Questa serie su Prime Video mescola Agatha Christie e Philip K. Dick (ed è un gioiello da scoprire)
Ci sono opere che scivolano via nel flusso incessante delle uscite streaming, sommerse dall’algoritmo e dalla frenesia del catalogo infinito. A Murder at the End of the World è stata una di queste quando ha debuttato su Prime Video tra novembre e dicembre 2023. Sette episodi, una manciata di settimane in programmazione, e poi il silenzio. Eppure, chi ha avuto la fortuna di imbattersi in questa miniserie sa bene che, una volta iniziata, è impossibile scappare. Creata dalla coppia creativa Brit Marling e Zal Batmanglij, già autori dell’acclamata e prematuramente cancellata The OA su Netflix, questa serie rappresenta un esperimento narrativo audace: un mystery tradizionale mascherato da fantascienza distopica, o forse il contrario. Al centro della storia c’è Darby Hart, interpretata da Emma Corrin fresca del successo di The Crown, una detective dilettante che si ritrova invitata in una location remota nell’Artico. Quello che dovrebbe essere un raduno esclusivo di menti brillanti si trasforma rapidamente in teatro di omicidi inquietanti.
L’eco di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie risuona forte: persone isolate, nessuna via di fuga, un assassino tra loro. Ma è proprio nel modo in cui Marling e Batmanglij rielaborano questo schema classico che A Murder at the End of the World trova la sua identità distintiva. Perché questa non è solo una storia di delitti da risolvere con deduzione e intuito. È anche un’immersione in un futuro prossimo venturo, dove l’intelligenza artificiale non è uno sfondo tecnologico ma un elemento narrativo centrale, un’arma a doppio taglio nelle mani sbagliate. Ed è qui che entra in gioco l’influenza, non dichiarata ma palpabile, di Philip K. Dick. La serie condivide una notevole somiglianza con A Maze of Death, romanzo del 1968 dello scrittore visionario. Entrambe le opere mettono in scena individui disparati ma ingegnosi, riuniti in un luogo desolato dove la tecnologia avanzata diventa tanto salvezza quanto condanna.
L’ambientazione ghiacciata della serie potrebbe essere tranquillamente il set di un incubo dickiano, dove i confini tra realtà e simulazione, tra controllo umano e dominio delle macchine, si fanno labili e inquietanti. Non è fantascienza urlata, quella di A Murder at the End of the World. Non ci sono astronavi o mondi alieni. È piuttosto una distopia subdola, che si annida nelle pieghe del presente. Un miliardario tech che costruisce un rifugio artico per radunare le migliori menti del pianeta suona terribilmente plausibile, quasi cronaca più che finzione. E in questo contesto ipertecnologico, Darby Hart deve fare i conti non solo con un assassino invisibile, ma con sistemi di sorveglianza onnipresenti, intelligenze artificiali che conoscono segreti inconfessabili, e una rete di bugie che si intreccia con codici e algoritmi.
Per i fan di The OA, A Murder at the End of the World rappresenta qualcosa di più di una semplice nuova serie. Quando Netflix cancellò The OA dopo appena due stagioni, lasciando incompiuta una saga pensata per cinque capitoli, molti devoti della serie rimasero con un senso di vuoto incolmabile. Nel 2023, quando Hulu annunciò questa miniserie, i rumors si moltiplicarono: sarebbe stata in realtà la terza stagione di The OA sotto mentite spoglie. Marling e Batmanglij hanno smentito ufficialmente, ma le affinità tematiche e stilistiche sono innegabili. Entrambe le serie esplorano dimensioni multiple della realtà, giocano con le convenzioni di genere, sfidano lo spettatore a leggere tra le righe. La struttura in sette episodi si rivela una scelta vincente. Abbastanza compatta da mantenere ritmo e tensione senza diluirsi, abbastanza articolata da permettere sviluppi complessi e colpi di scena stratificati.
Ogni episodio aggiunge un tassello al puzzle, rivelando nuove informazioni sul passato di Darby, sui misteri che avvolgono gli altri ospiti, e sulla natura dell’intelligenza artificiale che permea ogni angolo di quel rifugio artico. Visivamente, la serie sfrutta al massimo l’ambientazione glaciale. Il bianco accecante della neve, il blu profondo del cielo polare, il contrasto con gli interni ultramoderni e minimali creano un’estetica straniante, quasi ipnotica. Il freddo non è solo una caratteristica atmosferica, ma una presenza costante che isola, minaccia, preserva. In quel paesaggio estremo, la tecnologia più avanzata diventa l’unica ancora di salvezza e, contemporaneamente, la trappola più sofisticata. Dal punto di vista della scrittura, Marling e Batmanglij dimostrano ancora una volta la loro capacità di intrecciare generi apparentemente incompatibili. Il mystery classico fornisce l’ossatura narrativa, con indizi disseminati, sospetti che si spostano, rivelazioni calcolate.
La fantascienza distopica offre il contesto e i temi: il rapporto tra uomo e macchina, i rischi dell’accentramento tecnologico, le domande etiche sull’intelligenza artificiale. Il risultato è un ibrido che funziona proprio perché non tradisce nessuna delle sue anime. Perché A Murder at the End of the World non ha trovato il pubblico che meritava al momento dell’uscita resta un mistero forse più difficile da risolvere di quelli narrati nella serie stessa. Forse il timing non era giusto, forse semplicemente si è persa nel rumore di fondo di un panorama streaming sovraffollato. Ma come spesso accade con le opere più interessanti, il passaparola e il tempo possono fare miracoli. Per chi ama i gialli cerebrali dove ogni dettaglio conta, A Murder at the End of the World offre un’esperienza gratificante. Per chi apprezza la fantascienza che interroga il presente attraverso lo specchio del futuro prossimo, la serie propone riflessioni pertinenti e inquietanti.
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