Emilia Romagna

Anteprima della mostra di Leonardo Da Vinci a Bologna: vi porto tra le incredibili macchine che raccontano un sogno













C’è stato un tempo in cui volare era semplicemente impossibile. Non difficile, non costoso, non riservato a pochi: impossibile. Bisognava accontentarsi di guardare gli uccelli e alzare gli occhi al cielo. Leonardo da Vinci, evidentemente, non era tipo da accontentarsi. Osservava ali, correnti d’aria, movimenti, pesi. Disegnava. Faceva calcoli. Immaginava strutture che avrebbero dovuto permettere all’uomo di fare una delle cose che la natura sembrava avergli espressamente negato: lasciare il terreno. 

È forse questa la chiave più affascinante per entrare nella mostra “Le macchine di Leonardo da Vinci. Genio e innovazione”, che fino al 17 gennaio 2027 porta nelle sale affrescate di Palazzo Pallavicini, a Bologna, una trentina di macchine ricostruite seguendo gli studi e i disegni leonardeschi. 

Perché davanti al paracadute, al deltaplano o a quell’antenato dell’elicottero non stiamo semplicemente guardando degli oggetti. Stiamo osservando un uomo del Quattrocento che prova a immaginare qualcosa che ancora non esiste. 

Prima degli aerei c’era Leonardo

La storia del volo attraversa inevitabilmente il percorso della mostra. E forse è proprio qui che la distanza di oltre cinque secoli improvvisamente si accorcia. Il paracadute, il deltaplano, l’elicottero: oggi i loro nomi appartengono alla nostra quotidianità e non hanno nulla di misterioso. Per Leonardo, invece, erano ipotesi. 

Domande rivolte alla fisica. E soprattutto erano una sfida alla gravità. Quella voglia di volare racconta qualcosa che va persino oltre Leonardo: parla di noi. Dell’insofferenza tutta umana verso i limiti, della curiosità che ci porta a domandarci continuamente se ciò che sembra impossibile lo sia davvero. Prima osserviamo un uccello. Poi proviamo a disegnarne l’ala. Secoli dopo saliamo su un aereo e attraversiamo un continente quasi senza pensarci. In mezzo ci sono uomini che hanno avuto l’ostinazione di immaginare. Leonardo era uno di loro.

Leonardo Da Vinci  (17)
Il sogno dei volare 

Trenta macchine per entrare nella testa del Genio

L’esposizione, coordinata da Francesca Bogliolo e organizzata da Pallavicini srl di Chiara Campagnoli, Deborah Petroni e Rubens Fogacci, riunisce circa trenta ricostruzioni realizzate utilizzando legno e altri materiali in uso all’epoca. I modelli sono stati prodotti da Giorgio Cegna, emerito docente e titolare della prima Cattedra di Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, insieme agli allievi provenienti dalla Pusa University di Assisi. 

Le opere sono state inoltre verificate e codificate dal museografo Luca Pianesi. L’intento è quello di restare il più possibile vicini alle intuizioni originali: legno, cordame, tela e un rigoroso confronto con i Codici vinciani. Così il disegno smette di essere soltanto una linea sulla carta e acquista volume. E la teoria diventa macchina.

Non soltanto il volo: la curiosità per tutto

Ridurre Leonardo alle sue macchine volanti, naturalmente, sarebbe impossibile. E la mostra lo ricorda bene. C’è la bicicletta, ricostruita prendendo spunto dal celebre disegno del 1493. Ci sono il martello a movimento continuo e il misuratore di vento. Ci sono sistemi di sollevamento basati su pesi e carrucole. E poi la bilancia scrivente, il cambio di velocità, il pistone, il cric.

A guardarli uno dopo l’altro emerge probabilmente uno degli aspetti più contemporanei del pensiero leonardesco: Leonardo non sembra interessato a separare rigidamente arte, natura, meccanica e scienza. Osserva un fenomeno e prova a comprenderlo. Poi tenta di trasformare quella comprensione in qualcosa. Una macchina, un meccanismo, un disegno. È il procedimento a essere affascinante quasi quanto il risultato: guardare il mondo abbastanza a lungo da riuscire a immaginarlo diverso.

Leonardo Da Vinci  (5)
La bicicletta di Da Vinci 

Un “Istrice” di dodici metri, nato per la guerra e trasformato in speranza

Poi, lungo il percorso, arriva qualcosa che difficilmente passa inosservato. Si chiama “Istrice” ed è un’installazione lignea monumentale lunga dodici metri, ispirata ai bozzetti di Leonardo. La sua storia introduce però un cortocircuito interessante. L’idea di partenza appartiene infatti all’universo delle macchine concepite per la guerra, ma la ricostruzione esposta a Bologna è stata realizzata utilizzando legno recuperato da aree colpite da conflitti. Una macchina immaginata per combattere viene così riletta come simbolo di speranza. 

È forse uno dei passaggi più suggestivi dell’intera esposizione, perché ricorda anche l’ambivalenza della tecnologia. L’ingegno può costruire strumenti per sollevare pesi, misurare il vento e inseguire il sogno del volo. Ma può essere impiegato anche per distruggere. A decidere la direzione, alla fine, resta l’uomo. 

Giorgio Cegna definisce l’Istrice un omaggio al “Genio Universale” e ricorda come le macchine siano state realizzate seguendo principi leonardeschi, con il lavoro del Dipartimento Ompsi-Pusa University e la collaborazione di Paolo Scoccia e Maurizio Angelucci.

Leonardo dentro un palazzo bolognese

C’è infine un elemento che aggiunge fascino alla visita: il contenitore. Le macchine non sono collocate in uno spazio neutro, ma entrano nelle sale affrescate di Palazzo Pallavicini. Meccanismi, legno, corde e ingranaggi incontrano così uno degli spazi storici del centro di Bologna. Gli organizzatori spiegano che l’obiettivo della mostra è proprio quello di “abbattere le barriere tra arte e scienza”, unendo lo stupore visivo al rigore della ricostruzione storica.

Luca Pianesi racconta invece il lavoro sulla mostra come un’occasione per avvicinarsi al pensiero di Leonardo e vedere le sue intuizioni trasformarsi in oggetti reali: macchine che sono testimonianze dell’ingegno vinciano, ma allo stesso tempo vere e proprie opere d’arte. Ed è probabilmente questo il punto.





Cinquecento anni dopo continuiamo a guardare in alto

Leonardo non ha visto un Boeing attraversare l’Atlantico. Non ha assistito al decollo di un elicottero. Non ha visto un essere umano lanciarsi da migliaia di metri con un paracadute moderno. Eppure aveva già cominciato a farsi quelle domande. 

Forse è per questo che le sue macchine continuano ad affascinare: non raccontano soltanto quello che Leonardo sapeva, ma soprattutto quello che voleva sapere. Sono oggetti nati nello spazio sottilissimo che separa una domanda da un’invenzione. E davanti a quelle strutture di legno e tela è difficile non pensare a quanta strada sia trascorsa tra l’uomo che guardava un uccello chiedendosi come imitarlo e quello che oggi osserva la Terra dallo spazio. La tecnologia cambia. Le macchine diventano più sofisticate. I sogni, forse, molto meno. Perché da qualche parte continuiamo a fare esattamente quello che faceva Leonardo: guardare un po’ più in alto e chiederci se sia davvero impossibile arrivarci. 























Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »