Luca Mercalli a L’Elefante su Rai 3: “Bollette alte? Servono più rinnovabili, il nucleare è troppo lento. Il clima farà collassare l’economia, a pagare saranno i più poveri”
Un intreccio tra attualità, politica, cultura e società, esplorato attraverso le prospettive di ospiti chiamati a interpretare i cambiamenti del presente. La terza puntata de L’Elefante, il programma condotto da Peter Gomez su Rai 3, ha offerto uno sguardo trasversale sul dibattito pubblico affiancando le riflessioni dell’ex magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo a quelle del climatologo Luca Mercalli. A condividere il percorso narrativo con Gomez è stato lo storico e saggista Giordano Bruno Guerri, mentre il racconto dell’Italia è stato affidato ai reportage sul territorio di Chiara Francini e alle incursioni satiriche di Dario Vergassola.
Un’offerta editoriale che ha dimostrato una solida tenuta strutturale nella complessa sfida dell’auditel del sabato sera, schiacciata dallo scontro diretto tra Milly Carlucci con Ballando con le Stelle su Rai 1 e Maria De Filippi su Canale 5 con Tu sì que vales. L’approfondimento di Rai 3 ha registrato 629.000 spettatori pari al 4% di share, mentre il segmento finale La Coda dell’Elefante ha mantenuto davanti allo schermo 549.000 spettatori (3,4%). Un risultato trainato, nel corso della serata, dall’analisi di Luca Mercalli sui costi della transizione energetica, le resistenze politiche al Green Deal e il peso del cambiamento climatico sulle fasce più deboli.
Bollette, rinnovabili e il limite del nucleare
Il dibattito ha preso il via dall’impatto economico dell’energia sui cittadini. “Le bollette alte dovrebbero convincerci ad avere una maggiore autosufficienza energetica, attraverso energie rinnovabili disponibili sul nostro territorio, senza andare a chiedere a nessuno Stato”, ha spiegato Mercalli. La strategia indicata passa per lo sfruttamento delle risorse interne: “Pensiamo al sole e all’acqua. Dobbiamo fare investimenti che restano a casa nostra, che all’inizio possono essere impegnativi ma che poi ritornano sotto forma di posti di lavoro ed energia”.
Interrogato sul rinnovato interesse politico verso l’atomo, il divulgatore scientifico ha respinto l’opzione per ragioni di tempistica e gestione: “È una voglia di concentrare le risorse. L’energia nucleare è prima di tutto un’energia di Stato e soprattutto lenta. Non è una cosa che ci sarà domani, ma arriverà tra decenni. Nel frattempo, un pannello fotovoltaico lo puoi installare domani mattina e subito dopo produce già energia”. Le attuali ostilità di alcune forze politiche verso il Green Deal rispondono, secondo Mercalli, a precisi interessi economici: “C’è un mantenimento dello status quo. Pensiamo soltanto alle energie fossili e per questo si tende a mantenere le cose come stanno”.
Le disuguaglianze sociali e la strage del caldo
Il cambiamento climatico non colpisce in modo uniforme, ma agisce come un moltiplicatore delle disuguaglianze. “Chi prende una batosta di questo genere ha meno possibilità di ricostruire”, ha sottolineato Mercalli, ricordando che sono “i più poveri a pagare il prezzo delle catastrofi climatiche“. La discriminante è data dalle reti di salvataggio: “Un Paese povero diventa ancora più povero. Nei Paesi ricchi abbiamo la Protezione civile e la capacità delle istituzioni di darci una mano. Insomma, la stessa catastrofe climatica viene assorbita con una capacità di reazione maggiore. Se collassa il sistema ambientale, collassa tutto: l’economia, le imprese e il nostro benessere. Per questo è fondamentale la messa in sicurezza dell’ambiente”. Una mancata messa in sicurezza che presenta già un conto letale, come dimostrato dai recenti dati sulle ondate di calore: “Abbiamo pagato un bilancio sanitario enorme, con 50 mila vittime in Europa. Tanti anziani ci hanno lasciato proprio perché non ce l’hanno fatta a sopportare il caldo dell’estate 2026″.
L’impatto ambientale dell’industria bellica
L’ultima riflessione ha inquadrato il paradosso delle tensioni geopolitiche internazionali, il cui peso aggrava direttamente la crisi climatica. L’industria bellica e militare, ha precisato il climatologo, inquina pesantemente “anche senza la guerra, perché assorbe una quantità di risorse di primissima qualità. Quindi usa energia e materie prime. Ha già un consumo e un impatto enormi sull’ambiente e quindi sulle emissioni”. Una situazione che degenera nei teatri di conflitto: “In più, quando le armi vengono usate, hanno un impatto ambientale diretto, con emissioni che vanno in atmosfera. È veramente un’assurdità, come dice Papa Leone, che oggi si pensi alla guerra, quando invece dovremmo unire le forze per combattere il cambiamento climatico”.
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