L’imprenditore occidentale mai entrato in fabbrica e approdato a Wall Street

Nella sua storia, prima di Bending Spoons e di Warren Buffett, c’è l’Italia della provincia. Racconta Ferrari: «Ho frequentato il liceo scientifico Primo Levi a San Pietro in Cairano, a pochi chilometri da casa. Ho potuto studiare matematica e fisica, storia e filosofia con insegnanti che davano molto e chiedevano altrettanto. A Natale ogni anno ricevo un biglietto di auguri di Giuseppe Degani, il mio professore di latino e di italiano. Scrive a me e agli altri suoi allievi. Io lo chiamo per salutarlo e ringraziarlo. Sono molto grato di questa cosa. La scuola superiore italiana solleva i più poveri, se meritevoli. Non accade così ovunque. Poi, magari, altrove i picchi educativi sono più alti. Però quello che la scuola italiana può fare per chi non ha mezzi famigliari importanti, ma ha talento e dedizione, resta raro».
Il piatto di verdura è buono. Come lo è la feta con l’insalata greca. Da bere, oltre alle bibite e ai succhi di frutta, ci sono tre tipi diversi di acqua minerale. È tutto ben ordinato. La conversazione procede rapida e fluida. Il Nordest è una miscela di comunità contadina e di industrializzazione dal basso, favorita nel 1957 dalle misure di urbanizzazione dette “un campanile-un capannone” che, in maniera brutale, hanno permesso a questo pezzo del Paese di uscire dalla povertà durante il Boom economico e di approdare al benessere negli anni Ottanta, quando è nato Luca. «Io – precisa Ferrari – non sono mai entrato in una fabbrica. Il mio Veneto è stato soprattutto agricolo». Anche se, in realtà, il modello combinatorio di Bending Spoons – nella costruzione dei prodotti e nella integrazione fra capogruppo e aziende acquisite – assomiglia a una struttura di fabbrica, ogni pezzo al suo posto, una ricerca spasmodica dell’equilibrio, una sorta di applicazione alle nuove tecnologie, ai nuovi consumi, ai nuovi mercati dell’antico codice della manifattura novecentesca: «Tu dici? Secondo te tutto questo è traslabile nella nostra immaterialità? Ma sai che non ci avevo mai pensato?», dice Luca.
Anche le patate al forno che accompagnano il piatto principale non sono male. La Bending Spoons di oggi affonda le sue radici nel fallimento della prima azienda di quindici anni fa: «Nel 2010 a Copenaghen io, Francesco e Matteo, miei compagni di studi e tuttora soci in Bending Spoons, volevamo fare una impresa. Stringemmo un patto. Chi dei tre avesse trovato per primo un lavoro ben remunerato avrebbe mantenuto gli altri durante la start up. Io feci un colloquio alla McKinsey. Pochi anni prima avevo tradito la mia ragazza. Mi ero così vergognato che mi ero ripromesso di non dire mai più bugie: mentire e non dire mi facevano stare troppo male. Il partner di McKinsey si chiamava Klemens. Ero sicuro che Klemens, sentendo che sarei rimasto un tempo limitato perché volevo poi dedicarmi a una mia azienda, mi avrebbe negato il posto di lavoro. E, invece, reagì con entusiasmo di fronte alla mia sincerità e all’idea che io e i miei amici avremmo voluto crearci una nostra impresa. Il posto fu mio. E, per quindici mesi, lavorai come non ho mai più fatto. Fino a sera tarda per McKinsey. Di notte e nei fine settimana per la start up, che usava l’intelligenza artificiale rudimentale di allora per scrivere una sorta di diario dell’utente. Raccogliemmo un milione di euro, che usammo per costruire il prototipo, senza però riuscire a scalare commercialmente. Finiti i soldi, l’investitore di allora ci cedette a titolo gratuito le sue quote. Con 40mila euro rimasti della vecchia società, fondammo nel 2013 a Copenaghen Bending Spoons. Nella prima società andata male, noi eravamo certi di sapere di che cosa la gente avesse bisogno e per che cosa avrebbe pagato. È l’arroganza intellettuale di molti neo-imprenditori. Da allora ho sviluppato un mio metodo analitico: provo a dimostrare in maniera indefessa di avere torto. Sottopongo le mie idee a una critica così serrata che, se alla fine resistono al mio stesso assalto, significa che queste idee possono camminare con le loro gambe».
A fine pranzo entra in gioco il dolce. Le fette sono piccole, ma i tipi di torta sono tre: alla cioccolata, alle mele, con la crema. Più, naturalmente, il caffè espresso. Luca è uno dei membri del Rhine Group, lo strano ircocervo a metà fra il pensatoio culturale e il veicolo politico dell’ex banchiere centrale ed ex presidente del Consiglio Mario Draghi: «La componente geopolitica è crescente. E questo mi interroga ogni giorno. Per NVIDIA e per Anthropic lo è cento volte più che per Bending Spoons. Ma, anche per noi, è una questione potenzialmente esistenziale. Abbiamo acquisito, negli Stati Uniti, America On Line con il suo patrimonio di 30 milioni di indirizzi e-mail di cittadini americani e con la simbolicità del marchio. I rapporti con il Cfius, il comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti che si occupa di mitigare i rischi per la sicurezza nazionale, sono molto buoni. Ma, se avessimo comprato una catena di hot-dog a Chicago, il Cfius non si sarebbe occupato di noi. Il prossimo anno probabilmente apriremo sedi a New York e ad Atlanta. La nostra è una impresa occidentale. E lo è anche nella costruzione strategica. Se oggi vuoi scalare di dimensione tramite le acquisizioni, devi fare una scelta fra Stati Uniti e Cina. E noi abbiamo scelto gli Stati Uniti», dice con tranquilla consapevolezza Luca Ferrari, figlio di due titolari di un negozio di parrucchieri per signore, ingegnere del nuovo mondo e, nel nuovo mondo, imprenditore occidentale.
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