono passate da circa 183.000 del 2014 a quasi 342.000 nel 2024. In Alto Adige la crescita è stata altrettanto significativa: da 2.110 casi attivi nel 2014 a oltre 3.500 oggi.
Le ragioni sono diverse. “C’è certamente un fattore demografico, con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento di patologie degenerative”, spiega Rigamonti. “Al contempo crescono anche le fragilità psichiche e sociali. E poi lo strumento è più conosciuto rispetto al passato”. Secondo i dati interni dell’associazione, quasi la metà dei beneficiari riguarda situazioni di demenza senile o Alzheimer, mentre una quota importante riguarda disabilità cognitive, malattie psichiche, ictus, patologie degenerative e forme di dipendenza. Non è un ruolo formale o burocratico. “L’amministratore rendiconta annualmente la gestione economica, ma questo non basta. Il monitoraggio reale della persona è fondamentale. Il rischio è trasformare tutto in una pratica amministrativa, mentre qui parliamo di vite”. Per questo l’associazione ha scelto anche di darsi dei limiti interni. “Per mantenere la qualità della relazione, chi lavora professionalmente non segue numeri illimitati. Serve tempo. Serve presenza”.
È proprio dalla relazione, comunque, che nasce uno dei progetti più significativi costruiti negli ultimi anni: il primo Codice Etico italiano dedicato agli amministratori di sostegno. “La legge definisce cos’è l’amministrazione di sostegno, ma non spiega davvero come si dovrebbe stare dentro questa relazione”, dice Rigamonti. “Per questo abbiamo sentito il bisogno di costruire qualcosa che andasse oltre il puro dato normativo”. Il lavoro era stato abbozzato già nel 2017, ma poi è stato ripreso e sviluppato con un percorso partecipativo. “Abbiamo coinvolto cittadini, operatori, amministratori. Tantissimi contributi sono arrivati soprattutto sulla qualità della relazione e sul lavoro di rete. È stato un processo molto ricco”. Il documento è stato poi tradotto e apprezzato anche a livello internazionale, entrando nella rete dell’International Guardianship Network. “Ne siamo orgogliosi perché non è solo un testo tecnico. È una visione culturale”.
Tra le nuove sfide, intanto, c’è quella interculturale. “In Alto Adige aumentano le situazioni che coinvolgono persone con background migratorio, anche anziani. Avevamo realizzato materiali informativi in tredici lingue. Vorremmo rilanciare quel progetto e rafforzare la rete internazionale”.
A portare uno sguardo ancora diverso nell’ assemblea c’è Paolo Zambaldi. Per anni sacerdote, da alcuni mesi ha scelto un cambio radicale di vita e oggi collabora con l’associazione. “Qui ho trovato una dimensione molto concreta dell’aiuto”, racconta. “Si entra davvero nelle difficoltà delle persone, non in modo astratto ma reale. Si prova a costruire risposte”. Per Zambaldi il senso del lavoro sta proprio nella prossimità quotidiana. “Ci sono situazioni molto complesse, ma anche la possibilità di fare qualcosa di utile, tangibile. È una forma di accompagnamento che restituisce dignità”. In un tempo in cui molte fragilità rischiano di diventare invisibili, l’amministrazione di sostegno continua a crescere senza clamore.
Silenziosamente, ma con un peso sociale sempre meno ignorabile.
✍️ Alan Conti




