Società

Smartphone e bambini, Daniele Novara: “Le aree del cervello non si sviluppano pienamente se tutto si fa nel digitale”

Gli smartphone fanno male allo sviluppo dei bambini e dei ragazzi: non si tratta di una semplice opinione, ma di un dato ormai dimostrato dalle neuroscienze.

Fare finta di nulla? Un atteggiamento che non aiuta affatto a risolvere la questione. A lanciare il monito è il pedagogista Daniele Novara, convinto della necessità di guardare in faccia l’impatto dei dispositivi digitali sulla crescita dei più giovani. Attenzione, però: la tecnologia non viene affatto bocciata. La convinzione di fondo è che ciascuno strumento debba semplicemente avere il suo tempo idoneo per essere utilizzato nella vita dei ragazzi.

Cervello, mani ed esperienza reale

Il nodo è anzitutto biologico e cognitivo. Se tutto ciò che andrebbe sperimentato nel mondo reale si sposta sullo schermo, le aree cerebrali destinate all’apprendimento cognitivo non riescono a svilupparsi appieno. Novara richiama l’insegnamento di Maria Montessori: l’intelligenza passa dalle mani, dal fare, dal contatto pratico con la realtà. Togliere ai ragazzi queste occasioni significa impoverirne la crescita; a questo si aggiunge – nota lo specialista – la minaccia delle dipendenze legate a tante applicazioni scaricabili con estrema facilità.

Un paragone col buonsenso

Non stiamo parlando di concessioni educative secondarie, come la gestione dell’orario di rientro o il modo di vestirsi; qui si tratta di rischi concreti riguardanti lo sviluppo della persona e il suo domani.

Per chiarire la portata del problema, il pedagogista formula un parallelo immediato: permetteremmo mai a un bambino di dieci anni di mettersi alla guida di un’automobile? Gli lasceremmo bere un bicchiere di grappa o fumare una sigaretta? Ovviamente no – e su questo punto tutta la pedagogia si trova d’accordo. Novara invita dunque a superare i pigri compromessi di ogni giorno: “Smettiamo allora di sottovalutare, anche per convenienza, i danni che provocano certi strumenti digitali e iniziamo a trattarli per quello che sono.”

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