Guerra, ultime notizie. Il bilancio delle vittime palestinesi nella guerra a Gaza supera le 74mila unità

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Le Guardie rivoluzionarie islamiche si dicono pronte ad attaccare le navi da guerra statunitensi, anche nell’Oceano Indiano, qualora Washington dovesse lanciare una nuova guerra contro l’Iran
Teheran, “non faremo marcia indietro sulle condizioni per la riapertura di Hormuz”
“Il piano dell’Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz è chiaro e il Paese resta fermo sulle proprie condizioni. Il piano prevede la fine delle tensioni nella regione, anche in Libano, e l’impegno degli Usa a rispettare il memorandum d’intesa con Islamabad”, ha dichiarato ai giornalisti il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi nella prima mattinata di domenica, dopo che il presidente Donald Trump aveva respinto le condizioni poste dall’Iran. “Non faremo marcia indietro sulle nostre condizioni, ma non chiudiamo mai la porta alla diplomazia”, ha sottolineato Araghchi. Secondo quanto riferito dall’agenzia Irna, il ministro ha aggiunto: “Abbiamo visto la prima reazione del presidente Usa, ma i mediatori non ci hanno ancora comunicato nulla. Attendiamo che i mediatori trasmettano a Teheran le posizioni definitive degli Usa e poi prenderemo una decisione sulla base di queste posizioni”.
Il bilancio delle vittime palestinesi nella guerra di Gaza supera le 74mila unità
Secondo un conteggio aggiornato stilato dal ministero della Salute di Gaza, il bilancio delle vittime palestinesi nella guerra tra Israele e Hamas ha superato le 74mila unità. Il conflitto è iniziato quasi tre anni fa. Il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso ottobre ha in gran parte placato i combattimenti, ma gli attacchi israeliani sono proseguiti in risposta a minacce o attacchi. Il ministero della Salute di Gaza afferma che 1.145 persone sono state uccise dall’entrata in vigore del cessate il fuoco. La guerra è iniziata quando i militanti guidati da Hamas hanno attaccato il sud di Israele il 7 ottobre del 2023. Altri aspetti del cessate il fuoco, tra cui il ritiro israeliano, il disarmo di Hamas e la ricostruzione, rimangono in fase di stallo.
Leader Hamas tende la mano ad Abu Mazen, “ricostruiamo l’unità nazionale”
Il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khalil al-Hayya, ha chiesto al presidente palestinese Mahmoud Abbas di tenere un incontro diretto per gettare le basi di un programma nazionale e raggiungere l’unità nazionale, sottolineando la disponibilità del movimento ad attuare la tabella di marcia per la Striscia di Gaza come un pacchetto completo e chiedendo un impegno internazionale per costringere Israele ad attuarla. Al-Hayya lo ha detto durante una intervista all’emittente qatariota Al-Araby. Riguardo alle elezioni palestinesi, Al-Hayya ha affermato che il movimento ha accettato di parteciparvi e che i dialoghi con le fazioni e le personalità nazionali hanno portato a un’alleanza elettorale, le cui liste sono in fase di preparazione e che rimane aperta alle altre componenti palestinesi. Riguardo all’accordo di Gaza e alle fasi successive, Al-Hayya ha affermato che Hamas esige l’attuazione di quanto concordato nella tabella di marcia e obbliga l’occupazione israeliana a rispettarla. Ha spiegato che, dopo mesi di dialogo, il movimento ha accettato la tabella di marcia presentata da Nikolay Mladenov e dai mediatori, ed è pronto ad entrare nei dettagli dell’attuazione e a stabilire una tempistica. Secondo lui la tabella di marcia inizia con il completamento della prima fase, concordata a Sharm el-Sheikh lo scorso ottobre, e si conclude con la realizzazione del diritto dei palestinesi alla statualità e all’autodeterminazione. Le questioni intermedie includono le armi, il governo palestinese, le forze internazionali, il ritiro israeliano e la pace civile. Ha sottolineato che l’accordo costituisce un pacchetto integrato e che nessuna parte può prenderne solo una parte e tralasciare le altre. Al-Hayya ha inoltre rivelato di aver incontrato funzionari americani più di quattro volte negli ultimi due anni e che il movimento si era offerto di mediare tra le parti in conflitto nello Yemen, nella speranza che l’iniziativa venisse accettata.
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