L’editoriale – 21 settembre 1930, Trieste inaugurava una scuola ebraica: otto anni dopo gli ebrei sarebbero stati cacciati dalle altre
21 settembre 2026 – ore 06:30 – Il 21 settembre 1930 a Trieste, in via del Monte 3, veniva inaugurato il nuovo edificio scolastico della Comunità israelitica, e nessuno dei bambini che quel giorno entrarono nelle aule con libri, quaderni e quella normale curiosità con cui si entra in una scuola nuova avrebbe potuto immaginare che, appena otto anni più tardi, lo stesso edificio sarebbe diventato per molti di loro non soltanto il luogo nel quale conservare una tradizione culturale e religiosa, ma uno dei pochi spazi nei quali continuare a studiare dopo che lo Stato italiano aveva stabilito che gli alunni ebrei non potessero più frequentare le altre scuole; i muri sarebbero rimasti al loro posto, le classi avrebbero continuato ad avere cattedre e lavagne e probabilmente persino il rumore dei corridoi sarebbe rimasto simile, ma nel frattempo sarebbe cambiata completamente la ragione per cui alcuni bambini si trovavano lì. Sarebbe naturalmente consolatorio raccontare il 1930 come una specie di età dell’innocenza e il 1938 come l’anno nel quale l’antisemitismo comparve improvvisamente a Trieste, quasi fosse arrivato insieme a una circolare ministeriale, ma la storia raramente offre divisioni tanto comode, perché pregiudizi, ostilità e forme di antisemitismo esistevano già e avevano attraversato anche questa città ben prima delle leggi razziste; ciò che cambiò otto anni dopo fu qualcosa di molto più grave, perché il pregiudizio di una parte della società smise di essere soltanto un’opinione, per quanto odiosa, e acquistò timbri, uffici, regolamenti, funzionari e la forza particolare che soltanto lo Stato possiede quando decide di trasformare una discriminazione in una norma valida per tutti. La scuola della Comunità ebraica, del resto, non era stata inventata dal fascismo e non rappresentava una presenza estranea alla città, ma apparteneva a una storia molto più antica dell’ebraismo triestino, intrecciata da generazioni con il commercio, le professioni, la cultura e la vita civile di Trieste, ed è proprio per questo che il 21 settembre 1930 diventa interessante molto oltre la cronaca di un’inaugurazione: in quel momento una famiglia poteva scegliere quella scuola perché desiderava dare ai propri figli un’educazione legata anche alla propria identità, mentre dal settembre del 1938, con l’esclusione degli studenti ebrei dal sistema scolastico ordinario e l’allontanamento degli insegnanti ebrei, ciò che era stato anche una scelta comunitaria diventò per molti una necessità imposta dalle decisioni di qualcun altro.
Cambiarono così perfino il significato dei muri e la funzione delle aule, perché nel 1930 quella scuola serviva a una comunità per educare i propri figli conservando la propria identità, mentre otto anni dopo serviva anche ad accogliere bambini e ragazzi che lo Stato aveva deciso di separare dagli altri, e forse proprio questa trasformazione racconta meglio di molte grandi formule politiche che cosa significhi una discriminazione quando entra nella vita quotidiana: l’edificio era rimasto quello, gli insegnanti continuavano a spiegare le lezioni e i bambini continuavano a sedersi ai banchi, ma fuori da quelle finestre qualcuno aveva spostato il confine stabilendo chi potesse stare da una parte e chi dovesse essere mandato dall’altra. Poi ci sono i numeri, che qualche volta riescono a essere molto più indiscreti della retorica, perché all’inizio dell’anno scolastico gli alunni erano 142 e pochi mesi dopo ne erano rimasti 86, dal momento che 56 bambini avevano già lasciato Trieste insieme alle proprie famiglie per trasferirsi all’estero, e la relazione dell’ispettorato registrò quella diminuzione con l’asciuttezza con cui le amministrazioni sanno mettere dentro una tabella ciò che, visto dalla parte delle persone, significa preparare valigie, salutare parenti, abbandonare una casa e spiegare a un figlio che il giorno successivo non rivedrà i propri compagni; cinquantasei banchi rimasti vuoti raccontano il 1938 con una precisione che parecchi discorsi pronunciati nelle piazze non riescono ad avere. La scuola continuò a funzionare e proprio questa normalità rende forse ancora più impressionante ciò che era accaduto, perché gli insegnanti insegnavano, gli alunni studiavano e le lezioni seguivano il proprio corso mentre intorno a loro lo Stato aveva cambiato le condizioni della convivenza, trasformando persone che fino a poco tempo prima potevano frequentare gli stessi istituti degli altri cittadini in una categoria separata; ed è difficile trovare un punto di osservazione più efficace di un banco scolastico per capire quanto rapidamente una decisione politica possa diventare vita quotidiana, perché finché si parla di decreti, ministeri e ideologie tutto può sembrare lontano, mentre la questione diventa improvvisamente molto più semplice quando un bambino torna a casa e scopre che, dal giorno dopo, non potrà più sedersi accanto al compagno con il quale aveva diviso il banco fino al giorno prima.
L’editoriale è di Francesco Viviani
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