Cutro, la storia dimenticata di Oliverio e Silipo, scomparsi nel nulla più di 30 anni fa
Dopo la soluzione del giallo di Steccato di Cutro riemergono i casi irrisolti degli scomparsi Silipo e Oliverio, inghiottiti dalla ‘ndrangheta
CUTRO – Il frutto del melograno, spaccato di netto, ha una geometria violenta. I grani rossi schizzano fuori all’improvviso, proprio come la polpa e la vita quando la ‘ndrangheta decide che qualcuno ha superato il segno. Nell’aprile del 1995, a Cutro, la minaccia prende una forma fisica e raggelante. A pronunciarla è un fedelissimo della cosca Grande Aracri, che ha appena bloccato in piazza, mentre è in sella al suo ciclomotore, il giovane Fedele Oliverio. Lo fissa in cagnesco, lo squadra con odio intimandogli che se non avesse restituito tutto l’oro rubato gli avrebbero fatto «la festa come un melograno». Tra i due volano spintoni ma Oliverio ha la meglio e tira un ceffone al pezzo grosso del clan.
Passano appena due ore e in piazza arriva il padre di Oliverio, sconvolto, a riferire che un altro affiliato di spicco aveva fermato quell’uomo mentre stava arrivando con una pistola per uccidere il figlio Fedele.
L’indagine dei carabinieri
È in un contesto di furti non autorizzati che affonderebbe le radici il duplice omicidio di Fedele Oliverio e Francesco Silipo, svaniti nella lupara bianca della notte tra il 2 e il 3 agosto 1995. Un delitto rimasto a lungo senza colpevoli giudiziari, scandito da un’informativa dettagliata dei carabinieri del Nucleo Operativo di Crotone.
Non c’è soltanto il caso dello scomparso Salvatore Giglio, su cui la Procura di Crotone e i carabinieri hanno di recente fatto luce arrestando moglie e figlio del desaparecido. Ci sono altri casi irrisolti, in quello che una volta sembrava essere divenuto il paese degli scomparsi. Svaniti nel nulla.
Gli inquirenti non sono rimasti con le mani in mano. Un’inchiesta complessa che contava ben otto indagati, al termine della quale una richiesta di misura cautelare fu formalizzata dal pm Antimafia Alberto Cianfarini, si scontrò nel 2014 con il rigetto formale del gip distrettuale di Catanzaro Pietro Scuteri. Eppure l’inchiesta fotografa millimetricamente la trappola mortale tesa dal clan. Forse, considerata la serie di gole profonde dei clan, gli elementi per riaprire le indagini non mancano.
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Dalle minacce al summit di Steccato
L’architettura del delitto emerge già dalle dichiarazioni dei familiari delle vittime, che agli inquirenti hanno riferito i richiami conditi da minacce se i loro figli non l’avessero finita con quelle scorrerie non autorizzate dalla cosca dominante a Cutro in quegli anni. Altrimenti, il fucile avrebbe sparato due volte, era il tenore di una della serie di intimidazioni. La conferma ai sospetti degli investigatori verrebbe dai verbali e dai tabulati d’epoca custoditi negli atti. Due sere prima della scomparsa, tra il 30 e il 31 luglio 1995, nella casa del boss Nicolino Grande Aracri – indicato come il mandante – nella frazione Steccato di Cutro, si tiene una riunione cruciale.
Lo confermerebbero anche i riscontri tecnici e le intercettazioni telefoniche. Alle ore 02:54 del 31 luglio, uno dei complici dell’area montana, originario di Mesoraca e poi ucciso nel 1999 a Salsomaggiore, chiama la moglie. Poiché non possiede un cellulare, si fa prestare l’utenza mobile in uso a un altro sodale. Alla moglie che chiede spiegazioni sull’orario risponde esplicitamente con parole che sembrano inchiodare il gruppo: «Ohei! Ohei! Vedi che ancora siamo là noi. Siamo qua dal compare Nicola».
La trappola del finto furto
C’è anche la testimonianza di un giovane del posto, spesso complice delle due vittime nei furti, il quale ricorda di aver visto passare un’auto Alfa “164” verde con a bordo il capomafia, i luogotenenti e altri mentre erano alle giostre a Steccato. La macchina della morte stava per attivarsi, secondo quella ricostruzione che però al vaglio del gip non resse. A fare da esca per attirare Silipo e Oliverio sono proprio i tre mesorachesi, legati da false complicità in un finto furto. La sera del 2 agosto, le vittime vengono viste per l’ultima volta in compagnia dei complici in un bar di Steccato. Poco dopo la mezzanotte, l’auto di Silipo, una Volkswagen “Golf”, viene vista sfrecciare sulla Statale 106 verso Cutro, seguita a brevissima distanza dall’auto degli altri sodali.
Il rinvenimento dell’auto bruciata
Alle ore 04:47 la Golf brucia nei boschi di Terramicca a Petilia Policastro, mentre l’orologio all’interno si ferma per il calore e il telaio viene tagliato in corrispondenza del numero identificativo per cancellare ogni traccia. L’auto sarà rinvenuta due anni dopo, il 10 agosto 1997, in quel luogo impervio, completamente bruciata. Non portarono a nulla gli scavi eseguiti nella zona alla ricerca dei corpi, probabilmente perché l’auto fu gettata nella scarpata successivamente al delitto, forse commesso in un altro luogo.
Torniamo alla mattina del 3 agosto 1995, quando poche ore dopo la scomparsa dei due giovani, i telefoni si accendono. Sull’utenza in uso al complice mesorachese si concentrano le chiamate di uno degli organizzatori e mandanti di primo piano. L’appuntamento è in un bar. È il punto d’incontro in cui i pezzi del puzzle criminale si chiudono.
Le rivelazioni del pentito
A dare linfa a quell’impianto investigativo sono state, nel 2008, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, ex elemento di spicco della cosca. Interrogato dalla Dda, Cortese rivela di aver saputo direttamente da un colonnello del clan, uscito dal carcere nel 1996, come andarono le cose, spiegando che l’ordine partì dal capo, Nicolino Grande Aracri su insistenza del suo gregario. Questi era terrorizzato dall’idea che Silipo e un altro uomo che gravitava in ambienti criminali volessero eliminarlo perché passavano in continuazione sotto casa sua a bordo di un Fiorino.
«So che sono stati uccisi… l’appuntamento è stato allo Steccato di Cutro, però poi non so dove sono stati portati e dove sono stati uccisi e sotterrati perché so che non si sono trovati più questi due corpi. Li hanno chiamati con un inganno. Dovevano fare un furto, siccome questi ragazzi operavano anche furti a Cutro». L’esca sarebbe stata lanciata da uno dei sodali del clan «con la scusa che dice che dovevano fare un furto in un altro paese. Sono andati a questo appuntamento, poi non so dove li hanno portati…».
Il gip respinse la richiesta di 8 arresti
Tuttavia, proprio su questo punto si infrange la richiesta della Procura. Il gip Pietro Scuteri, nel respingere la misura cautelare, stabilisce che le parole di Cortese appaiono generiche e non circostanziate, prive di dettagli precisi sulle modalità della confidenza e, soprattutto, sprovviste dei necessari riscontri estrinseci individualizzanti. Anche le intercettazioni telefoniche vengono definite dal giudice “neutre” e non idonee a provare in modo inequivoco le accuse. Le dichiarazioni di un altro pentito, Felice Ferrazzo, ex boss di Mesoraca, appaiono anche esse insufficienti perché apprende in carcere notizie de relato. Nell’ambiente “si diceva”, ma non basta.
La ritrattazione del complice dei furti
Nei meandri di questa inchiesta, la verità giudiziaria si scontra anche con i muri dell’omertà e delle ritrattazioni. Emblematico è il caso dell’amico delle due vittime. Questi, in un momento di cedimento emotivo durante le feste natalizie del 1996, confessa alla madre di Francesco Silipo, Maria Salerno, di aver fatto la spia con un vertice minore rivelando i progetti di furto e di aver visto la Golf seguita dall’auto dei capi nella notte del delitto. Messo alle strette dai carabinieri, prima ammette di aver fatto quelle rivelazioni alla madre, poi si rimangia tutto a verbale sostenendo di essersi inventato tutto soltanto per farsi amico i familiari delle vittime. Ma erano “menzogne”.
Il boss Grande Aracri presunto mandante
Nonostante lo stop iniziale imposto nel 2014 dal gip alle otto misure cautelari richieste, la storia di quel cold case non si è fermata lì. Il nome del boss Nicolino Grande Aracri, mandante inserito nero su bianco in quella vecchia informativa, ha poi trovato nei maxiprocessi, da Scacco Matto alle inchieste sul versante emiliano e nazionale, sviluppi giudiziari che hanno portato il capomafia cutrese dritto all’ergastolo. Per una serie di fatti di sangue e per essere stato al vertice di una cosca che aveva colonizzato l’economia del centro-nord e voleva ridefinire equilibri secolari nella ‘ndrangheta. Quel melograno spaccato a metà nell’aprile del 1995 resta l’emblema di una giustizia che ci ha messo decenni a decifrare i sussurri e le minacce di una Cutro sottomessa alla violenza dei clan. Quel melograno grida ancora giustizia.
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