Laura Veirs – Temple Songs
A distanza di quasi tre anni da “Phone Orphans“, Laura Veirs torna con questo suo quattordicesimo LP, pubblicato dalla sua label, la Raven Marching Band.

“Temple Songs” è presentato come il primo album che la musicista di stanza a Portland ha scritto, registrato, arrangiato, prodotto e interpretato interamente da sola. La press release spiega che sul disco Laura suona la chitarra, il basso, la batteria, il tamburello e le percussioni, oltre a cantare. L’unico contributo esterno è il sassofono che si puo’ trovare in un paio di canzoni.
Mixato da Philip Weinrobe (Adrianne Lenker, Tomberlin, Florist), il disco viene definito dalla musicista di stanza a Portland come “la versione più autentica di me stessa. Per la prima volta dai miei vent’anni, registrare è tornato a essere uno spazio di esplorazione personale. Ho dovuto lottare con alcuni demoni, ma soprattutto mi sono divertita.“
Scritto nel corso di appena tre mesi, questo nuovo full-length vede la Veirs sfruttare il concetto giapponese del wabi-sabi, cioè trovare la bellezza nell’imperfezione e questo l’ha quindi portata a non fare correzioni o aggiunte alle sue registrazioni.
“Arc Still Bends” apre i giochi con arpeggi gentili e melodie altrettanto morbide, ma attraverso la pur delicata voce di Laura traspare un leggero velo di malinconia.
“Pulse”, uno dei singoli che hanno anticipato la release, è uno dei pezzi più belli di “Temple Songs” e senza dubbio il più interessante: se il sound rimane abbastanza cupo, il lavoro di chitarra e percussioni è decisamente ispirato e l’aggiunta del sax nella seconda parte (tutta strumentale) aggiunge un tocco free jazz davvero piacevole.
Gli arpeggi soft della successiva “Feeling Returns” hanno una purezza assoluta e trovano un’atmosfera decisamente rilassata, mentre “River’s Song”, che fa riferimento a una delle sue bambine, è di una bellezza incredibile e sembra voler cullare l’ascoltatore con quel calore umano che emette.
Se “No Masters” è una canzone buia, determinata e giustamente femminista, “Out From Undercover” vede ancora la presenza del sax, mentre ha un tocco più poppy, ma incredibilmente raffinato e accogliente.
Un altro bel disco, costruito praticamente tutto dalla stessa Veirs senza quasi nessun aiuto esterno, “Temple Songs” è un lavoro leggero e di grande qualità dove la voce di Laura sa ancora una volta emozionarci tanto.
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