Lazio

Addio a “Zi Ciccio”, lo storico mediatore di Cosa Nostra a Roma

È stata la figlia a trovare il corpo e a dare l’allarme. I sanitari del 118, arrivati nell’abitazione, non hanno potuto far altro che constatare il decesso per cause naturali, sotto lo sguardo dei Carabinieri intervenuti per gli accertamenti di rito.

Così, nella giornata di ieri, si è spento uno dei personaggi più enigmatici e silenziosi della criminalità organizzata nella Capitale.

Per gli inquirenti della Direzione Investigativa Antimafia, D’Agati è stato per decenni il “custode dei segreti” di Cosa Nostra a Roma, una figura chiave capace di muoversi lontano dai riflettori ma centrale negli equilibri mafiosi.

Nato a Villabate, in provincia di Palermo, e trasferitosi a Roma già negli anni Sessanta, non ha mai incarnato il profilo del boss di strada. Le inchieste lo hanno invece descritto come un vero e proprio “ambasciatore” della mafia siciliana nella Capitale.

Ritenuto uomo di fiducia di Pippo Calò, il “cassiere” di Cosa Nostra, e in stretto contatto con i Santapaola di Catania, D’Agati era il punto di riferimento a cui rivolgersi per dirimere conflitti e siglare accordi. Il suo potere non passava dalle armi, ma dalla capacità di mediazione e dal peso delle relazioni, costruite nel tempo con pazienza e discrezione.

Il suo nome è legato in particolare a Ostia, considerata dagli investigatori un laboratorio criminale a cielo aperto. Qui avrebbe avuto un ruolo decisivo nel favorire la tregua tra i clan Fasciani e Triassi, scongiurando una guerra che avrebbe danneggiato gli affari di tutti.

Un prestigio rimasto intatto anche in età avanzata: nell’operazione “Equilibri” del 2019, a 83 anni, veniva ancora intercettato come la figura che «rappresenta la mafia qua a Roma».

In una rara intervista televisiva, concessa a “Mappe Criminali”, aveva sintetizzato la sua filosofia con poche parole: «L’onore non è un passaporto che si dà a chi lo chiede». Un’immagine da “vecchio saggio” della mala, capace di tessere rapporti e mantenere equilibri, dialogando con nomi di primo piano come Michele Senese e i clan Fragalà.

Con la sua morte scompare uno degli ultimi protagonisti di una stagione criminale che ha accompagnato l’evoluzione della mafia nella Capitale: dal narcotraffico degli anni più violenti al riciclaggio e agli affari moderni, sempre nel segno di quel ruolo di mediatore che per anni ha garantito una fragile convivenza tra i diversi cartelli criminali romani.

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