Sindacato S.p.A., il libro di Stefano d’Errico su Cgil, Cisl e Uil
Perché un’apposita norma consente agli esponenti dei sindacati laute pensioni a carico dello Stato senza il versamento dei contributi? Perché un dirigente neo-assunto nel settore privato, subito collocato in aspettativa non retribuita (apparentemente a “totale carico del sindacato”), può guadagnarsi una pensione di anche settemila euro mensili? E perché una legge truffa sulla rappresentanza concede a questi sindacati un regime di monopolio, mentre agli altri viene negato persino il diritto di assemblea? Queste sono solo alcune delle domande al centro del nuovo libro di Stefano d’Errico Sindacato S.p.A. CGIL, CISL, UIL (e gli altri). Diktat, affari e miracoli della nuova casta, edito da Paper First, che sarà presentato martedì 22 settembre a Milano, alla Casa della Cultura di via Borgogna 3.
L’evento di presentazione si terrà dalle 15 alle 17.45 – per prenotarsi è necessario inviare i propri dati all’indirizzo email unicorno@altrascuola.org – ma sarà trasmesso anche in diretta streaming sul canale YouTube della Casa della Cultura (https://www.youtube.com/live/REVUM991Ee4) per consentire la partecipazione anche a chi non potrà essere fisicamente presente in sala. Inoltre, per i lavoratori della scuola, i docenti e il personale Ata, l’evento riserva l’opportunità di far valere la partecipazione come attività di formazione professionale, chiedendo l’esonero dal servizio per l’intera giornata. A discutere dei contenuti del libro saranno, insieme all’autore e segretario nazionale di Unicobas Scuola & Università Stefano d’Errico, anche Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e autore della prefazione, ed Ezio Gallori, dell’associazione Pensionati Uniti, che ha curato dell’introduzione. A coordinare gli interventi saranno Beppe Bettenzoli, di Usb Lombardia, e Marco Monzù Rossello, di Unicobas Lombardia.
Dall’introduzione di Ezio Gallori: “Nel mondo sindacale di un tempo, con la partecipazione e la democrazia, non c’erano spazi per i privilegi ma solo militanze convinte ed esempi di alta moralità e impegno. Valori che si sono persi, nelle deleghe in bianco, nei distacchi sindacali, nei compensi, nelle carriere agevolate, negli opportunismi e perfino nei tradimenti ai danni dei lavoratori”
Dalla prefazione di Peter Gomez (riduzione): Gli stipendi in Italia non crescono da trent’anni e sarebbe comodo poter indicare un solo colpevole. Non potendo più svalutare la moneta si è scelto di svalutare il lavoro. Ma in una democrazia matura, quando profitti e salari si separano per così tanto tempo, quando la produttività non cresce perché non si investe, quando la politica abdica al suo ruolo, qualcuno dovrebbe alzare la voce. E quel qualcuno dovrebbe essere il sindacato. Accade ed è accaduto così in tutti i Paesi d’Europa. Ed è successo persino negli Usa dove il sindacato dei lavoratori dell’auto ha bloccato le fabbriche per settimane e settimane per ottenere aumenti che recuperassero l’inflazione post-Covid. Perché invece da noi il conflitto salariale è restato debole, intermittente, spesso simbolico? Perché i salari sono scesi senza una reazione proporzionata nelle piazze e sui luoghi di lavoro? Il libro di Stefano d’Errico serve anche per dare questa risposta. Fino alla fine degli anni Ottanta i sindacati italiani erano, con le ovvie eccezioni, una forza esterna allo Stato. Poi arrivano gli anni Novanta, e cambia tutto. Il Protocollo del 23 luglio 1993, firmato dalle organizzazioni sindacali con il governo, segna la svolta: nasce la concertazione permanente, nasce la politica dei redditi, nasce l’idea che i salari debbano crescere non in base al conflitto, ma in base alle compatibilità macroeconomiche. Da quel momento i sindacati non sono più soltanto rappresentanti dei lavoratori: diventano cogestori della stabilità economica del Paese. È l’ingresso ufficiale nel sistema. Ogni patto ha ovviamente un prezzo. Qui il prezzo è il conflitto. Già nel 1990 la legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali introduce preavvisi, fasce di garanzia, limiti e sanzioni. Nel 2000 la riforma rafforza ulteriormente il meccanismo. Gli scioperi alla francese o alla tedesca che bloccano il Paese per giorni diventano da noi impossibili. In Italia non esiste una vera cassa sciopero. Eppure, come si rende conto ogni iscritto guardando la propria busta paga, i nostri sindacati non sono poveri. Perché, mentre s’indeboliva il conflitto sociale, il sistema delle organizzazioni è invece cresciuto. Cresciuto nei servizi. Patronati, Caf, formazione professionale, enti bilaterali: sono un welfare parallelo, senza un bilancio consolidato che consenta di capire davvero quanto valga l’intero perimetro delle varie organizza- zioni. Il paradosso è evidente: salari fermi; sindacati economicamente solidi.
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