Cultura

ALBUM: The Blue Herons – Demon Slayer

Dio benedica Andy Jossy e Gretchen DeVault. Io da amante del guitar-pop più cristallino e avvincente, quello che mette sempre e comunque davanti a tutto la melodia non posso rimanere insensibile di fronte alla nuova fatica dei The Blue Herons, sì, perchè “Demon Slayer” è veramente bellissimo. La qualità media è molto alta, ma vi assicuro che ci sono dei picchi in cui si resta senza fiato, letteralmente trasportati in una nuova dimensione, staccata dalla nostra realtà. la forza e la potenza di una canzone è proprio qui, quando per quei 4,5 minuti tutto si dimentica e ci si sente parte esclusiva di un qualcosa creato da quelle note. Una sensazione bellissima. Ecco, qui accade spesso, preparatevi.

Andy migliora disco dopo disco, come se il lavoro precedente fosse per lui una palestra necessaria per affinare abilità e precisioni che poi saranno sviluppate ed esaltate nel lavoro successivo, su Gretchen francamente c’è poco da dire, ha una versatilità magnifica, capace di infondere toni, colori ed emozioni nuove e suggestive a ogni brano: l’alchimia tra questi due artisti è ormai visibile, lampante. Non è solo un “funzionano bene insieme”, no, no, quesi c’è proprio sintonia emotiva, un legame profondo basato sulla musica che porta l’uno a completare il lavoro dell’altro, in una simbiosi magistrale che arriva a noi ascoltatori in modo chiaro e stupefacente.

“Demon Slayer”, che, ricordiamolo, esce per per un trittico di etichette, ovvero Shelflife Records (Nord America), Too Good To Be True (Francia) e Fastcut Records (Giappone), è melodicamente a livelli altissimi, capace di risvegliare in noi le passioni più belle e mai sopite per la Sarah Records, il jangle-pop che ti cambia la giornata, lo shoegaze degli anni ’90 così evocativo o il C-86 immortalato da NME. Eppure non c’è solo il passato, troppo facile catalogare un simile disco come “nostalgico”, facile ma sbagliato, sbagliatissimo, perché la versatilità, l’eleganza e il piglio suggestivo di queste canzoni mettono in luce la competenza totale dei due protagonisti, perfettamente pronti e capace di sfoderare trame melodiche imbevute di rimandi al passato ma perfettamente in grado di vivere nel presente, capaci di reggersi sulle loro gambe e non vane copie carbone di classici.

“Take A Break” apre le danze con una freschezza pazzesca: uno spettacolare biglietto da visita di quello che andremo a sentire, con Andy che si destreggia tra tutto il destreggiabile, andando quasi a muoversi in zona Alvvays, passando però prima dagli Smiths, mentre Gretchen è di una dolcezza che ti scioglie. Da lì in poi la strada è tutta in discesa, con una media compositiva altissima, ma alcuni picchi, come dicevo all’inizio, che provocano pelle d’oca immediata, penso agli arpeggioni di “Silent” che poi si fondono con trame dream-pop, a quell’andamento magnificamente sbarazzino di “Turned To Stone”, alla scuola House Of Love di “Fight Or Flight”, alla varietà suggestiva di “Willow” che si sublima in quell’apertura shoegaze che ci fa impazzire e quasi piangere, giuro, al crescendo magistale di “My Way” con quel suo climax creato ad arte, passando e chiudendo. ovviamente. con quella splendida traversata nel mare del perfetto guitar pop che è “Empty Spaces” che ci fa emozionare e commuovere con i suoi magici 6 minuti di intensità altissima che passano da shoegaze ad arpeggi cristallini che vorresti non finissero mai, con quei vocalizzi che si rincorrono senza sosta.

Che posso dire? Grazie Andy, grazie Gretchen. Grazie di cuore per una simile bellezza.

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The Blue Herons: Bandcamp

10 – Turned To Stone


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