Johnny Marr – The Age Of Everything: Gli Smiths nel sangue :: Le Recensioni di OndaRock
Non è mai un’operazione banale fare i conti con un passato ingombrante come quello di Johnny Marr. Per chi ha composto e intessuto le trame chitarristiche degli immortali capolavori firmati dagli Smiths, il rischio di restare imprigionato nella dorata gabbia della nostalgia è sempre dietro l’angolo. Eppure, a dimostrazione di una vitalità creativa che non accenna a flettere, e lontano anni luce dalle iperboliche esagerazioni di Morrissey, il musicista di Manchester torna sulle scene con “The Age Of Everything”, il quinto lavoro pubblicato a suo nome, che conferma un’autorevolezza della quale siamo consapevoli ormai da anni.
Fin dalle prime battute, il disco mette in chiaro le proprie coordinate stilistiche, ma è inutile cercare classificazioni istituzionali, tipo indie-jangle-rock oppure alt-pop: quello che ascoltiamo è il più classico “tocco Marr” che possiate immaginare, quell’inconfondibile arpeggio cristallino che non vuol necessariamente richiamare un’epoca ormai lasciata alle spalle, quanto farsi elemento strutturale di una narrazione moderna (molto bella “”Just Once More”). Prendete ad esempio la traccia numero tre, “It’s Time”, e ditemi cosa potresti mai immaginare oggi di più “Smiths” di questo. Ma un essere “Smiths” modernista, ben più modernista di qualsiasi Brigitte Calls Me Baby possa venirvi in mente.
Poi ascoltate “How Come”, oppure “Ophelia” (diamine, per un attimo sembra proprio “Barbarians Begins At Home”!) e cercate di non farvi scendere una lacrimuccia: è quasi commovente il modo che ha Johnny Marr di impostare la propria voce, cercando di replicare quel che farebbe l’odiato Morrissey, come se quella fosse l’unica possibilità al mondo di interpretare le proprie architetture musicali.
Sia su disco che nella dimensione live Marr sembra più Morrissey dello stesso Morrissey, in una modalità più raffinata e altrettanto coinvolgente, fra l’altro suonando sul palco molte più canzoni degli Smiths rispetto al suo ex-compagno. E in studio paradossalmente convince meno quando tende ad allontanarsi dalla via maestra (“That Feeling”), sforando verso un alt-pop che non fa onore a un’icona della sua levatura. Ma “The Age Of Everything” resta comunque un bel dischetto: ascoltatelo senza pregiudizi.
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11/10/2026
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