Chaka Khan – I Feel For You: Diventare la regina del funk :: Le pietre miliari di OndaRock
Dura la vita negli anni Ottanta, per tanti reduci del decennio precedente. Anche per molte delle sue star, in fondo, non è che si è andati tanto per il sottile. Bianchi, neri (qualcuno ha detto Disco Demolition Night?), rocker, cantautori, dive soul, il passaggio al nuovo decennio non ha fatto prigionieri, favorendo da un lato l’emersione di nuovi contesti espressivi (supportati anche da un notevole avanzamento tecnologico) e dall’altro una pressoché totale emarginazione di quanto non riusciva a stare al passo.
Adattarsi o soccombere: c’è chi ha mandato giù la lezione alla perfezione (basti pensare al successo degli Yes o dei Genesis), chi ha faticato (i grandi autori), chi è stato proprio messo da parte e chi ha preso il percorso panoramico, prima di uscire vincitore. Si pensi a Chaka Khan: la prorompente voce femminile dei Rufus, che da Chicago avevano portato in lungo e in largo per gli States il loro travolgente lessico funk, centrando anche non poche top ten, l’interprete di uno dei momenti più inossidabili della disco-music tutta (“I’m Every Woman”), con cui di fatto ha lanciato la sua carriera solista. Proprio lei, che con il suo vertiginoso dinamismo vocale sapeva come lasciare un ricordo indelebile, con l’aprirsi e l’avanzare del nuovo decennio rischiava di restare un glorioso esempio di icona anni Settanta incapace di attrarre platee più giovani. Ma saranno proprio loro, i giovani, a dare una svolta all’intera storia.
Non che nel mentre Chaka Khan fosse rimasta ferma: presasi una lunga pausa dai Rufus per concentrarsi sulle sue attività da solista, passata la fortunata stagione disco, sin da subito vede bene di interpretare le novità estetiche e sonore introdotte col cambio di decennio e tenersi al passo con i tempi. L’avvento massiccio dei sintetizzatori, di stacchi ritmici di stampo boogie, le innovazioni in materia di r&b e dintorni che personaggi quali Rick James e Prince stavano portando avanti con grande convinzione: tutto questo viene introiettato con grande successo artistico da Khan (“What Cha’ Gonna Do For Me” e il disco meritano senz’altro più di un giro), ma al di fuori di qualche rapida incursione nelle classifiche (spesso di settore) e di un apprezzamento convinto degli addetti, nessuno dei tre successori di “Chaka” riuscì a ripeterne realmente l’impatto. Troppa competizione? Troppo desiderio di tagliare i ponti col passato? Impossibile trovare una risposta univoca, ma quello che era certo era che per ribadire il proprio posto nel dibattito pop che contava era necessario uno scatto ulteriore, una sorpresa tale da riposizionare il proprio nome tra i più eccitanti in circolazione. Troppa ambizione? Più che altro la capacità di intravedere quanto si agitava e di applicarlo a un contesto unico nel suo genere.
Si parlava di giovani, poco più su. Difficile non rilevare il peso del loro apporto in un progetto quale “I Feel For You”, che di fatto segna il passaggio alla piena carriera solista di Chaka Khan, dopo che i Rufus, a seguito di un’ultima scintillante reunion, chiudono nel 1983 le proprie attività con l’eccellente “Stomping At The Savoy”, tanto live album quanto efficace greatest hits, capace anche di consegnare un futuro classico quale “Ain’t Nobody”. Difficile non osservare il modo in cui la nascente cultura hip-hop, con la crew di Grandmaster Flash a infiammare le strade del Bronx, e il crescente entusiasmo per la breakdance, enfatizzato anche dalla contestuale uscita del film “Breakin’” nel maggio del 1984, acquisiscano un’importanza capitale, nello sviluppo e nell’ideazione di un disco capace di stravolgere totalmente ogni aspettativa legata alla personalità di Khan. E se le sfide di ballo in giro per le strade d’America rappresentano il setting giusto, c’era bisogno di un tramite musicale altrettanto giusto per trasmettere al meglio l’avvenuta trasformazione. Sempre attenta ai cambiamenti e all’emergere di nuovi talenti, Khan aveva già scorto tutto lo straordinario potenziale del già menzionato Prince Rogers sin dal suo timido esordio, in un rapporto di proficua amicizia che durerà sino alla morte di quest’ultimo. L’attenzione si spinge però ben oltre gli interessi comuni e va a focalizzarsi su un apparente brano minore tratto dall’omonimo del ’79 del genio di Minneapolis, un momento posto quasi a fine scaletta ma che in nuce contiene già molta della poetica princeiana a venire. La scelta si rivela perfetta per l’esplosività vocale di Khan, anche se verrà accompagnata da un pizzico di dramma.
La leggenda narra che la cantante, una volta ascoltato il mix finale di “I Feel For You”, sia scoppiata a piangere, convinta che il brano fosse stato completamente rovinato dagli effetti e dall’introduzione adottati per l’occasione. Impossibile sapere se questo corrisponda a realtà, ma è vero che rispetto all’originale, che quatto quatto era riuscito nel mentre a infiltrarsi nella colonna sonora dello stesso “Breakin’”, l’adattamento di Khan fa piazza pulita dell’elegante grana soulful (presente anche nella misconosciuta cover delle Pointer Sisters di due anni prima) e lascia convivere anime diametralmente opposte, in arrembante quanto scatenata sinergia.
L’impeto giovanile e l’esperienza, le strade e lo studio, il rap e lo scratching alla corte dei sintetizzatori: con un organico espanso che vede partecipare contemporaneamente Grandmaster Melle Mel (suo l’iconico “Ch-ch-ch-Chaka Khan” con successivo freestyle che apre il brano e che forse fece versare più di qualche lacrima alla stessa), l’armonica di Stevie Wonder, la supervisione di Arif Mardin (un gigante della produzione dietro a nomi quali Aretha Franklin, Dionne Warwick e Roberta Flack), il brano che introduce la nuova stagione discografica di Khan è un tripudio ritmico in piena regola, un gioco di scatti e ripartenze che (s)travolge la scrittura di Prince e ne esprime tutto il potenziale urbano, consolidato dall’irrefrenabile trasporto vocale di Khan, qui in una delle sue interpretazioni più grintose. Altro che rovina: in questo scontro/incontro di attitudini e frequenze, l’immagine elegante ma in fondo troppo ancorata al passato della chicagoana viene capovolta, ritrova una freschezza da tempo perduta, si interfaccia con la nuova generazione di musicisti senza alcuna boria, mostrandosi pronta a dominare anche contesti più ballabili.
Il successo, va detto, è travolgente: il funk segmentato di “I Feel For You”, capace a suo modo di lasciar intuire le forme del new-jack-swing che verrà, tocca la terza posizione nei natii Stati Uniti ma soprattutto consente a Khan, finora relegata a one-hit-wonder con la sola “I’m Every Woman” di sei anni prima, di ottenere riscontri importanti in lungo e largo, dalla prima posizione (tenuta per tre settimane) in Regno Unito alle top ten riportate nei mercati principali.
È un boom di consensi che rende il nome di Chaka Khan prepotentemente attuale, appetitoso: pubblicato nell’ottobre del 1984, in piena eccitazione da “pioggia viola”, l’omonimo album ribadisce e approfondisce le caratteristiche del singolo di lancio, arrendendosi senza condizioni al nuovo credo sintetico. Lo fa con vivacità, contenendo al minimo i momenti di maggiore distensione per lasciare che il lavoro su ritmi, voce e sintetizzatori sia il protagonista assoluto. L’importante è muoversi, prendere tutto lo spazio possibile per dichiarare che la notte è nostra, che il momento va vissuto in tutta la sua pienezza. Distribuito come secondo singolo e introdotto da un video in bianco e nero in cui Khan riveste perfettamente i panni di diva da palcoscenico, “This Is My Night” è l’attestazione di chi sa come destreggiarsi nei più disparati contesti, la prova di una voce che anche in un mare di frammentazioni sintetiche e manipolazioni di vinili (lo scratching si riscontra un po’ in tutto l’album) controlla la scena e la piega alla sua indole. È un’introduzione perfetta al disco, che consente a tutte le anime di questo di farsi notare e unirsi nel nome di un lessico funk tanto spigoloso quanto seducente.
L’album quindi procede inesorabile, tirando a lucido un techno-pop tanto cinematico quanto sbarazzino (la cover della hit “My Love Is Alive” di Gary Wright, esasperata nei suoi tratti sintetici originali), oppure trasformando la coralità soul della sua carriera passata in un botta e risposta tra ottoni, assoli di chitarra e scintillanti geometrie ritmiche, di fatto predicendo tanto dell’r&b degli anni successivi a venire (“Eye To Eye”, eccellente lavoro di squadra dei fratelli Sembello). Lo fa a tal punto che non ha problemi a interfacciarsi con i costrutti dell’Hi-NRG, immergendoli in un alveo fatto nuovamente di gustosi slanci chitarristici e manipolazioni vocali (“Hold Her”), oppure a lasciar scatenare l’estro vocale di Khan, sopra a un tappeto costruito da vinili alterati e stacchi sintetici in controsterzo (“La Flamme”, momento in cui tutte le sperimentazioni apportate per il progetto vengono fatte, come da titolo, realmente deflagrare).
Anche però a tirare le redini e arrestare lievemente il galoppo, il disco non presenta mai una vera battuta d’arresto, dotando di vero sapore anche i rari momenti di distensione: scelta come terzo singolo (e appositamente scritta per lei da David Foster, tanto che la prima versione riportava semplicemente “Chaka” come titolo), “Through The Fire” è ballad delicata, perfettamente inserita nella temperie quiet-storm del periodo, a un passo dalle forme vellutate di Anita Baker. E quando la palla a passa a fogge midtempo, c’è dietro tutto il savoir-faire di un colosso come Burt Bacharach nel disegnare ostinati melodici capaci di tradurre tutta la forza e il carattere di Chaka Khan (“Stronger Than Before”).
Straordinario esempio di reinvenzione e consolidamento nell’immaginario comune (tanto da valerle pure un Grammy), a suo modo il primo di vari ritorni al successo di altre icone dei decenni passati quali Patti LaBelle e Aretha Franklin, “I Feel For You” resta il nodo centrale di tutta la carriera solista di Chaka Khan, il momento in cui il suo nome travalica definitivamente la band madre e diventa sinonimo di leggenda; di lì a breve l’appellativo di “Queen of funk” diventerà di dominio pubblico. Seguiranno poi ulteriori aggiornamenti, rivernissage, avvicinamenti sempre più sfrontati verso l’universo dance, ma l’anima che ha pulsato dietro i dieci brani dell’album del 1984 finirà col riverberarsi per tutti i decenni a venire. Un punto fermo, capace di riscrivere un’intera carriera.
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01/11/2026
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