Visioni a 33 giri – Supertramp
Prima di diventare una delle band di maggior successo degli anni 70, i Supertramp sono stati una scommessa privata. A puntare su di loro, quando ancora il gruppo non esisteva, fu Stanley August Miesegaes, facoltoso “mecenate” olandese residente in Svizzera. Folgorato da un’esibizione del cantante e pianista Rick Davies con i Joint a Monaco di Baviera nel 1969, Miesegaes, presto soprannominato “Sam”, promise al musicista inglese che avrebbe finanziato una nuova band costruita attorno a lui. Davies pubblicò così un annuncio su Melody Maker: “C’è la genuina opportunità di entrare in una band. Contattatemi”. Alle selezioni si presentarono, tra gli altri, Roger Hodgson, inizialmente bassista oltre che cantante e compositore, il batterista Bob Miller e il chitarrista Richard Palmer. Fu quest’ultimo a suggerire il nome Supertramp, tratto dal romanzo di W.H. Davies “The Autobiography Of A Supertramp”. Palmer, lasciato il gruppo dopo il primo album, sarebbe diventato con il nome di Richard Palmer-James il paroliere di alcuni capolavori dei King Crimson, tra cui “Larks’ Tongues In Aspic”, “Starless And Bible Black” e “Red“.
I pupilli di Zio Sam
Il sostegno economico di “Zio Sam” consentì alla formazione di ottenere un contratto con la A&M e di pubblicare nel 1970 l’album d’esordio “Supertramp”, un lavoro ancora incerto nella direzione ma già ricco di ambizioni, con lunghi passaggi strumentali e sfumature canterburyane. Un anno dopo fu bissato da “Indelibly Stamped”, ad opera di un organico quasi completamente trasformato: Hodgson era passato alla chitarra, mentre Kevin Currie aveva preso posto alla batteria, Frank Farrell al basso e Dave Winthrop ai fiati. Anche lo stile era cambiato, orientandosi verso un rock robusto, attraversato da venature blues.
Nessuno dei due dischi, però, riuscì a fare breccia nel pubblico. I tour non migliorarono la situazione e l’avventura cominciò ad assumere i contorni di un investimento senza ritorno. Miesegaes, che aveva investito nel progetto circa 60.000 sterline, tra strumenti, registrazioni e mantenimento del gruppo, decise di interrompere il finanziamento nel 1972, lasciando Davies e Hodgson soli, sommersi dai debiti e con una carriera apparentemente già al capolinea. La direzione del gruppo, fortunatamente, avrebbe presto cambiato rotta. Non sarebbe mai venuta meno, invece, la gratitudine dei nostri: la dedica “To Sam” stampata su “Crime Of The Century” sarà il miglior ringraziamento possibile a quel mecenate generoso, che non aveva scommesso su un prodotto già confezionato, ma aveva dato a due musicisti il tempo di sbagliare, cambiare formazione e trovare una propria identità.
Resurrezione in fattoria
Davies e Hodgson ripartirono reclutando tre musicisti destinati a costituire l’asse del gruppo: il bassista Dougie Thomson e il sassofonista-clarinettista John Helliwell (entrambi ex-Alan Bown Set) più il batterista americano Bob Siebenberg, allora accreditato come Bob C. Benberg. La A&M concesse loro un’ultima possibilità mettendo a disposizione una fattoria seicentesca nella campagna inglese. “La casa discografica – racconterà Siebenberg – ci ha messo in una fattoria in campagna, con tutte le mogli, i figli e i gatti, per toglierci la pressione mentre facevamo questo disco. Eravamo nel bel mezzo del nulla”. Ovvero, per l’esattezza Southcombe, nel Somerset, dove, secondo Hodgson, “per la prima volta era scattato qualcosa”. Il nuovo quintetto poteva vivere, provare e comporre lontano dalle pressioni dell’industria musicale. Ne scaturì una formidabile creatività, mitigata da una ferrea selezione: dalle circa 42 canzoni provate, furono selezionate le 8 destinate alla scaletta di “Crime Of The Century”.
L’altro uomo decisivo della storia si chiama Ken Scott. Fu il fonico Russell Pope, rimasto impressionato dalla produzione di “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” di David Bowie, a suggerire ai Supertramp di affidarsi a lui, dopo i due album autoprodotti. Scott aveva iniziato a lavorare ad Abbey Road a 16 anni come operatore dei nastri, diventando poi fonico per i Beatles e collaborando anche con i Pink Floyd come assistente di Norman Smith. Trasferitosi ai Trident Studios su suggerimento di Elton John, aveva prodotto “Ziggy Stardust” e “Aladdin Sane”, oltre ad alcuni lavori di Billy Cobham. Ma la sua prima risposta, basata sull’ascolto della cassetta inviatagli dalla A&M, fu negativa. L’etichetta, allora, lo convinse ad assistere a un concerto dei Supertramp. E vedendo dal vivo ciò che i nastri non erano stati in grado di restituire, il produttore cambiò idea e accettò l’incarico.
Ken Scott sarà il loro Alan Parsons. Il suo contributo non si limiterà alla ricerca di una resa sonora impeccabile, ma si spingerà a trattare la registrazione come strumento creativo. “Il fatto è che in realtà mi annoiavo a registrare. Avevo registrato batterie, chitarre, tamburelli e tutto ciò che si può immaginare così tante volte, ed era sempre la stessa cosa. Dal momento che stavamo facendo il massimo per questo disco, ho deciso che avremmo dovuto cercare di renderlo il più diverso possibile. Ho lanciato questo concetto alla band e loro lo hanno seguito”, spiegherà il produttore.
Dalla sistemazione di microfoni per il rullante alla collocazione dei tamburi, ogni aspetto venne curato nei minimi dettagli. Inclusi effetti ambientali unici. All’epoca per inserire rumori ambientali si ricorreva alle librerie di nastri disponibili negli studi, con il rischio che uno stesso suono passasse da un disco all’altro, portandosi dietro una sgradevole impressione di già sentito. Per “Crime Of The Century” fu invece noleggiato un registratore stereo Nagra, con il quale catturare effetti originali.
Le voci infantili di “School” furono così registrate da Scott a casa di un amico che abitava nei pressi della scuola frequentata dalle tre figlie. Durante la pausa pranzo, il produttore raccolse circa mezz’ora di grida e giochi nel cortile, lasciando poi che Hodgson selezionasse in cuffia i frammenti più adatti. Per “Rudy”, invece, Hodgson e Helliwell andarono alla stazione londinese di Paddington a registrare il treno, mentre il brusio della folla proveniva da Leicester Square. Solo una volta tornati in studio, si accorsero che nell’annuncio ferroviario erano citate Didcot, località di provenienza di Hodgson, e Swindon, città natale di Davies. Persino il violino che affiora verso la conclusione apparteneva a un busker incontrato all’esterno della stazione.
Le sessioni durarono circa sei mesi e si svolsero tra i Trident, i Ramport di proprietà degli Who e gli Scorpio Sound. Scott curò ogni aspetto della produzione e insistette affinché le prime copie fossero stampate dalla divisione classica della A&M, considerata qualitativamente superiore a quella pop. La richiesta poté essere soddisfatta soltanto finché le vendite, cresciute oltre ogni previsione, non imposero ritmi industriali diversi.
La stessa attenzione fu trasferita nei concerti. I Supertramp non avevano un frontman dominante né una teatralità spettacolare sulla quale costruire lo show: la loro forza doveva risiedere nell’esecuzione corale e nella qualità acustica. Poiché non esisteva un impianto capace di riprodurre dal vivo la complessità del disco, Pope fondò una società, la Delicate Productions, e assemblò un sistema di amplificazione utilizzando componenti selezionati in diversi paesi.
“Crime Of The Century” nacque dunque dall’incontro tra un gruppo finalmente stabile e un produttore deciso a trasformare lo studio in uno strumento creativo. Ma sarebbe sbagliato attribuirne il risultato alla sola perfezione tecnica. Il suono era solo la confezione perfetta di una scrittura giunta a maturazione, fondata sull’opposizione e sulla complementarità tra le due menti pensanti del gruppo: Rick Davies e Roger Hodgson.

Il crimine del secolo: un “non concept”
Pubblicato il 25 ottobre 1974, “Crime Of The Century” conserva alcune tracce del progressive rock senza appartenervi fino in fondo. Le durate estese, i cambi di tempo, le strutture composite, gli interventi orchestrali e l’uso narrativo degli effetti ambientali lo avvicinano indubbiamente al miglior prog britannico. I Supertramp, tuttavia, non cercano mai il virtuosismo fine a sé stesso, la fuga nel mito o in una realtà fantastica o l’accumulo di complicazioni metriche. Il loro obiettivo è rendere accessibili quelle architetture, piegandole alle esigenze del racconto e della melodia. È il segreto di un sound magico, che sposa la grazia dei ritornelli pop alla maestosità strumentale del prog. “Crime Of The Century” è l’album che mette finalmente a fuoco la formula dei Supertramp: un singolare connubio tra certo heavy rock e r’n’b americano e la tradizione folk-pop inglese, rivisitati in chiave progressiva, attraverso l’approccio ritmico del piano e delle tastiere e i corposi fiati di Helliwell, il cui sax assume spesso il ruolo che spetta alla chitarra solista nei gruppi rock.
Al di là dei loro intrecci vocali e della doppia firma sui brani, Rick Davies e Roger Hodgson mettono in luce due differenti approcci musicali: il primo, patito di rock e rhythm’n’ blues americano, predilige atmosfere rugginose e partiture più ostiche, il secondo, di formazione folk-pop, cesella i ritornelli più brillanti e le ballate più melodiche. Davies ha una vocalità scura, gutturale, impregnata di blues; al pianoforte e al Wurlitzer procede per accordi percussivi, introduzioni jazzate e improvvise accelerazioni. Hodgson, di formazione chitarrista, gli si contrappone con il suo acutissimo falsetto, la sensibilità mistica, le melodie luminose e un modo martellante di usare il piano elettrico. Le stesse personalità dei due autori erano molto diverse, come avrebbe ricordato lo stesso Scott, ed era proprio questa distanza a rendere riconoscibile la loro musica. Fatte le debite proporzioni, verrebbe quasi da pensare a una riedizione del dualismo Lennon–McCartney.
Helliwell completava la formula sonora con fiati eleganti e incisivi, aggiungendo anche un tocco d’ironia, mentre Thomson e Siebenberg davano vita a una sezione ritmica mobile, capace di accompagnare i continui mutamenti senza mai appesantirli. L’affiatamento nel gruppo era all’apice. Davies e Hodgson hanno più volte indicato le sessioni di “Crime Of The Century” come un momento di eccezionale intesa, mentre Siebenberg ha riconosciuto nel disco il vertice artistico della band.
Più che un concept-album, “Crime Of The Century” è un ciclo di scene e di storie, tenute insieme da una medesima inquietudine. Follia, alienazione, solitudine e ansia di libertà ricorrono lungo gli otto brani (per 44’06” di musica), in un percorso disseminato di personaggi che non riescono ad adattarsi alle dure regole del mondo (un leit-motiv che i Supertramp si sarebbero portati sempre dietro, finanche nella loro massima hit “The Logical Song”).
Ma se i coevi Pink Floyd di “The Dark Side Of The Moon” indagavano i grandi mali della società – oppressione, avidità, alienazione – i Supertramp portavano in scena storie ordinarie di persone comuni: malati, individui fragili e riconoscibili nei quali era facile immedesimarsi.
La scuola è il punto di partenza da cui la narrazione si dipana. E non solo perché è “School” ad aprire il disco. È il luogo nel quale l’autorità si manifesta per la prima volta e il bambino viene addestrato a occupare la posizione assegnatagli nella società. Un concetto, se vogliamo, non troppo dissimile da quello dell’eversiva “Another Brick In The Wall” dei Pink Floyd di quattro anni dopo, seppur espresso con tonalità più malinconiche e disilluse. Le voci del cortile e il grido improvviso tratteggiano un paesaggio realistico che il prepotente attacco di armonica “morriconiano” di Davies trasfigura minacciosamente; Hodgson entra quasi in punta di piedi, sorretto da una chitarra liquida, ma la canzone si espande gradualmente. Il pianoforte percussivo di Davies spezza la forma della ballata, basso e batteria aumentano la pressione, le voci si moltiplicano e il brano precipita in un finale concitato.
Hodgson ha definito “School” essenzialmente una sua canzone, pur riconoscendo a Davies la composizione dell’assolo di piano e di una parte consistente del testo. Alla base, vi era l’esperienza del collegio frequentato da ragazzo: il grido iniziale proviene davvero da un cortile scolastico, ma, come ha spiegato l’autore, “rappresenta molto di più”. È la paura suscitata dall’autorità e da un’educazione che, invece di liberare, prepara a obbedire. O tutt’al più a diventare tutti dei bravi Johnnie-Too-Good (“be like Johnnie-Too-Good, don’t you know he never shirks”).
La successiva “Bloody Well Right” raccoglie quel senso di malessere e lo traghetta nell’età adulta. Con un nesso esplicito fin dall’apertura: “So you think your schooling’s phony/ I guess it’s hard not to agree/ You say it all depends on money/ And who is in your family tree”. La scuola diventa così il primo livello di un ordine sociale fondato sul denaro, sulla discendenza familiare e sulla disuguaglianza sociale. La prolungata intro di pianoforte dal sapore jazzato di Davies introduce i fraseggi di chitarra elettrica di Hodgson, prima che la voce baritonale e beffarda di Rick, i cori stile call-and-response e il fulminante solo finale del sax di Helliwell trasformino la denuncia in un numero da music hall abrasivo, in bilico tra hard-rock, jazz e r’n’b.
Alla disillusione nella sfera pubblica si affianca anche un disagio interiore, che si manifesta in una sorta di reclusione forzata. “Hide In Your Shell” non è solo un manifesto di isolazionismo: Hodgson vi riversa la solitudine e le insicurezze provate a 23 anni, oltre alla sensazione di non avere, neppure nella band, qualcuno con cui condividere la propria ricerca personale e spirituale. Il “guscio” è così contemporaneamente rifugio e prigione: il protagonista cerca qualcuno che lo comprenda, ma teme di aprirsi perché “il mondo per darti un passaggio ti vuole dissanguare” (“‘Cause the world is out to bleed you for a ride”). Il tormento si riflette in una stupenda ballata di quasi sette minuti, costruita su bruschi cambi di ritmo e su un dialogo in crescendo tra la voce straziata di Hodgson e le pulsazioni serrate del suo Wurlitzer. Con un bridge che riesce a essere ancor più struggente dell’apertura melodica del refrain. Un capolavoro nel capolavoro, che troverà forse la sua “versione definitiva” nella trascinante esecuzione live contenuta in “Paris” (1980).
Ma se la reclusione di “Hide In Your Shell” è tutta interiore, quella di “Asylum” trasporta il discorso sul piano dell’instabilità mentale, con il Jimmy Cream di Davies che insiste nel dichiararsi sano e di voler solo “giocare”, temendo di essere rinchiuso in un manicomio: ” Don’t arrange to have me sent to no asylum/ I’m just as sane as anyone/ It’s just a game I play for fun – for fun”. Piano, orchestra e batteria rendono tuttavia sempre più fragile quella sicurezza, lasciando affiorare la possibilità che il personaggio non riesca più a distinguere la realtà dalle proprie ossessioni. Brano tra i meno immediati del disco, privo di uno dei caratteristici ritornelli killer alla Supertramp, “Asylum” svolge però un ruolo cruciale nel disco, accentuandone l’oscurità e preparando il terreno alla deriva psicologica finale.
A spezzare la tensione sembra provvedere per poco più di tre minuti la trasognata “Dreamer”, apparentemente il momento più leggero e scanzonato dell’album. Hodgson l’aveva composta a 19 anni, nella casa della madre, registrandone una prima versione con voce, Wurlitzer e scatole di cartone usate come percussioni. La band faticherà a ricrearne la spontaneità e finirà per riversare il nastro originale sul multitraccia, suonandovi intorno. Il Wurlitzer martellante, i cori, la sezione ritmica scattante, gli inserti d’organo e la voce quasi “bianca” di Hodgson forgiano uno dei più brillanti congegni pop dei Supertramp, destinato a diventare un inno nei concerti. Ma il sognatore – in cui l’hippy idealista Hodgson palesemente si specchia – non va certo incontro a un futuro radioso: è destinato a essere deriso, perché incapace di adeguarsi al pragmatismo richiesto dalla società: “Dreamer, you stupid little dreamer/ So, now you put your head in your hands, oh no!”, recita il ritornello. La leggerezza della musica – tutta giocata su una sottile trama di chitarra, Wurlitzer e voce – suona così paradossale, come un velo che occulta il volto brutale della società.
Curiosamente, Renato Zero ne inciderà un’inquietante cover italiana dall’assai meno sognante titolo di “Sgualdrina”.
Il passaggio a “Rudy” rovescia ancora prospettiva. Il protagonista è un uomo ordinario, “non sofisticato, né ben istruito”, rimasto ad aspettare che le cose belle arrivassero anche per lui. La sua esistenza viene riassunta in pochi versi spietati: “Non ha avuto nessun amore/ Per nessuna ragione o rima/ E tutto il mondo è al di sopra di lui”. Rudy “pensava che tutte le cose belle arrivano per chi sa aspettare”, ma ha finito per accorgersi che potrebbero arrivare “troppo tardi, troppo tardi, troppo tardi”. Quando lo comprende, il treno è già diventato la metafora di una vita trascorsa senza riuscire a partire. I rumori di Paddington e Leicester Square, gli annunci ferroviari e il violino del musicista di strada dilatano lo spazio, collocando la solitudine individuale in mezzo al movimento indifferente della città. “Rudy” muta forma senza mai dare l’impressione di esibire la propria complessità para-prog. Il piano luminoso di Davies viene assecondato dal basso pulsante, dalle impennate della chitarra, dall’orchestra e da bruschi salti ritmici. La tensione cinematografica nasce proprio dal contrasto tra la modesta statura del personaggio e la vastità dell’apparato sonoro che ne narra la sconfitta.
Dopo questa serie di pannelli individuali, sul finire dell’album i Supertramp allargano la prospettiva. “If Everyone Was Listening”, ispirata all’immagine shakespeariana del mondo come palcoscenico, è il passaggio più raccolto – e forse meno incisivo – ma prepara la conclusione chiedendosi se esista ancora una possibilità di salvare lo show: “Se tutti ascoltassero, sai/ Ci sarebbe una possibilità di salvare lo spettacolo/ Chi sarà l’ultimo clown/ A far crollare la casa?/ Oh no, per favore no, non lasciate che il sipario cali”. Un interludio crepuscolare prima che scenda definitivamente la notte. L’immagine teatrale, però, non è solo un espediente poetico: se il mondo è un palco e gli uomini sono attori, la salvezza dipende dalla disponibilità di ciascuno ad ascoltare gli altri e a comprendere ciò che accade prima che lo show finisca.
Nella title track, invece, il disagio personale si fa accusa collettiva. Il riff di piano scandisce le strofe come un interrogatorio: “Ora stanno pianificando il crimine del secolo”, canta Davies, prima di domandare: “E quale sarà?/ Leggete tutti i loro piani e le loro avventure”. Il bersaglio sembra inizialmente un potere lontano e senza volto, intento a progettare il saccheggio del mondo. L’inquadratura si avvicina però progressivamente: “So roll up and see/ How they rape the universe/ And how they’ve gone from bad to worse/ Who are these men of lust, greed, and glory?”. La richiesta di strappare le maschere promette la rivelazione dei responsabili, ma il verso conclusivo manda in frantumi la comoda distinzione tra colpevoli e innocenti: “But there’s you and there’s me” (“Ma ci sei tu e ci sono io”). A commettere il “crimine del secolo”, dunque, non sono soltanto governanti, uomini avidi o poteri occulti, ma un’intera società, della quale fanno parte anche coloro che si limitano a osservare e accettare passivamente. Togliere le maschere significa dunque riconoscere una responsabilità condivisa. La musica traduce il tutto in un climax di straordinaria potenza: il piano ripete la stessa frase come una sentenza irrevocabile, gli archi avanzano come una mareggiata fra timpani d’organo, mentre il sax di Helliwell intona un lungo lamento. È il punto nel quale il sound dei Supertramp incontra più chiaramente il sentire prog britannico: struttura composita, messin scena drammatica e arrangiamenti quasi da Broadway convergono in una coda strumentale sontuosa, che non lascia scampo.
Successo a scoppio ritardato
Griffato da una copertina onirica, con due mani che tentano di aprire una gabbia in un cosmo stellato, il disco inaugurò la fase ascendente dei Supertramp, che li avrebbe portati – tre album e cinque anni più tardi – alla leggendaria colazione per la celebrità di “Breakfast In America” (1979). Oggi sono in pochi a non riconoscere a “Crime Of The Century” lo status di capolavoro. Eppure, all’epoca anche questa terza prova a 33 giri dei Supertramp non ottenne un successo immediato. Negli Stati Uniti il primo singolo, “Bloody Well Right”, raggiunse il numero 35 della Billboard Hot 100, mentre “School” si limitò conquistare una buona popolarità nelle radio Fm. L’album fu il primo dei Supertramp a entrare nella classifica statunitense, ma si fermò al numero 38 della Billboard 200, e venne certificato disco d’oro solo nel 1977, dopo l’uscita del quinto capitolo della saga, “Even In The Quietest Moments…”.
La vera svolta arrivò nel Regno Unito, grazie soprattutto al singolo “Dreamer”, che nel febbraio 1975 raggiunse il n.13 della Uk Chart. Il crescente airplay radiofonico rilanciò l’album poco prima della partenza per il tour americano: “Crime Of The Century” salì fino al quarto posto della classifica britannica.
La ristampa per il cinquantennale e il film ritrovato
Lasciati troppo a lungo in un colpevole oblio, interrotto solo dalla triste notizia della scomparsa di Rick Davies (6 settembre 2025), i Supertramp sono tornati alla luce proprio grazie alla ristampa celebrativa di “Crime Of The Century” per il cinquantennale, alla quale è stata abbinata anche la riedizione di “Crisis? What Crisis?”, il disco che uscì il 28 novembre 1975, appena 13 mesi dopo il predecessore.
La nuova edizione è stata realizzata sotto la supervisione della band e del co-produttore Ken Scott, con il supporto tecnico di Miles Showell presso gli Abbey Road Studios. Il disco è stato rimasterizzato in half-speed, procedimento nel quale il master e il tornio di incisione vengono fatti lavorare a velocità dimezzata per consentire una maggiore precisione nella lettura e nel trasferimento delle informazioni sonore. Una scelta particolarmente significativa per un album costruito sulla dinamica, sulla profondità degli ambienti e sulla continua alternanza fra passaggi intimi ed esplosioni orchestrali.
La ristampa conserva naturalmente la sequenza originale: “School”, “Bloody Well Right”, “Hide In Your Shell” e “Asylum” sul primo lato; “Dreamer”, “Rudy”, “If Everyone Was Listening” e “Crime Of The Century” sul secondo. Otto brani disposti secondo una progressione che porta dalla repressione dell’infanzia alla denuncia conclusiva, dalla voce dei bambini nel cortile alla dissolvenza orchestrale della title track.
A cinquant’anni di distanza, il prestigio del disco è attestato anche dai numerosi riconoscimenti retrospettivi. “Crime Of The Century” è stato incluso al numero 108 delle World Critic Lists, la classifica comprendente duecento album scelti da critici rock e disc jockey, ed è stato incluso tra i migliori dischi di tutti i tempi da testate come Rolling Stone, Classic Rock e Prog Magazine. Nel 2015 Rolling Stone lo ha collocato anche al 27° posto tra i cinquanta migliori album progressive di sempre. Il disco è apparso inoltre nel volume “1001 Albums You Must Hear Before You Die”.
Le certificazioni ottenute in diversi paesi – Gold, Platinum e Diamond – raccontano soltanto una parte della sua fortuna. Il dato più significativo è forse la sopravvivenza nel repertorio dal vivo di “School”, “Bloody Well Right”, “Rudy” e della title track, brani rimasti stabilmente nei concerti della band anche molti anni dopo la loro pubblicazione. L’album che avrebbe dovuto rappresentare l’ultima occasione concessa dalla A&M è diventato il centro propulsivo dell’identità dei Supertramp, esplosa poi sul mercato mondiale con “Breakfast In America”.
Alle celebrazioni si aggiunge il recupero del film del concerto tenuto il 9 marzo 1975 all’Hammersmith Odeon di Londra, durante il tour di 45 date organizzato parallelamente all’affermazione del disco. Quella sera la sala era esaurita e “Crime Of The Century” si trovava ormai stabilmente ai vertici delle classifiche. Il gruppo lo eseguì integralmente, affiancandogli quattro brani che sarebbero confluiti nel successivo “Crisis? What Crisis?”: “Sister Moonshine”, “Just A Normal Day”, “Another Man’s Woman” e “Lady”. Nel repertorio trovò posto anche “You’re Adorable (The Alphabet Song)”, accolta da una lunga ovazione.
Il concerto fu diretto da Derek Burbridge, che in seguito avrebbe realizzato videoclip per Gary Numan, The Police e Ac/Dc. Il restauro è stato effettuato a partire dai negativi originali in 16 millimetri, mentre l’audio è stato remixato in Dolby Atmos. Quest’ultimo era già stato pubblicato su vinile nel 2014, nell’edizione preparata per il quarantesimo anniversario di “Crime Of The Century”; il film, invece, non era mai stato distribuito ufficialmente in Vhs, Dvd o Blu-ray.
Non si tratta quindi della semplice riproposizione di immagini già ampiamente circolate, ma del recupero di una testimonianza rimasta per mezzo secolo fuori dal catalogo ufficiale. Il valore del documento sta anche nel momento storico che riesce a fissare. Sul palco non ci sono più i Supertramp incerti dei primi album, ma non c’è ancora la macchina da successo planetario di “Breakfast In America”. C’è una band appena uscita dalla propria lunga gavetta, consapevole di avere finalmente trovato un suono e ancora sostenuta da una collaborazione interna al massimo della sua efficacia. L’Hammersmith Odeon consente inoltre di osservare come un album tanto elaborato potesse essere tradotto dal vivo. Gli effetti ambientali, le orchestrazioni, i passaggi cinematografici e le improvvise variazioni dinamiche diventavano parte integrante delle composizioni. La precisione degli arrangiamenti e la qualità dell’amplificazione permettevano al gruppo di conservarne la complessità senza sacrificare la forza immediata delle melodie.
Il film restituisce così il ritratto di una formazione nel pieno della maturità: Davies e Hodgson ancora complementari, Helliwell capace di passare dai fiati ai momenti di humour, Thomson e Siebenberg impegnati a sorreggere una musica in continuo movimento. È la dimostrazione visiva di ciò che la ristampa consente di riascoltare: la breve stagione nella quale sofisticazione prog, sensibilità pop, blues, hard-rock e teatralità riuscirono a convivere senza che nessun elemento prendesse il sopravvento.
“Crime Of The Century”, dunque, non è soltanto il disco che salvò i Supertramp e li condusse verso la fama. È l’istantanea di un equilibrio irripetibile, nato dopo due fallimenti e raggiunto poco prima che il successo modificasse definitivamente le dinamiche e le tensioni interne della band. La nuova rimasterizzazione e il film restaurato riportano alla luce proprio quel passaggio: il momento in cui cinque musicisti usciti dal nulla trasformarono la loro ultima possibilità in un delitto perfetto.
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20/09/2026
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