Basilicata

Morte di David Rossi, il giallo del finto Antonio Muto approda in Commissione

L’imprenditore di origini cutresi Antonio Muto in Commissione parlamentare: «Mai conosciuto David Rossi, mai stato a Viadana»


CUTRO – «Non ho mai incontrato e non ho mai conosciuto David Rossi. Della sua morte ho appreso il 6 marzo 2013 guardando la tv». Il mistero della morte di David Rossi si arricchisce di un nuovo, surreale capitolo emerso tra i banchi della Commissione parlamentare d’inchiesta che tra le piste battute ha imboccato anche quella della ‘ndrangheta. Al centro dell’audizione c’è l’imprenditore mantovano Antonio Muto, di origini cutresi, convocato per fare luce su una vicenda clamorosa. Nel 2016 un uomo si era presentato all’avvocato Luca Goracci, legale della famiglia Rossi, millantando di essere proprio Muto e offrendo dettagli inediti e inquietanti sugli ultimi mesi di vita del capo della comunicazione di MPS.

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Il fantasma omonimo

Il sedicente Muto sosteneva di aver fissato un appuntamento con Rossi il giorno della tragedia, e di essere arrivato quando il corpo era riverso a terra. Ha aggiunto di essere stato aggredito da quattro uomini mentre tentava di avvicinarsi a Rossi e che nella colluttazione era partito un colpo di pistola perché quegli uomini erano armati.  Una ricostruzione che comprendeva presunti riciclaggi di denaro, viaggi settimanali a Roma per prelevare fondi neri diretti a Rocca Salimbeni e misteriose consegne di valigette all’interno dello Ior tramite un personaggio soprannominato “Fonzie”.

In questo contesto si inquadra l’audizione del Muto “autentico” che di fronte alle domande del presidente della Commissione, Luca Vinci, ha negato. Muto, interrogato sui fatti, ha espresso il proprio sconcerto, Chi può aver inscenato una messinscena del genere, usando il suo nome e la sua storia? «A me questa cosa è sembrata strana dall’inizio».

«Mai incontrato David Rossi»

L’imprenditore ha detto di non riconoscersi nel racconto del suo fantomatico sosia. Ha confermato di aver avuto a che fare con cantieri e finanziamenti MPS mai sbloccati. «Sono stato a Siena, ma non ho mai incontrato Rossi. Ho parlato con l’ad e una funzionaria. Il finanziamento deliberato per 42 milioni si è però fermato a 16 e le società sono fallite». Muto, coinvolto nell’inchiesta della Dda di Brescia che nel gennaio 2015 portò all’operazione Pesci, ha ripercorso la sua vicenda giudiziaria Dall’arresto, da inquadrare in una manovra a tenaglia condotta da ben tre Dda contro la potente cosca Grande Aracri (quella notte scattarono anche le operazioni Aemilia e Kyterion) all’assoluzione dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa confermata in tre gradi di giudizio.

Muto ha ricordato anche i cinque anni trascorsi ai domiciliari dove ha scontato una pena per bancarotta, ma ha anche precisato che il Riesame e la Cassazione revocarono la misura cautelare in carcere, patita per 45 giorni, per carenza di gravi indizi.

Ha negato di aver mai messo piede a Viadana, dove porta la pista della ‘ndrangheta, perché il numero di un conto di un nipote del boss Grande Aracri corrisponde a un codice rilevato nella memoria del cellulare di Rossi.

Quando Grande Aracri diceva: «Totò Muto viene e parla con me»

L’imprenditore cutrese ha negato anche di aver mai preso parte alle operazioni descritte dal suo presunto omonimo. Ha ammesso di aver incontrato più volte l’ex sindaco di Mantova Giancarlo Sodano per le pratiche relative al cantiere di piazzale Mondadori, l’appalto che secondo l’accusa faceva gola alla cosca Grande Aracri. Ma lui sostiene di essere stato tirato in ballo nelle inchieste sul clan soltanto per il suo nome. «Ci sono un sacco di Antonio Muto, anche nel processo Aemilia». Sta di fatto che il boss Grande Aracri, intercettato, affermava: «Totò Muto viene e parla con me. Può venire e parlare da solo con me, oppure vado io a casa sua». Resta in piedi l’interrogativo su chi fosse il millantatore che nel 2016 si è recato nello studio legale Goracci, perché abbia inventato un impianto narrativo così dettagliato e come sia stato possibile che nessuno ne abbia verificato l’identità.


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