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la vera vittoria è stata resistere

C’erano anni in cui a Borgo Cina imparavi presto che la strada poteva insegnarti cose che a scuola non avresti trovato.

Erano gli anni Settanta, poi sarebbero arrivati gli Ottanta. La Fiat era ancora il grande animale che respirava ai margini del quartiere e dettava il tempo alle famiglie. I turni degli operai, gli autobus pieni, le tute blu, il rumore delle fabbriche. Torino viveva della fabbrica e Borgo Cina viveva di Torino. Ma sotto quella normalità cresceva altro.

C’erano gli anni di piombo. Le notizie alla televisione arrivavano insieme alle immagini delle manifestazioni, delle barricate, delle molotov, degli attentati, delle fotografie dei morti. Le parole brigatisti, terrorismo, rapimento, gambizzato entrarono nel vocabolario quotidiano. Non erano più parole lontane, appartenevano alla città.

Poi arrivò la droga. All’inizio la vedevi negli altri. Poi cominciavi a riconoscerla. C’erano ragazzi che cambiavano faccia, amici che improvvisamente sparivano, famiglie che cercavano di non far sapere, madri che aspettavano dietro una finestra. E c’erano le siringhe. Le trovavi per strada. Vicino ai marciapiedi, nei giardini, negli angoli dove i bambini giocavano. Bastava un attimo di distrazione e potevi pestare qualcosa che non avresti mai dovuto trovare. Noi bambini imparavamo anche questo: a guardare per terra.

Non c’erano manuali per sopravvivere a quegli anni. C’era l’istinto. C’erano gli amici. C’erano i genitori che lavoravano e tornavano stanchi. C’erano le donne che tenevano insieme la casa mentre gli uomini facevano i turni. C’erano i cortili, il pallone, le biciclette, le urla dalle finestre. E c’era una comunità che spesso non aveva niente di eroico, ma che continuava ad andare avanti.

Questa è forse la cosa che oggi ricordiamo meno. Noi siamo cresciuti in mezzo alla paura senza avere sempre il tempo di chiamarla paura. La normalità era questa: uscire di casa, andare a scuola, giocare a pallone, tornare per cena, sentire alla televisione che qualcuno era stato ucciso, sapere che un ragazzo del quartiere era finito male, incontrare una siringa sul marciapiede e il giorno dopo tornare a giocare nello stesso posto.

Non eravamo invincibili. Eravamo ragazzi. E proprio per questo eravamo vulnerabili.

Molti sono caduti. Alcuni non sono tornati. Altri hanno passato anni cercando una via d’uscita. Qualcuno è riuscito a salvarsi per caso, qualcuno grazie alla famiglia, qualcuno grazie a un amico, qualcuno semplicemente perché una mattina ha deciso di cambiare strada. E quelli che sono rimasti non hanno necessariamente vinto. Hanno resistito. È una parola diversa. Vincere significa arrivare primi. Resistere significa continuare a esserci quando sarebbe stato più facile sparire.

Borgo Cina mi ha insegnato questo. Che la vita non ti promette niente. Che puoi crescere in mezzo alla paura e non diventare paura. Che puoi vedere la morte abbastanza da vicino da imparare ad amare la vita senza bisogno di proclami. E forse è per questo che quando penso a quegli anni non penso soltanto alle siringhe sui marciapiedi, alle sirene, alla droga, alla fabbrica, agli anni di piombo. Penso soprattutto a quelli che la mattina dopo si alzavano. A chi prendeva l’autobus per andare a lavorare. A chi preparava la colazione ai figli. A chi apriva il negozio. A chi spazzava il cortile. A chi tornava a casa dopo il turno di notte. A noi, ragazzi di allora, che uscivamo di casa senza sapere esattamente che mondo avremmo trovato fuori. E tornavamo. Quasi sempre tornavamo.

Forse la nostra vittoria è tutta lì. Non nell’essere sopravvissuti indenni. Ma nell’essere sopravvissuti senza perdere la voglia di vivere.


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