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Aleš Debeljak, la coscienza critica senza confini della Slovenia (Traduzione di Michele Obit)

Un anno prima della sua morte prematura, nel 2015, Aleš Debeljak in un saggio si descrisse così: “Sono un uomo comune dei nostri tempi. Uso i libri per trovare un luogo in cui rifugiarmi, anche se solo temporaneamente, dentro un miscuglio di narrazioni ed esperienze, fatti e fantasie”. Debeljak, che si vuole qui ricordare a dieci anni dalla scomparsa, ha rappresentato più di altri la coscienza critica letteraria (e non solo) slovena, nel passaggio di quel piccolo Stato dall’appartenenza a una repubblica federale in via di disfacimento all’indipendenza e all’ingresso nell’Unione europea. Il suo punto di vista era quello di chi poteva anche aver coltivato una speranza, un sogno (parola che compare spesso nelle sue poesie), ma che poi si rende conto che la nascita di un cittadino sloveno, un individuo informato e critico, si era trasformata in quella di un consumatore, che non si cura delle questioni comuni ma solo dei propri interessi.

Debeljak si divideva tra Lubiana e gli Stati Uniti (la moglie è la scrittrice Erica Johnson Debeljak), e sia qui che là leggeva, scriveva, discuteva, teneva conferenze. Quelle in cui parlava a voce alta, con tono deciso, con passione. I ​​suoi occhi mostravano un’infinita curiosità. E la sua poesia era come lui: non aveva confini, raccontava, con il suo mondo, il mondo di tutti noi. Le due poesie qui proposte in traduzione sono tratte dalla raccolta Pod gladino (Sotto la superficie) uscita nel 2004.

M. O.

***

Ungheria, vicina e sola

Le rotaie del tram, poste già prima dell’ultima
guerra, portano ad alti edifici nella piazza

principale, non altrove. Alle finestre aperte biancheggiano
le lenzuola, solo un po’ insanguinate sui bordi, le gestanti

gesticolano un saluto vespertino, l’addio alla
gelosia mi turba, sognatore

solitario. Mi interesso alla conchiglia bocca di toro,
soprattutto per la vicina, il turgido seno s’impettisce

nel buio e dal balcone protetto ama porgere
l’orecchio al temporale sulla superficie del lago,

china sulle incisioni su rame, di quelle che
non posso permettermi di avere, così confido

piuttosto nel caso fortuito delle opere di bene e nella necessità
di poesie in una lingua priva di parentele. Dei veterani,

ingannati dal lauto ricordo, guardano
confusi oltre i canneti del Balaton, mentre si solleva

e si piega per lo sforzo di diventare
di nuovo mare e singhiozza alla disfatta, sotto

i cespugli di sambuco che fiorisce
con uno scoppiettio violaceo e il pianista pazzo

accarezza i tasti, l’alcool lo aiuta,
ovvio, mentre ricama le note per gli ex proprietari.

*

Sogna, scrivi, cancella

La forma del caos è questa poesia, che nemmeno
un angelo può controllare, figurarsi io,

pellegrino senza meta nel mattino di maggio, solo
e ancora un po’ umido del latte che ho bevuto,

un sonnambulo davanti all’aurora, ah, l’ho filtrato
dagli steli assolati del papavero, a metà strada tra

la Galizia e la Bucovina, il più possibile vicino al cielo e
alle grate fatte di lingua, convinto che nessuno mi

vedesse, davanti all’aurora che ha mescolato la piattezza
della nebbia e i prosciugati mari, prendendo una bevanda

più buona del Red Bull, perché sullo stelo selvatico,
come sull’anima selvatica, odora il fiore, su quelli invece

che nei giardini crescono a conforto umano è un frutto
che emana un profumo inebriante e per strade impervie

lentamente si diffonde, là dove vorrei ritirarmi,
in fuga dalle guerre, prima ancora che il capitano

abbia dato l’ordine di bruciare il paese, e l’urlo di un bambino
si conficchi nell’aria, ripulito della superflua litania

che mi salirebbe dai polmoni, se la sapessi,
certo, ma sono del tutto inutilizzabile, come una rete

strappata, perciò altro non mi resta che sottomettermi
all’imposizione del bastone e della cioccolata, e ancora sognare.

***

Aleš Debeljak è nato a Lubiana nel 1961. Laureato in Filosofia e Letterature Comparate all’Università di Lubiana, nel 1993 ha acquisito il Ph.D. in Sociologia presso la Maxwell School dell’Università di Syracuse, nello Stato di New York. Le sue opere – sia raccolte poetiche che saggi sociologici e letterari – sono state tradotte in moltissimi Paesi, tra questi in Francia, Spagna, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Finlandia, Lituania, Polonia, Inghilterra, Usa e Giappone. Per la sua attività di ricercatore e di poeta ha vinto numerosi premi letterari ed è stato insignito di titoli onorifici e accademici in tutto il mondo, tra i quali ricordiamo la nomina ad Ambasciatore delle Scienze della Repubblica di Slovenia, l’incarico di Senior Fulbright Fellow all’Università Berkeley, nello Stato della California, e il premio letterario Chiqyu vinto a Tokyo nel 2000. Ci ha lasciati nel 2016.

Foto in evidenza di Jure Eržen


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