Una bambina misteriosa nasconde un segreto agghiacciante, in questo debole film spagnolo su Netflix
Nel vasto catalogo di Netflix, tra centinaia di thriller che promettono di tenerti incollato allo schermo, The Chalk Line emerge con una premessa che suona come una miscela intrigante tra dramma psicologico e horror domestico. Una bambina trovata in mezzo alla strada nel cuore della notte, una coppia che decide di accoglierla, comportamenti inspiegabili e una regola bizzarra: non uscire mai dalle linee tracciate col gesso. Sulla carta, gli ingredienti ci sono tutti. Ma il film del regista spagnolo Ignacio Tatay riesce davvero a mantenere le aspettative che genera nei primi minuti? La risposta breve è no. E vale la pena capire perché, soprattutto se state considerando di investire un’ora e mezza del vostro tempo su questo titolo che compare con insistenza tra i suggerimenti della piattaforma. The Chalk Line racconta la storia di Paula e Simón, interpretati rispettivamente da Elena Anaya e Pablo Molinero, una coppia la cui relazione è già appesa a un filo sottile a causa di problemi di fertilità irrisolti.
Durante un viaggio notturno su una strada deserta, i due si imbattono in Clara, una bambina immobile in mezzo all’asfalto, apparentemente abbandonata. Dopo averla portata in ospedale e constatato che nessuno si fa avanti per reclamarla, decidono di accoglierla temporaneamente in casa. Fin qui, la narrazione procede con una tensione sottile ma efficace. Tatay dimostra un controllo notevole dell’atmosfera, costruendo un senso di disagio pervasivo attraverso una fotografia desaturata, dominata da grigi e toni freddi, e una colonna sonora minimalista che ricorda vagamente il lavoro di Mica Levi per Under the Skin. I dialoghi sono scarni, quasi rarefatti, lasciando che siano i silenzi e il linguaggio del corpo a parlare. Quando Clara traccia linee di gesso sul pavimento e si rifiuta categoricamente di oltrepassarle, il film raggiunge il suo apice di inquietudine visiva.
Il problema è che questa promessa atmosferica, per quanto suggestiva, inizia a mostrare crepe evidenti non appena la trama deve fare i conti con la necessità di spiegare il mistero. I personaggi, abbozzati in modo troppo superficiale, non reggono il peso psicologico che la storia vorrebbe caricare sulle loro spalle. Paula viene presentata come una donna che si identifica con Clara attraverso la propria incapacità di essere compresa, un parallelismo che sulla carta funziona ma che resta troppo vago per generare vera empatia. Simón è ancora meno definito, ridotto a figura marginale nella seconda metà del film. A metà strada, The Chalk Line prova un colpo di scena narrativo ambizioso: un cambio di prospettiva che sposta l’attenzione su un altro personaggio, trasformando di fatto il protagonista della storia. È una mossa audace, il tipo di scelta che registi affermati come Park Chan-wook o Denis Villeneuve hanno saputo orchestrare con maestria. Ma Tatay, qui al suo esordio nel lungometraggio, non ha ancora gli strumenti per gestire una transizione così complessa. Il risultato è una seconda metà che sembra appartenere a un film diverso, perdendo la coesione e disperdendo la tensione così faticosamente costruita.
L’origine del trauma di Clara, quando finalmente viene rivelata, non è abbastanza sviluppata per generare l’impatto emotivo che dovrebbe. Il film accenna a temi pesanti come l’abuso e il sequestro, ma li tratta con una superficialità che finisce per rendere tutto il costrutto narrativo meno credibile. Non si tratta di chiedere graficità o esplicitazione di violenze, ma piuttosto di una mancanza di profondità nell’esplorazione delle conseguenze psicologiche. Tutto resta epidermico, filtrato attraverso una lente che privilegia l’estetica dell’inquietudine rispetto alla sostanza emotiva. Il problema centrale di The Chalk Line è che vuole essere troppo cose contemporaneamente senza riuscire a eccellere in nessuna. Vuole essere un dramma familiare sul lutto e l’impossibilità della maternità, un thriller psicologico sui segreti nascosti, e un horror atmosferico sui traumi infantili. Invece di fondere questi elementi in una narrazione coerente, il film oscilla tra di essi senza mai trovare un centro di gravità.
Per gli appassionati del genere thriller che hanno amato film come Orphan, la premessa potrebbe sembrare familiare, ma The Chalk Line non possiede né la ferocia narrativa né la capacità di sorprendere del film con Vera Farmiga. Manca quel senso di escalation che rende memorabili i migliori thriller psicologici, quella sensazione di assistere a qualcosa che diventa sempre più fuori controllo fino a un climax inevitabile. The Chalk Line rappresenta quindi un caso emblematico di potenziale inespresso. Un film che funziona magnificamente nei suoi primi trenta minuti, che costruisce aspettative attraverso atmosfera e mistero, ma che poi non ha le carte per mantenere la promessa. Per uno spettatore italiano abituato al grande cinema del genere, da Argento ai thriller psicologici contemporanei, questo prodotto spagnolo risulterà probabilmente una delusione calibrata: non abbastanza brutto da interrompere la visione, ma nemmeno abbastanza riuscito da lasciare un’impressione duratura.
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