ALBUM: Makthaverskan – Glass And Bones

Ma come si fa a non amare un disco simile? Tanto urgente, viscerale e tagliente quanto adorabile e accogliente, ovviamente a modo suo? Non so, lasciatemi usare questa immagine assurda…un coltello affilatissimo imbevuto di miele, dolce e dannatamente invitante. Ecco sì, questa è proprio la fotografia che mi compare davanti agli occhi ascoltando “Glass and Bones” dei Makthaverskan, un disco che vive di contrasti capaci di amalgamarsi e cercarsi, come se non aspettassero altro.
Contrasti dicevamo e non solo tra le canzoni (impossibile non restare incantati di fronte a brani scarni e quasi gotici come “Black Waters” e “Anytime” in cui i momenti di silenzio, quegli spazi di attesa, contano tanto quanto quelli musicali, due brani che si discostano dalla sonicità delle altre canzoni), ma anche nei pezzi stessi, nell’approccio sonoro che fonde un post-punk crudo con un taglio però fortemente evocativo, epico e scintillante, potenziato sopratutto da Maja Milner, come sempre sugli scudi e valore aggiunto per una formazione che, stavolta, mi sembra lavorare ancora più forte del solito al suo lato melodico e “smithsiano” (se mi passate il termine), sforando veri e propri inni travolgenti e coinvolgenti, fragorosi a volte, ma mai caciaroni. Menzione d’onore per “Gambo”, con un lavoro ritmico esaltante e un jangly che mi esalta e poi ovviamente per “Oken” che chiude il disco in modo pazzesco, con una tensione bruciante che si fa quasi invocazione pagana con quel coro finale mentre il ritmo tende ad aumentare sempre più, da brividi.
Un grande disco, di quelli che lasciano il segno.
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