Sicilia

Pensione anticipata a 64 anni usando anche il Tfr, la Cgil boccia la proposta. Ecco le simulazioni

Consentire l’uscita anticipata dal lavoro a 64 anni anche a chi ha iniziato a versare i contributi prima del 1996. È una delle ipotesi rilanciate dalla Lega in vista della nuova legge di Bilancio. La proposta, illustrata nelle scorse settimane dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon al Corriere della Sera, prevede di estendere questa possibilità anche ai lavoratori che rientrano nel sistema misto.

La nota della Cgil e le simulazioni

La Cgil ribadisce la propria contrarietà all’ipotesi di utilizzare il Tfr per consentire l’uscita anticipata a 64 anni. «Una proposta già avanzata lo scorso anno e che per la Cgil è sbagliata e, alla prova dei numeri, addirittura folle», afferma il sindacato.

«Non amplia realmente la flessibilità del sistema previdenziale, ma scarica interamente il costo dell’anticipo sulle lavoratrici e sui lavoratori, che per poter andare prima in pensione dovrebbero accettare un assegno più basso per tutta la vita e, in alcuni casi, utilizzare anche il proprio Tfr per raggiungere la soglia richiesta», spiega la Cgil nella sua newsletter Collettiva. «Siamo di fronte all’ennesima proposta sbagliata, che prova a presentare come una nuova opportunità ciò che in realtà viene finanziato interamente dalle lavoratrici e dai lavoratori», afferma Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil. «Il punto da chiarire è molto semplice: il Tfr è delle lavoratrici e dei lavoratori ed è salario differito. Non sono risorse del governo e non sono risorse pubbliche con cui finanziare una riforma delle pensioni», sottolinea.

«Il primo dato da cui partire – spiega Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil nazionale – è quanto sia diventato progressivamente più difficile raggiungere il requisito economico necessario per andare in pensione anticipata nel sistema contributivo». Nel 2022, per accedere al pensionamento a 64 anni, era necessario maturare una pensione pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, 1.310,68 euro mensili. Nel 2026 la soglia ordinaria è salita a tre volte l’assegno sociale, pari a 1.638,72 euro mensili. Dal 2030 è previsto il passaggio a 3,2 volte l’assegno sociale e, nella simulazione realizzata dall’Osservatorio Cgil, la soglia viene stimata in 1.818,94 euro mensili.

«Significa – sottolinea Cigna – che tra il 2022 e il 2026 l’asticella si è alzata di circa 328 euro al mese. Per raggiungere questa cifra, servirebbe un montante contributivo in più pari a 83.851 euro, che equivale a una maggiore retribuzione di quasi 254.000 euro. Nel 2030, secondo la nostra simulazione, la soglia si alza fino a 508 euro e il montante necessario in più salirebbe a 129.863 euro che equivale a una maggiore retribuzione per quasi 394.000 euro». «Ed è qui – sottolinea Cigna – che emerge l’assurdità della proposta: prima si alza la soglia che le lavoratrici e i lavoratori devono raggiungere per poter andare in pensione e poi si propone loro di utilizzare il proprio Tfr per superare quella stessa barriera».

Per verificare «concretamente» la praticabilità della proposta, l’Osservatorio previdenza della Cgil ha assunto come riferimento l’ultima retribuzione media annua comunicata dall’Inps per il 2024 per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi il settore agricolo e il lavoro domestico – colf e badanti – pari a 24.486 euro lordi annui. Il valore medio “nasconde» in ogni caso una forte differenza di genere: la retribuzione media annua degli uomini è pari a 27.967 euro, mentre quella delle donne si ferma a 19.833 euro. «È con questi salari – osserva Cigna – che dobbiamo confrontare qualsiasi proposta previdenziale. Non possiamo costruire simulazioni pensando a carriere perfettamente continue e retribuzioni elevate, quando la realtà del nostro mercato del lavoro ci consegna una retribuzione media di poco superiore ai 24 mila euro».

Le simulazioni mostrano, infatti, che l’utilizzo del Tfr «non risolve il problema proprio per le lavoratrici e i lavoratori che avrebbero maggiore necessità di poter anticipare il pensionamento». Con una retribuzione annua di 30 mila euro e 30 anni di contribuzione, ad esempio, la pensione simulata a 64 anni è di circa 1.110 euro mensili, molto lontana dai 1.638,72 euro richiesti nel 2026. Anche aggiungendo il Tfr stimato, il montante complessivo rimarrebbe «insufficiente» a raggiungere la soglia, avverte la Cgil.

L’eventuale possibilità di accedere al pensionamento a 64 anni «sarebbe accompagnata dal ricalcolo dell’intera pensione con il sistema contributivo». Lo sottolinea la Cgil nella sua newsletter Collettiva. Le simulazioni del sindacato mostrano che con 40 anni di contribuzione e una retribuzione annua di 35 mila euro, la pensione calcolata con il sistema misto sarebbe di circa 1.726 euro mensili; con il ricalcolo contributivo scenderebbe a circa 1.543 euro: oltre 182 euro in meno ogni mese, «pari a una riduzione del 10,6%». Con una retribuzione di 50 mila euro la perdita salirebbe a 261 euro al mese, e con 70 mila euro a oltre 365 euro mensili.


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