Addio a Cauteruccio, Maestro di visioni. Era tornato nella “sua” Calabria
Appena tre giorni fa un comune amico, l’attore e regista Saverio La Ruina, che era andato a trovarlo a Sibari, dove abitava dopo il suo ritorno di Calabria, mi aveva detto: «L’ho trovato tranquillo, sa che gli rimane poco ma sta vivendo questi ultimi giorni con la serena consapevolezza di aver avuto un’esistenza piena». E, aggiungo io, probabilmente con la coscienza, altrettanto piena, d’essere stato un grande del teatro italiano di ricerca, della cosiddetta seconda avanguardia, molto acclamato anche all’estero, un Maestro che ha lasciato esempi e insegnamenti di un modo esemplare di vivere il palcoscenico e tutto ciò che a esso è connesso. Così ieri, nell’Hospice di Cassano Ionio, se n’è andato Giancarlo Cauteruccio (avrebbe fatto 70 anni a luglio ed era nato a Marano Marchesato, in provincia di Cosenza), diventato prima grande a Firenze (dove aveva studiato Architettura), con il gruppo Krypton soprattutto, e poi a Scandicci con il Teatro Studio: era l’artista per eccellenza della ricerca multimediale, nello stesso tempo straordinariamente moderno e tecnologico, ma anche – quando occorreva – fedele alla parola.
Tra radici calabresi e avanguardia internazionale
Noto anche all’estero per la sua poetica basata sul rapporto tra arte e tecnica ultramoderna, Cauteruccio è sempre rimasto legato alla sua Calabria, pur realizzando spettacoli che parlano a tutto il mondo. «Portare il Calabrese a teatro e farne una lingua artistica, al pari di altri idiomi regionali» è stato un progetto centrale nella sua intensissima attività. Titoli come «Picchì mi guardi si tu si masculu» e «Panza, crianza e ricordanza» la dicono lunga, come anche un «Finale di partita» di Beckett in lingua calabrese o gli inserimenti “dialettali” ne «L’ultimo nastro di Krapp» e in altri testi famosi. Ma è soprattutto il rapporto tra spazio, luce, parola e suono in dimensioni visive tridimensionali, da “visioni” appunto, che ha portato gli spettacoli di Cauteruccio in tutto il mondo, da New York a Mosca, Berlino, Oslo eccetera.
Il teatro come architettura di luce e suono
Per lui il teatro era «uno spazio che deve essere strutturato con la luce e con il suono». Nel tempo ha aggiunto al lavoro di regista e di scenografo anche quello di attore: «Mi è capitato per necessità – raccontava –, per una specie di smania bulimica di impossessarmi del testo a tutti i livelli». E non si può fare a meno di pensare alla sua possente corporatura. Lui voleva produrre non tanto contaminazioni, quanto invece vere e proprie metamorfosi come, per esempio, in quello che divenne uno spettacolo cult: «Eneide» che, nel 1983, trasformò l’epica di Virgilio in un’opera rock con le musiche dei Litfiba, acclamata perfino a La Mama di New York, vertice mondiale del teatro di ricerca. Ed è rimasto storico «Intervallo», uno spettacolo del 1984, che trasformò Firenze, tra Ponte Vecchio e Ponte delle Grazie, in una visione immaginifica con un uso dei raggi laser, che è stato precursore di un modo di trasformare la realtà, poi usato soprattutto dal cinema.
Scandicci capitale della sperimentazione
Con lui Scandicci divenne una vera e propria capitale della sperimentazione, ospitando grandi artisti, da Bob Wilson a Luca Ronconi, mentre Cauteruccio inanellava collaborazioni di rilievo, da Irene Papas a Franco Battiato e a Ornella Vanoni (diretta in Calabria nel 2007 nello spettacolo «Femmina e fuoco»). E, se era il caso, dava la precedenza alle sue idee e non alle attese degli spettatori, come accadeva in «Canti orfici/Visioni» (visto al Vittorio Emanuele di Messina nel 2016), ispirato al testo di Dino Campana, dove le sue sperimentazioni tecnologiche entravano nei pensieri del poeta e diventavano visioni oniriche, di realtà sbriciolate in immaginazioni e premonizioni.
L’amore per Beckett e la centralità del corpo
Ma il suo vero grande amore è stato probabilmente Samuel Beckett. Non è un caso che mi sia rimasto indelebile nella memoria il suo «Krapp», visto a Milano nel 2005, quando il pubblico che entrava in sala trovava Cauteruccio intento a cucinare un profumatissimo piatto di spaghetti al sugo (che poi divideva con uno spettatore). La straordinaria intuizione in quello spettacolo era stata quella di utilizzare il suo corpo per “spiegare” Krapp. La bulimia del protagonista, che comunque lo scrittore irlandese aveva messo in evidenza in una scena iniziale in cui mangia molte banane, era posta in primo piano dall’artista calabrese per fare da contrasto all’anoressia degli affetti.
L’impegno civile e l’ultimo sogno per la sua terra
Mente e corpo, dunque, da Beckett a Cauteruccio, erano una sola cosa. Finita tra mille polemiche l’esperienza in Toscana (eppure a Scandicci tornò appena un anno fa per dirigere «Il ritorno del soldato» per il centenario di Saverio Strati, altro grande calabrese là emigrato), ieri celebrata dal presidente della Regione Toscana, Giani, Cauteruccio tornò in Calabria diventando un punto di riferimento per i suoi colleghi conterranei e dove, nel marzo di due anni fa, inventò una straordinaria azione teatrale, intitolata «Arithmos KR46M, KR14F9», per celebrare il primo anniversario del naufragio di migranti a Cutro, che provocò 94 vittime. Musicisti e attori, insieme con lui, stavano sulla spiaggia guardando verso i resti delle barche che galleggiavano in mare, simboli e realtà nello stesso tempo.
E per la Calabria ha lavorato sino a pochi giorni fa, ideando per il Comune di Rende una Casa della Musica, destinata a diventare un polo lirico internazionale. Come dire, alla sua maniera, «panza, crianza e ricordanza» fino all’ultimo. I funerali saranno domani alle 10.30 nella chiesa di Gesù Buon Pastore di Sibari.
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