Il dubbio non è un’offesa. Liliana Resinovich merita la verità, non un colpevole a ogni costo
25.10.2026 – 18.51 – A quasi cinque anni dalla scomparsa di Liliana Resinovich, il racconto pubblico si è semplificato. Il suicidio è archiviato, ora si cerca chi: il colpevole, così si vuole, c’è di sicuro, manca solo un nome. Ma la giustizia non ha ancora detto questo: il 30 ottobre il caso di Liliana Resinovich tornerà davanti al Gip, e l’aver superato il suicidio è una semplificazione che il fascicolo delle indagini, per quanto ne sappiamo, non autorizza. Ci sono due consulenze, con due conclusioni opposte. Nel 2023 la Procura chiese di archiviare il caso: esisteva, secondo le indagini, una sola ricostruzione possibile, ovvero l’allontanamento volontario e la decisione di togliersi la vita. Quella tesi poggiava su una prima consulenza, che propendeva per una morte dovuta all’asfissia con un sacchetto di plastica, senza chiara evidenza dell’azione di terzi. Il Gip respinse però l’archiviazione su richiesta dei familiari, e con la riesumazione è arrivata la seconda consulenza, quella del team di Cristina Cattaneo, di segno opposto. Va ricordato cosa sia quel documento: non è una perizia disposta da un giudice, ma una consulenza del Pubblico ministero: due consulenze con esiti opposti, appunto, hanno portato a chiedere una perizia nuova. La richiesta della difesa di una perizia medico-legale terza è stata però respinta; il testo integrale della perizia Cattaneo, inoltre, non è pubblico: ne conosciamo solo estratti e sintesi, e ci sono punti che restano aperti.
Gli stessi consulenti riconoscono che le conclusioni sulla tesi d’omicidio poggiano non su certezze ma su un giudizio di plausibilità: le lesioni, ritengono, hanno molteplici punti di impatto su piani e posizioni diverse, e non sarebbero compatibili con un evento accidentale. È un’inferenza autorevole, non una prova diretta: casi simili di ferite dovute alla caduta di un corpo, o a uno spostamento dopo la morte, sono documentati. Su altri aspetti il quadro è ancora meno solido. Un medico legale di parte ha osservato che la frattura sulla vertebra T2 di Resinovich, della quale si era parlato molto, non è stata vista, ma dedotta indirettamente; un tecnico dell’obitorio ha poi dichiarato che potrebbe averla causata lui. E la stessa consulenza la colloca poco prima o poco dopo il decesso, quindi anche dopo la morte. C’è poi la data stessa della morte: i consulenti di Visintin, con il microbioma, prospettano che sia morta al massimo 12 ore prima del ritrovamento, oppure il 14 dicembre con il corpo poi fortemente raffreddatosi; Cattaneo esclude il congelamento, ma la discussione scientifica non si è ancora chiusa. C’è l’assenza di segni di difesa: la prima autopsia non aveva trovato elementi per il coinvolgimento di terzi, né tracce di lotta. E il Dna, infine, non indica nessun colpevole: sul cordino al collo c’è solo Dna riconducibile alla vittima. La traccia maschile che sembrava il filo di nuove ricerche o addirittura la svolta nell’indagine, l’ignoto “X”, è risultata, secondo le indiscrezioni della stampa locale, di uno dei tecnici che avevano maneggiato il corpo per gli accertamenti. Restano il Dna sul cordino delle chiavi e un capello, ma la presenza di tracce genetiche su un oggetto personale permette solo ipotesi investigative e richiede ulteriori verifiche per stabilirne il significato; le chiavi, maneggiate ogni giorno, magari assieme ad altri, non sono una scena del crimine. E per la difesa del marito, unico indagato, non c’è alcuna prova scientifica a suo carico.
Il suicidio, all’età di Liliana, è un’ipotesi che la scienza conosce bene; l’opinione pubblica meno, molto spesso perché è una cosa così delicata da discutere e da esporre sui giornali che si preferisce non parlarne, e forse è la cosa giusta. Dire che il suicidio non è escluso non significa dire che sia andata così, ma la letteratura forense documenta da tempo il suicidio con sacchetto di plastica: uno studio canadese fatto su oltre cento casi ha rilevato che la maggior parte riguardava persone oltre i 60 anni, con una presenza rilevante di donne, e reperti autoptici spesso minimi o assenti. A far capire che era stato un suicidio, a volte, nei casi di tracce totalmente assenti, era stata una lettera, che nel caso di Resinovich non c’è; la lettera, però, era l’eccezione. In molte situazioni, reperti non specifici e scene alterate complicano la determinazione della causa e della modalità di morte. Il fratello di Liliana Resinovich non ha mai preso in considerazione questa ipotesi, ed è comprensibile: nessuno vuole credere che una sorella o una moglie abbia scelto di morire. Il dolore dei familiari merita rispetto, ma non può diventare un criterio di prova. Così come è vero che la presenza degli altri sacchi è strana; ma anch’essi non sono una prova, nessuno ha visto, nessuno per ora ha trovato nulla che possa autorizzare a dire che sia stata uccisa. Se guardiamo al rischio della “ricerca della verità a tutti i costi”, il caso mostra la sua fragilità. L’assenza di terreno del boschetto sulle suole è un indizio debole: dice che le scarpe non hanno toccato quel suolo in misura rilevabile, ma dopo tre settimane all’aperto, con manipolazioni e analisi successive, non prova che lei non ci abbia camminato. Pesa solo se c’è conferma che i campioni fossero ben conservati, e se il terreno lascia davvero residui: da solo non distingue tra un trasporto del corpo e un cammino su asfalto o erba fino al punto del ritrovamento, quindi va letto insieme agli altri elementi e non come prova autonoma. Sulle suole di Liliana gli esiti non coincidono: nel 2022 la Procura trovò residui compatibili con il terriccio dell’area del ritrovamento, mentre la perizia del Gip parla di nessun residuo del terreno del bosco. Non c’è una spiegazione ufficiale della differenza, quindi il dato non permette conclusioni.
La stampa, che nel 2023 riportava il suicidio come verdetto della Procura, descrive oggi un killer che “si sente il fiato sul collo”. I titoli annunciano una “svolta” per un Dna sconosciuto, poi ridimensionano quando si scopre che apparteneva a un tecnico. Ogni nuovo elemento viene letto come conferma di una tesi già scelta: è il meccanismo che la difesa di Visintin indica quando auspica che il caso non diventi una nuova Garlasco sul piano mediatico, e in effetti alcune similitudini ci sono. Se un colpevole ora non c’è, cercarlo a ogni costo produce due danni, e il primo ricade su chi viene indicato come sospetto: Visintin parla di cinque anni di inferno, pur essendo ancora un indagato che è innocente fino a sentenza. Il secondo ricade su chi aspetta la verità, perché una condanna costruita su indizi fragili può cadere in appello, e riaprire ogni ferita. Il corpo di Liliana Resinovich è stato riesumato, esaminato, sepolto di nuovo: c’è stato un secondo funerale. Dopo cinque anni, la sua vicenda è diventata materiale di dibattito, di programmi, di tifoserie. Le si dimostra un rispetto migliore accettando che l’esito onesto del caso possa essere anche questo: non è provato che qualcuno l’abbia uccisa. Non è un’assoluzione per nessuno, né una condanna per la memoria di lei. È il confine tra una giustizia che accerta in base alle prove, e quando ha accertato eventualmente punisce, e un racconto che pretende di avere già una risposta, quale che possa essere, basata sulle opinioni, sui sentimenti, o su ciò che vorremmo, per qualche motivo, di più.
[r.s.]



