Allason, confessioni di una antifascista “ma senza eroismo”

Fra essere e dover essere, l’oscillazione propria dell’intellettuale, fino a diventare un dramma. Tra i suoi scenari, la collina torinese durante il Ventennio. Si riapra la Casa di Cesare Pavese, con il suo alter ego, il professor Corrado, un impolitico che sconta, di esame in esame di coscienza, una “strana immunità rispetto alle cose”, non riuscendo (non volendo) varcare il confine, “farsi” Resistenza. Ci si avventuri nella “Confessioni di una letterata” di Barbara Allason, un inedito ora per i tipi di Aragno, lo scampolo autobiografico di una coscienza raffinatamente tormentata, “che si era spesa per la causa antifascista ma senza eroismo”, come sottolinea Giacomo Jori, egregio curatore di queste pagine.
Germanista, traduttrice del Faust, e scrittrice (la biografia di Silvio Pellico ammirata da Croce), madre di Gian Carlo Wick, il fisico allievo di Enrico Fermi e successore a Berkeley di Oppenheimer, la Allason oscillerà fra il mondo di ieri restaurato in “Vecchie ville vecchi cuori”, dove lo stile dissipa l’odor di muffa, e l’urgenza di salvare, lei amica di Gobetti, di fronte all’Italia in camicia nera, la dignità prima della genialità (come documentano le “Memorie di un’antifascista”, in attesa di essere riproposte).
Certo: Barbara Allason, per la solidarietà espressa a Croce, sarà allontanata dall’insegnamento (Liceo Scientifico e libera docenza di Letteratura tedesca). E sarà arrestata, come appartenente a Giustizia e Libertà, ma rilasciando dopo vari interrogatori una confessione che condurrà al primo arresto di Leone Ginzburg (una debolezza che la Torino antifascista mai le perdonerà, non così rigido rivelandosi Leone).
Certo, l’apporto “senza eroismo” alla causa antifascista nel campo dell’azione. Ma Barbara Allason il suo sicuro contributo lo offrirà sul piano intellettuale. Lei stessa lo delinea nelle Confessioni, ricordando due sue prefazioni: ai Discorsi della nazione tedesca di Fichte, “dove segnalai l’anticipazione del folle nazionalismo che divampò ed esplose nel piccolo e sventurato cervello di un Hitler” e “al Nietzsche teorizzatore delle future demenze, e ballerino pesante di un ballo che doveva portare la Germania alla sua rovina”.
A suggellare le Confessioni, un inedito ritratto di Gobetti, ulteriore occasione per ritrovare l’”arcangelo della Rivoluzione Liberale” un secolo dopo la scomparsa, esule a Parigi: “Chi lo conobbe cerca di rincuorarsi nel ricordo del suo sguardo di fiamma e di quel suo sorriso, di quel suo così dolce, così malizioso, così inesauribile sorriso di fanciullo”,
Gobetti, lo spirito guida del cenacolo di Barbara Allason, fra la residenza lungo il Po e la Vigna a Pecetto, da Salvatorelli a Brosio, da Colorni a Casorati, dal professor Levi, padre di Natalia Ginzburg, a Filippo Burzio. Talvolta, tra politica e cultura, ideando una passeggiata: “Era una di quelle giornate fredde e limpide, in cui la campagna, nei suoi colori di vecchio oro di ametista, e zaffiro, svela tutta la sua bellezza. Méta della gita era il valico dell’Eremo. […]. Sul cielo, tinto all’occaso di arancione e di rosso, la catena meravigliosa delle Alpi, dal Viso al Rosa, spiccava sicura violacea su quello sfondo di apoteosi…”.
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