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Ricci (INVALSI): “La scuola italiana regge meglio di altri, ma la strada è ancora lunga. Sull’IA fondamentali le competenze di base”. INTERVISTA


La scuola italiana mostra segnali di tenuta e in alcuni ambiti risultati migliori rispetto ad altri Paesi, ma restano aperte questioni decisive: competenze matematiche, eccellenze, divari territoriali, differenze tra indirizzi e capacità di affrontare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Roberto Ricci, presidente INVALSI, ospite della rubrica “I PROTAGONISTI” di Orizzonte Scuola, analizza i dati più recenti di INVALSI e PISA e indica una priorità: riportare al centro gli apprendimenti e rafforzare quelle competenze di base che permettono agli studenti di diventare cittadini pienamente consapevoli.

La scuola italiana “regge meglio di altri”

Il primo dato da cui partire è la contemporanea riduzione della dispersione implicita e dell’abbandono precoce, insieme alla sostanziale tenuta dell’Italia evidenziata da PISA. Per Ricci il confronto internazionale restituisce un segnale positivo, senza però autorizzare a considerare risolti i problemi del sistema. “Sicuramente che resiste meglio di altri – ha detto il Presidente Ricci – e questo non vuol dire che problemi non ci siano, però sicuramente il movimento e l’evoluzione del sistema è in una direzione migliore rispetto a quella che osserviamo in molti paesi europei. Poi è chiaro che tutto può andare meglio e quindi dobbiamo anche confrontarci con i grandi paesi dell’Oriente, penso in particolare alla Corea del Sud, al Giappone, a Singapore, che ottengono dei risultati molto buoni e quindi questo sicuramente è un tema. Però al di là del fatto che il nostro sistema scolastico regge meglio di altri, questo è sicuramente un merito che va dato alla nostra scuola ampiamente intesa, rimangono alcuni elementi di attenzione sui quali invece bisogna continuare a riflettere e direi proprio quello di mantenere ferma la barra sull’orizzonte sugli apprendimenti dei nostri studenti e studentesse.”

Eccellenze, una sfida ancora aperta

Sul fronte delle Scienze, l’Italia si colloca in linea con la media OCSE, ma la percentuale degli studenti che raggiunge i livelli più elevati rimane inferiore. Ricci sottolinea come la scuola italiana mostri una capacità significativa di intervenire sulle fragilità, mentre resta da rafforzare il lavoro sugli studenti con risultati più alti. “Questo sì, sembrerebbe un dato abbastanza ricorrente, che ha, come poi sempre avviene in questi fenomeni, un lato positivo, cioè la capacità della nostra scuola di affrontare le situazioni di difficoltà forse anche in modo più efficace rispetto ad altri sistemi, però dobbiamo ancora lavorare sugli allievi bravi, sulle cosiddette eccellenze. Credo che questo sia un tema molto importante perché non è una questione di supportare o privilegiare delle élite, non è questo il punto. Il punto è che un sistema ovviamente deve cercare di aiutare chi ha maggiori fragilità, ma deve anche coltivare gli allievi bravi e le allieve brave perché questo aspetto è quello che poi fa la forza di un Paese.”

Matematica, la sfida parte anche dal metodo

I dati PISA mostrano una sostanziale tenuta in Matematica rispetto al 2022, ma anche una flessione nel confronto con il 2015. Le difficoltà rilevate da INVALSI già nella scuola primaria pongono il tema di quando e come intervenire. Per Ricci non basta concentrarsi sul momento in cui emerge il problema: occorre interrogarsi sulle metodologie utilizzate lungo l’intero percorso scolastico. “Sicuramente il tema della matematica, direi di tutte le discipline appunto connesse con la matematica, è un grande tema non solo italiano, ma ovviamente a noi interessa maggiormente il caso italiano. Io credo che qui ci sia una sfida anche proprio metodologica, pedagogica, per capire quali siano le strategie migliori per far sì che i nostri studenti a tutti i livelli di risultato, quindi quelli più fragili ma anche quelli più bravi, migliorino. Questo è molto importante e richiama anche tutto il mondo della ricerca, della pedagogia e delle metodologie didattiche ad un ancoraggio stretto, rigoroso e anche, come posso dire, ben ancorato alla realtà, al raggiungimento dei risultati. Sono molto importanti i processi, sono molto importanti le condizioni a contorno, ma se misurate rispetto ai risultati che otteniamo.”

Lettura, sopra la media OCSE ma restano le fragilità

Apparentemente i dati possono sembrare difficili da conciliare, PISA colloca l’Italia sopra la media OCSE nella lettura, mentre nelle prove INVALSI di terza media solo il 57% raggiunge risultati adeguati in Italiano. Secondo Ricci non c’è una reale contraddizione, una buona posizione nel confronto internazionale non elimina la presenza di una quota ancora ampia di studenti in difficoltà. “Sembrano contraddittori, ma in realtà non lo sono. Che cosa ci dicono? Che è vero, l’Italia rispetto alla media dei paesi OCSE ha dei risultati migliori, oltretutto significativamente migliori. Questo però non vuol dire che non ci siano larghe quote di studenti che hanno delle difficoltà ad apprendere testi anche complessi. Quindi siamo meglio della media, ma la media richiede, come posso dire, un’attenzione, cioè comunque i livelli di fragilità sono ancora diffusi. Ecco, credo che qui ci siano le azioni da intraprendere per il domani. È importante dirlo che la nostra scuola è una scuola che tiene, che ottiene dei risultati, ma la strada è ancora lunga.”

Divari territoriali, “il movimento va nella direzione giusta”

Uno dei nodi strutturali della scuola italiana resta la distanza tra le diverse aree del Paese. In Matematica PISA registra oltre 50 punti di differenza tra alcune aree settentrionali e il Sud. Ricci richiama gli interventi realizzati negli ultimi anni e individua negli apprendimenti e nelle metodologie didattiche il terreno su cui proseguire il lavoro. “Questi divari, come lei dice, ci sono e sono considerevoli e alcune azioni intraprese recentemente in seguito al PNRR hanno dato dei risultati interessanti, tant’è che i divari, pur rimanendo consistenti – è un problema che il Paese si porta indietro dalla sua unità – si sono un po’ ridotti. Quindi sembra, come dire, che il movimento vada nella direzione giusta e quindi qui su questo bisogna lavorare. Torniamo al discorso di prima: è importante, forse fino ad oggi noi ci siamo occupati un pochino, noi come sistema dico, su aspetti di contorno che, ripeto, sono importanti, ma serve un’attenzione più forte, più rigorosa, più attenta a proprio ciò che si apprende, quindi sulle metodologie di insegnamento.”

Licei e professionali, il peso della struttura del sistema

Le differenze tra gli indirizzi sono molto marcate. In Matematica i risultati PISA passano dai 501 punti dei licei ai 386 dei professionali. Ricci invita però a evitare una lettura automatica secondo cui sarebbe la scuola ad amplificare le disuguaglianze. Il sistema italiano prevede una differenziazione degli indirizzi già dopo la scuola secondaria di primo grado e questo elemento deve essere considerato nell’analisi. “Io su questo punto ho una visione un pochino diversa in questo senso. Certamente le differenze tra scuole ci sono e anche consistenti, però io non credo che la scuola amplifichi le differenze. Forse fa fatica a contrastarle come vorremmo, che però è diverso. Inoltre la nostra scuola risulta sempre un pochino mortificata in questo aspetto perché in generale si compiono le analisi senza tenere conto delle strutture dei nostri sistemi scolastici. L’Italia non va confrontata con l’OCSE in generale, ma va confrontata con sistemi che hanno una struttura analoga alla nostra.”

Il punto, secondo il presidente INVALSI, è distinguere le differenze legate alla specificità di ciascun percorso da quelle che riguardano invece le competenze fondamentali che ogni studente dovrebbe possedere. “Nel nostro sistema al termine della scuola media, per parlare all’antica, prevede indirizzi diversi e quindi è chiaro che questo determina delle differenze perché gli allievi si iscrivono in un indirizzo piuttosto che in un altro proprio in base a quelle differenze. Allora la sfida è, a mio modo di vedere, non guardare i risultati, come posso dire, sic et simpliciter, così semplicemente, ma guardando almeno la quota di allievi che raggiungono i livelli di adeguatezza.”

Ricci porta proprio l’esempio della Matematica per chiarire il concetto. “È chiaro che se io confronto un ragazzo o una ragazza del liceo scientifico con un altro indirizzo, osserverò dei risultati in matematica più alti, ma questo va bene, perché se ha scelto il liceo scientifico vuol dire che ha un interesse in quella direzione. Quello che invece non è accettabile come differenza e dobbiamo contrastarlo è su quella parte della matematica che ci serve come cittadini. Ecco, io vorrei dire questo perché altrimenti noi siamo portati ad attribuire a determinati indirizzi delle responsabilità che in realtà non hanno, perché questi indirizzi noi li dobbiamo osservare sul fatto che garantiscono uguale opportunità dell’apprendimento di base per tutti, ma poi, per esempio, gli indirizzi tecnici e professionali si caratterizzano per altri tipi di competenza.”

Intelligenza artificiale, decisive le competenze di base

Le competenze digitali rappresentano uno dei temi centrali per la scuola dei prossimi anni. Se i risultati INVALSI offrono segnali positivi, PISA mette in luce maggiori difficoltà in ambiti quali programmazione e problem solving computazionale. Per Ricci la risposta alla diffusione dell’intelligenza artificiale passa anche, e soprattutto, da una solida padronanza delle competenze tradizionali. “Il tema che lei dice è un tema fondamentale, direi ineludibile e non tanto del futuro, è già oggi, quindi non è che possiamo tanto perderci in speculazioni filosofiche, dobbiamo affrontare concretamente il problema. Guardi, per certi versi io vedo anche una grande opportunità per, cosa che a me sta molto a cuore anche questa, gratificare quello che la nostra scuola fa, perché le competenze di base, in particolare la lettura, ma una lettura, come posso dire, densa, approfondita, di alto livello, sono tra le competenze più importanti anche per affrontare le sfide dell’intelligenza artificiale.”

L’utilizzo efficace degli strumenti di IA, osserva il presidente INVALSI, presuppone la capacità di formulare richieste precise e di valutare criticamente i risultati prodotti. “Oggi l’intelligenza artificiale ci aiuta per esempio a produrre dei testi, in modo anche molto semplice, a volte anche molto migliore di quelli che scriviamo noi. Tutto però sta nel saper richiedere testi, esiti, prodotti che abbiano determinate caratteristiche e questo richiede competenze di base solide. Sono concreto – dice Ricci – se io sono in grado di dire come lo voglio il testo, con quali caratteristiche linguistiche, con quali strutture grammaticali lo voglio, otterrò un risultato molto migliore anziché chiedere semplicemente ‘producimi quel testo’. Ma allora qui vuol dire che io devo conoscere bene come funziona la lingua, devo conoscere bene come funziona, per esempio, la punteggiatura.”

Ed è proprio sulla scuola di base che Ricci concentra l’attenzione. “Riconosciamo molto spesso e molto facilmente un testo prodotto in modo non molto critico, usiamo questa espressione gentile, attraverso l’intelligenza artificiale guardando la punteggiatura. Se noi la conosciamo bene possiamo chiedere all’intelligenza artificiale invece di produrre dei testi di un determinato tipo, ma io insisto soprattutto per la scuola di base: lo sviluppo delle competenze di base sono ancora oggi fondamentali.”

La sfida: rileggere “leggere, scrivere e far di conto” nel 2026

Nella parte conclusiva dell’intervista Ricci torna alla funzione più profonda della scuola. La sfida non sarebbe abbandonare le competenze fondamentali davanti alle trasformazioni tecnologiche, ma ripensarle alla luce del presente e del futuro. “Io credo sia quello di riflettere con attenzione sugli aspetti fondativi e caratterizzanti della nostra scuola, potrei dirla così, rivisitandolo ovviamente al 2026: cosa vuol dire oggi leggere, scrivere e far di conto? Che è il mestiere profondo della nostra scuola, che ci rende cittadini con la C maiuscola, e declinarlo nel futuro. Ecco, credo che questa sia la sfida che aspetta tutti noi.”

Una responsabilità che, secondo il presidente INVALSI, non può tuttavia essere attribuita unicamente alle istituzioni scolastiche, perché chiama in causa l’intera società e il rapporto educativo tra scuola e famiglia. “Ma tutti noi non intendo solo la scuola, ecco questo ci tengo a dirlo, ma l’intera società. Perché la scuola ha dei compiti, dei doveri anche molto importanti, ma non può agire nel vuoto pneumatico. Non possiamo chiedere alla scuola di avere un atteggiamento, di farsi carico, di lavorare sui temi anche dell’uso dei social in un determinato modo, e poi andiamo a prendere i nostri figli da scuola, per farli stare buoni gli diamo il cellulare. Questo io ho un po’ esagerato, però per dire che serve una rivisitazione anche del patto educativo.”


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