Lazio

Terra che trema

Il 31 luglio 2026, poco prima delle 20, la terra ha tremato ai Campi Flegrei con una scossa di magnitudo 4,7: la più forte registrata nell’area in oltre quarant’anni.

Nelle ore successive sono state contate circa 170 scosse, 26 persone sono rimaste ferite, centinaia di famiglie sono state evacuate da Pozzuoli e dai quartieri napoletani della zona flegrea.

Due giorni dopo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha comunicato che lo sciame sismico si era concluso, ma non la paura, né la domanda che da anni accompagna chi vive in quest’angolo di Campania: quanto siamo vicini, davvero, a un problema più grande? E soprattutto: cosa rischiano Roma e il Lazio, che dai Campi Flegrei distano appena 180 chilometri in linea d’aria, meno di due ore d’auto?

Per rispondere occorre distinguere con cura tre cose che nel dibattito pubblico si mescolano spesso: la sismicità “ordinaria” italiana, generata dal movimento delle faglie che attraversano la dorsale appenninica, il fenomeno specifico del bradisismo flegreo (legato ai movimenti di magma e fluidi all’interno di una caldera) e l’eventualità, remota ma non nulla, di un’eruzione vulcanica. Sono rischi diversi, con meccanismi e probabilità diverse, e nessuno dei tre riguarda Roma nello stesso modo.

Un paese che vive sopra le faglie

L’Italia è uno dei paesi sismicamente più attivi d’Europa perché si trova esattamente dove la placca africana spinge contro quella eurasiatica, generando una catena di faglie che corre lungo tutta la dorsale appenninica, dal Friuli alla Calabria. È la stessa dinamica che nel Novecento ha prodotto il terremoto di Messina del 1908 (oltre 80.000 morti, il più letale della storia italiana), quello dell’Irpinia nel 1980 e, più di recente, la sequenza dell’Aquila nel 2009 e quella di Amatrice, Accumoli e Norcia nel 2016, che da sola causò 299 vittime e interessò un’area vastissima del Centro Italia.

È un dato strutturale, non un’emergenza passeggera: gran parte del territorio nazionale, soprattutto lungo l’Appennino, è classificata in zona sismica 1 o 2, cioè ad alta o media pericolosità secondo la classificazione della Protezione Civile. Roma stessa non ne è esclusa del tutto, come vedremo, ma il cuore pulsante del rischio sismico italiano resta la dorsale appenninica, non l’area flegrea.

Cosa sta succedendo davvero ai Campi Flegrei

I Campi Flegrei non sono un vulcano nel senso classico, ma una caldera: una vasta depressione formatasi dopo eruzioni antiche, oggi punteggiata di crateri, fumarole e specchi d’acqua, in gran parte urbanizzata. Da tempo il fenomeno più visibile e più temuto è il bradisismo, il lento innalzamento e abbassamento del suolo legato ai movimenti di magma e fluidi in profondità, che quando accelera genera terremoti superficiali come quello di fine luglio.

Secondo l’Osservatorio Vesuviano dell’INGV, la crisi bradisismica in corso è iniziata nel 2005 ed è ora in una fase di accelerazione, ma i parametri chiave che i vulcanologi tengono sotto controllo (la profondità del magma stabile a 7,8 km, il flusso di anidride carbonica e il ritmo di risalita del suolo) non hanno mostrato variazioni significative nemmeno dopo la scossa record del 31 luglio.

In altre parole, l’evento sismico più forte da quarant’anni non ha cambiato la fotografia scientifica della situazione: il livello di allerta resta giallo, la cosiddetta “fase di attenzione” in vigore dall’ottobre 2025, un gradino sotto il preallarme e due sotto l’allarme, che sono gli unici livelli a comportare misure di evacuazione.

Vale la pena ricordarlo perché è la fonte di molti equivoci: un bradisismo intenso, con tante scosse, non equivale a un’eruzione imminente. Gli stessi documenti della Protezione Civile spiegano che periodi di agitazione anche lunghi sono spesso non eruttivi: la crisi degli anni 1970-1984, che pure svuotò intere zone di Pozzuoli, non sfociò in un’eruzione.

E quando gli scienziati provano a stimare cosa potrebbe accadere in futuro, lo scenario giudicato più probabile è comunque un’eruzione di bassa energia, simile a quella che nel 1538 formò Monte Nuovo: un evento localizzato, non certo paragonabile alle grandi eruzioni pliniane, che restano “considerate poco probabili anche se non con probabilità nulla”.

Il piano di rischio: dove finisce la zona pericolosa

La pianificazione nazionale di emergenza divide l’area flegrea in due fasce. La zona rossa comprende Pozzuoli, Bacoli, Monte di Procida, Quarto e diversi quartieri di Napoli come Bagnoli, Fuorigrotta e Pianura: circa 500.000 persone che, in caso di allarme, andrebbero evacuate preventivamente perché è l’unica area dove potrebbero arrivare flussi piroclastici.

La zona gialla, che comprende altri comuni della prima cintura napoletana e oltre 800.000 abitanti, è invece esposta soprattutto alla ricaduta di cenere vulcanica.

Roma e il Lazio non compaiono in nessuna di queste due fasce. Nella documentazione ufficiale della Protezione Civile e dell’INGV consultata per questo articolo non si trova alcuno scenario che preveda ricadute di cenere o effetti diretti sulla capitale legati all’attività flegrea attuale: la pianificazione si concentra, giustamente, sull’area napoletana.

Anche la stessa città di Napoli, va detto, è considerata “verosimilmente coinvolta” solo in quanto sottovento rispetto ai venti dominanti, un fattore che dipende dalla direzione del vento il giorno di un’eventuale eruzione, non da una minaccia strutturale come per la zona gialla.

Il vero termine di paragone: le grandi eruzioni del passato

Per capire perché gli scienziati non escludono mai del tutto scenari estremi occorre guardare indietro nel tempo. Circa 39.000 anni fa i Campi Flegrei produssero l’eruzione dell’Ignimbrite Campana, una delle più violente del Mediterraneo: circa 150 chilometri cubi di magma eiettati, due terzi della Campania sepolti sotto decine di metri di materiale vulcanico, e una nube di cenere che, secondo l’Osservatorio Vesuviano, si estese dal Tirreno al Mediterraneo orientale fino alla Russia, contribuendo a un calo delle temperature di 3-4 gradi nell’emisfero settentrionale.

È l’unico scenario in cui un’area vastissima, potenzialmente inclusiva del Lazio, sarebbe stata interessata da conseguenze dirette ma si tratta di un evento di scala geologica, verificatosi decine di migliaia di anni fa, che gli stessi vulcanologi non pongono tra gli scenari operativi di pianificazione emergenziale.

Confondere quella scala temporale con l’attualità del bradisismo del 2026 sarebbe un errore di prospettiva, lo stesso che gli esperti segnalano quando qualcuno paragona i Campi Flegrei di oggi a Pompei: la sorveglianza scientifica e i piani di evacuazione moderni non esistevano nel 79 d.C., e oggi un’eruzione, a differenza di un terremoto, è generalmente preceduta da segnali che la rendono (in teoria) prevedibile con un margine di anticipo seppur minimo.

Cosa rischia davvero Roma

Se il rischio vulcanico flegreo non riguarda la capitale, quello sismico “ordinario” la riguarda in parte ma in misura contenuta. Il territorio del Comune di Roma è diviso in tre zone sismiche: i municipi centro-occidentali (IV, V, VI, VII, VIII, IX) sono in zona 2B, a pericolosità media; gran parte del resto della città rientra in zona 3A o 3B, a pericolosità bassa.

Sono classificazioni che derivano dalla storia sismica osservata più che da un’esposizione diretta a una faglia attiva sotto la città: Roma non è mai stata epicentro di un grande terremoto distruttivo in epoca moderna.

Il rischio più concreto per la capitale, semmai, arriva da fuori: dalle faglie dell’Appennino centrale, la stessa dorsale che ha generato Amatrice e L’Aquila. Amatrice e Accumoli, teatro della tragedia del 2016, si trovano amministrativamente in provincia di Rieti, quindi nel Lazio, in una delle zone a classificazione sismica più alta della regione (zona 1); ed è la stessa area, il Reatino e il confine con l’Abruzzo, dove nel 2009 il terremoto dell’Aquila venne avvertito distintamente anche a Roma, senza causare danni strutturali nella capitale ma ricordando quanto le grandi sequenze appenniniche si propaghino su distanze ampie.

Per la capitale, insomma, il rischio sismico esiste ma è di grado moderato e di origine appenninica, non flegrea: un dato che le norme costruttive già tengono in conto da anni, e che rende Roma tutt’altro che indifesa, ma nemmeno equiparabile alle aree a più alta pericolosità del Centro Italia.

La differenza che conta

Il filo che lega questi fenomeni non è la vicinanza geografica, ma la necessità di non appiattire rischi molto diversi tra loro sotto un’unica etichetta di allarme. I Campi Flegrei restano un caso di studio unico al mondo per la qualità del monitoraggio scientifico: l’INGV segue in tempo reale sollevamento del suolo, geochimica dei gas e sismicità e proprio questo monitoraggio, oggi, dice che il livello di allerta è giallo, non oltre.

Il rischio sismico “vero” per il Lazio non nasce a Pozzuoli, ma nell’Appennino reatino, un’area con cui la regione condivide storia sismica, normative edilizie stringenti e, negli ultimi decenni, anche il dolore di ricostruzioni ancora incompiute.

Per chi vive a Roma, la conclusione utile non è l’allarme ma l’informazione: conoscere la zona sismica del proprio quartiere, sapere che l’eventuale rischio vulcanico flegreo riguarda oggi Napoli e non la capitale, e ricordare che la vera prevenzione (a Roma come ad Amatrice) passa dalla cura degli edifici esistenti più che dall’attesa di un evento che, al momento, gli scienziati continuano a giudicare non imminente.

 

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