Marche

«Questa gente è disposta anche a sparare e uccidere»



ANCONA Una pistola nel baraccone. Dietro, una calibro 9, un fucile a pompa e uno automatico. Vincenzo Chiappalone, imprenditore calabrese da anni a Sassoferrato, elenca così le armi che dice di avere, intercettato dagli investigatori. Sono i particolari affiorati dalle carte nella maxi indagine che ricostruisce tutta la filiera di corruzione e truffe nei cantieri della ricostruzione post sisma nelle Marche e che ha portato all’arresto di otto persone e a un totale di 51 indagati.

E a proposito di intercettazione: quando il compagno della figlia scherza perché non riesce a immaginarlo con una pistola in mano, Chiappalone replica: «Ti stai a sbaglià proprio». Il volto violento di una criminalità che nelle Marche, secondo la Dda, non avrebbe nemmeno avuto bisogno di sparare per conquistare spazio negli affari.

La ricostruzione

La parola usata dagli inquirenti per le Marche è «accoglienza». Non una mafia che deve piegare il territorio con le estorsioni, ma gruppi criminali che avrebbero trovato una parte dell’economia pronta a fare affari. «Non si mimetizza, perché non ne ha bisogno». La stessa origine mafiosa, osserva la Dda, diventa un «quid pluris», un vantaggio competitivo. Sul versante calabrese c’è Chiappalone; su quello campano i fratelli Giuseppe e Raffaele Diana e Antonio Esposito, ritenuti vicini ai Casalesi, fazione Zagaria. A fare da raccordo, secondo l’accusa, Enrico Crucianelli, presidente provinciale Ance e titolare della Rest/Edile: un «imprenditore-cerniera». La sua azienda avrebbe offerto uno «schermo prestigioso, lucente e affidabile» alle imprese di Chiappalone, vicino secondo la Dda alla ’ndrangheta, e a quelle dei fratelli Diana e di Antonio Esposito, ritenuti contigui ai Casalesi. In cambio, una mole di commesse da distribuire in subappalto. Crucianelli, secondo la Dda, prometteva di intercedere per accreditarli presso Confindustria. Il paradosso: mentre lavorava con quelle società, firmava protocolli di legalità contro le infiltrazioni mafiose.

Le armi

Ma il denaro non ha cancellato le armi. «La nuova criminalità organizzata non è più violenza che può utilizzare anche i canali finanziari, ma finanza che può utilizzare anche la violenza», scrive la Procura. E porta l’esempio di Chiappalone, imprenditore radicato a Sassoferrato. A un parente, parlando dei propri operai, dice: «Questa gente è disposta anche a sparare e uccidere qualora ve ne fosse l’esigenza». In un’altra conversazione vanta un arsenale: «C’abbiamo la pistola dentro il baraccone, dietro al baraccone ho una calibro 9, un fucile a pompa e uno automatico». L’ordinanza non documenta sequestri di quelle armi. A Gerace, suo sodale, Chiappalone avrebbe raccontato di aver inviato due dipendenti nel Casertano «per eseguire un omicidio», salvo cambiare idea e fermarli. «Solo grazie al ripensamento di Chiappalone la vittima può dirsi ancora viva», scrive la Dda, senza poter accertare altri dettagli. Il denaro in primo piano, la violenza sempre a disposizione.




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