Lazio

Il giornalismo e Valentina

Non sono un giornalista, ma un esemplare ancor più raro: sono un lettore, uno di quelli che non legge solo i titoli, ma che si arrischia ad affrontare l’articolo intero. Ogni tanto scrivo qualcosa, ma solo perché trovo sempre meno materiale che mi faccia riflettere e allora impiego quel tempo scrivendo. Non è una passione, è solo sconforto. Leggevo un tempo quattro o cinque testate ogni giorno, ma il giornalismo è cambiato ed io forse no, almeno su questo. Mi è diventato noioso.

C’è ora questa iniziativa di portare un po’ di cultura in periferia. Lo hanno fatto qui a Roma finanziando concerti, sovvenzionando pranzi nei Centri Anziani, nei Centro Culturali, nelle sedi di associazioni di volontariato. Ora sono i giornalisti a farsi vedere. Il contatto con la realtà da tutti vissuta, ma quasi mai raccontata, è la prima necessità di chi fa giornalismo, se non vuole ridursi a scribacchino per conto di altri, e questi incontri sono certamente occasioni preziose anche per loro.

Quest’improvvisa apertura, questo desiderio di condivisione delle nostre élite culturali ha un retrogusto un po’ amaro e temo che sia il desiderio di una consolazione. Scarseggiano oggi le attestazioni di stima e sostegno che un giornalista riceve dal proprio ambiente ed è comprensibile che si voglia il proprio lavoro quantomeno apprezzato, se non esaltato. È una boccata di ossigeno la stima della gente comune per il simpatico intellettuale che vuole intrattenersi con loro e se dipendesse da me, per carità ed empatia non rifiuterei mai al giornalista stressato una serata di gloria. Ne va della sua salute mentale. Tutto questo, di contro, rivela anche che qualcosa si è rotto.

Sulla stampa si leggono ancora inchieste e anche ben scritte, ma è sempre più malcelata quella reticenza a cui ci siamo tutti adeguati. Certe domande non ce le vogliamo più porre, perché le risposte ci coinvolgono uno per uno e noi non vogliamo cambiare. Hélder Câmara, santo vescovo, disse: «Quando do da mangiare a un povero mi chiamano santo, ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora mi chiamano comunista»; naturalmente si riferiva ai comunisti di un tempo. Nessuno chiede solo del cibo. La verità è più importante del pane: ti dà la ragione per continuare a mangiare, per restare vivi e combattere, perché di pane tu ne possa aver tanto da poterlo donare. La verità avvicina le persone, mischia i ceti e i ruoli, ma noi abbiamo perso la voglia di interagire e metterci in gioco. La nostra inerzia ci stanca e ci spegne, che siamo giornalisti o che siamo lettori. Non vogliamo pensare.

È rimasta da leggere quindi solo la cronaca, che è importante ci sia, ma non è sufficiente. In televisione, dove si vedono meglio i pregi e i difetti di ogni persona, la scelta è oramai tra trasmissioni in cui il reato è grave secondo la nazionalità di chi l’ha commesso e programmi in cui il conduttore non sa più cosa chiedere dopo la prima fondamentale domanda: «lei è antifascista?». Lo scrivo da innamorato tradito, da chi ha staccato la spina al televisore.

Ben venga allora ogni iniziativa che porti cultura in periferia e, magari, la realtà dentro le redazioni di stampa. È l’ultimo tentativo di rianimazione, perché ho provato a vendere i quotidiani in parrocchia, ma le persone neanche per pulire i vetri di casa sono disposte a portarseli via. Il giornalismo di carta è finito, ha fatto il suo tempo.

È anche una questione di generazioni. L’informazione televisiva e su carta si rivolge ad anziani che, purtroppo, hanno ancor’oggi in mano il potere: sono vecchi che rassicurano vecchi che, se anche il mondo è cambiato, loro non ne hanno bisogno di alcun cambiamento finché hanno in mano il potere. Il mondo dei social è poi del tutto diverso, ma ciò che vediamo per strada è ancor un mondo, differente a sua volta, una realtà parallela che nessuno racconta. Basta ascoltare al mattino le colorite espressioni che ci si scambia tra auto bloccate dal traffico per accorgersi che nessuno si preoccupa dei pronomi da usare per potersi insultare.

Andare a trovare un malato al Pronto Soccorso, fermarsi in sala d’attesa, dove dorme chi si ripara dal freddo, farsi una passeggiata di notte dove i giovani vivono il loro abbandono – c’è un amico prete che passa le notti con loro, se volete accodarvi – o trattenersi coi bambini di qualche oratorio per sapere cosa davvero li angoscia e nessuno mai glielo chiede: sono questi gli sport necessari per dare alimento alla mente ed elasticità al nostro cuore. Ben vengano allora gli incontri nelle periferie, se ci indicano almeno gli sport da dover praticare. Altrimenti sono solo giochi mentali.

Un anno fa, parlando con una donna che vive per strada, le chiesi consiglio su ciò che avevo intenzione di fare: progettavo di passare una settimana da “barbone”, per rendermi conto di cosa succede quando non conti più niente. Esclamò, spaventata, che non avevo idea di ciò che si vive, che non avrei saputo cavarmela e ne sarei uscito segnato. Ho lasciato perdere e non smetto più di ascoltare lei e gli altri suoi amici: io li confesso e loro mi fanno da guida per la vita nel mondo. Ci fa bene ascoltare la loro saggezza, di coloro che sanno ciò a cui non si può rinunciare finché si ha ancora voglia di vivere; è a Valentina e agli strafatti suoi amici che andrebbe chiesto se c’è qualcosa che interessi loro a tal punto da spingerli a leggere.

Così facendo, possiamo sperare che almeno chi vive per strada dia uno sguardo al giornale, prima di stenderlo a terra per passarci la notte. Chissà, leggendo un articolo prima di chiudere gli occhi, potrebbe sentirsi capito e forse un po’ consolato. È oggi l’unico modo con cui un giornalista ottiene davvero un grazie sincero: quando riesce, con le proprie parole, a dare un po’ di speranza al cuore di un povero, e aumentando le pagine del proprio giornale, a proteggere di più dall’umidità le sue ossa. È questo il massimo, e non è poco, a cui oggi un giornalista può ancora aspirare.

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