Alabaster DePlume – Dear Children Of Our Children, I Knew: Epilogue
Va bene, è “solo” un EP. Va bene, sono “solo” 5 brani. La verità, però, è che si tratta della miglior cosa (a mio parere) composta finora da Alabaster DePlume e uno dei migliori dischi ascoltati quest’anno.
Semplicemente venticinque minuti di grande musica. Se permettete, non sono pochi.

Cinque pezzi interamente strumentali dove il sax giganteggia. Con “Dear Children Of Our Children, I Knew: Epilogue” DePlume rinuncia infatti alla parola.
L’EP nasce durante il tour americano del 2025 insieme a Shahzad Ismaily e Tcheser Holmes, e si sente immediatamente che questi brani non sono “composti” nel senso tradizionale del termine: emergono da una convivenza musicale, da un’intimità accumulata sera dopo sera sul palco.
La prima impressione è quella di una musica che cammina in punta di piedi dentro una ferita storica.
Musicalmente, questo EP è una delle opere più scarne e vulnerabili di DePlume. Il sax non cerca mai il virtuosismo: trema, si incrina, resta sospeso su note lunghe che sembrano incapaci di trovare una vera risoluzione. In “Bringing Up the Nakba” il tema ritorna ossessivamente come un pensiero che non riesce a essere rimosso; la batteria kraut e il basso producono una tensione straordinaria. “Play A Role In It And I Know” e “It’s Only Now Once (Elbit Systems Windowpane)” sono due magnifici brani dolci, fragili e poetici. “Glass” è puro spazio emotivo. DePlume trasforma ogni nota in una domanda rivolta all’ascoltatore.
“What Did the Child Say / Facing Reality”, chiude il disco riprendendo il sax ossessivo dell’inizio ma stavolta la sezione ritmica è più squisitamente jazz.
Rispetto a “A Blade Because A Blade Is Whole” questo EP appare più silenzioso, più spoglio, più pessimista. Lascia la sensazione di aver attraversato qualcosa di troppo grande per essere raccontato pienamente. Possiamo definirlo un dopoguerra emotivo.
La cosa più sorprendente è che, pur essendo un lavoro fortemente politico, naturalmente dedicato ai bambini palestinesi, “Dear Children Of Our Children, I Knew: Epilogue” non cerca mai l’enfasi militante. DePlume sceglie la vulnerabilità.
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