Cultura

David Tennant e Kit Harington in questa serie Netflix dimenticata (perfetta per i fan di Mindhunter)

Quando Netflix ha cancellato Mindhunter dopo appena due stagioni, milioni di spettatori in tutto il mondo hanno provato quella sensazione straniante di vuoto narrativo. La serie di David Fincher, con la sua esplorazione meticolosa della psicologia criminale e i suoi dialoghi serrati tra agenti FBI e serial killer, aveva alzato l’asticella del thriller psicologico fino a sfiorare la perfezione. Jonathan Groff e Holt McCallany erano diventati volti familiari, guide attraverso gli abissi più oscuri della mente umana. E poi, nulla. Il sipario si è chiuso nel 2019, lasciando domande irrisolte e un pubblico affamato di contenuti simili. Eppure, proprio mentre i fan piangevano la fine prematura di Mindhunter, Netflix aveva già in catalogo la sua sostituta ideale. Una serie che condivide lo stesso DNA psicologico, la stessa tensione claustrofobica, lo stesso fascino morboso per i meccanismi mentali che portano al crimine. Si chiama Criminal UK, e nonostante un rispettabile 85% di gradimento su Rotten Tomatoes, è passata sostanzialmente sotto il radar della maggior parte degli spettatori italiani.

Un peccato mortale, considerando che potrebbe essere esattamente ciò che state cercando da anni. Criminal UK è nata nel settembre 2019, appena un mese dopo il rilascio della seconda stagione di Mindhunter. Creata da George Kay e Jim Field Smith, la serie britannica ribalta completamente la prospettiva narrativa rispetto al suo predecessore spirituale. Dove Mindhunter seguiva gli agenti dell’FBI attraverso città, prigioni e scene del crimine, Criminal UK fa una scelta radicale: confina l’intera narrazione tra le quattro mura di una sala interrogatori della Metropolitan Police di Londra e la stanza di osservazione adiacente. Questo non è un limite, ma una straordinaria opportunità creativa. Ogni episodio si concentra su un singolo interrogatorio, con un nuovo sospettato e un nuovo crimine. La squadra investigativa è guidata da un trio di personalità complementari: la Detective Chief Inspector Natalie Hobbs, interpretata con calibrata freddezza da Katherine Kelly; il Detective Inspector Tony Myerscough, a cui Lee Ingleby conferisce un’umanità conflittuale; e il Detective Constable Hugo Duffy, interpretato da Mark Stanley come l’elemento più giovane e impetuoso del gruppo.

La magia di Criminal UK sta nella sua essenzialità formale. Senza inseguimenti, senza sparatorie, senza le consuete dinamiche action del poliziesco televisivo, la serie si appoggia interamente sulla forza del dialogo e sulla chimica tra attori. È teatro filmato, nel senso più nobile del termine. Ogni episodio diventa un duello verbale, una partita a scacchi psicologica dove l’obiettivo non è solo ottenere una confessione, ma sondare le profondità morali e psicologiche di chi si trova dall’altra parte del tavolo. Il confronto con Mindhunter è inevitabile, ma anche illuminante. Entrambe le serie condividono un fascino ossessivo per la psicologia criminale, per i meccanismi di difesa, manipolazione e autoinganno che permettono alle persone di commettere atti orribili. Dove Mindhunter scavava nella psiche dei serial killer già condannati, cercando di costruire una scienza profiling ancora agli albori, Criminal UK si concentra sul momento cruciale dell’indagine: quando la verità è ancora incerta, quando l’innocenza e la colpevolezza sono ipotesi da verificare, quando ogni parola può ribaltare una vita.

C’è una differenza fondamentale di ritmo. Mindhunter costruiva lentamente i suoi profili psicologici attraverso stagioni intere, permettendo ai personaggi principali di crescere ed evolversi in parallelo alle loro indagini. Criminal UK adotta invece una struttura antologica: ogni episodio è autoconclusivo, con un nuovo caso e nuovi personaggi. Questo formato consente alla serie di mantenere una tensione costante, senza cedimenti narrativi o riempitivi. Ogni minuto conta, ogni battuta è calibrata per spostare gli equilibri di potere all’interno della stanza. La regia gioca un ruolo cruciale. Le telecamere si muovono con discrezione chirurgica, alternando primissimi piani che catturano ogni micro-espressione a inquadrature più ampie che rivelano la dinamica spaziale tra interrogatori e interrogati. Le luci sono fredde, fluorescenti, spietate. Non c’è posto dove nascondersi in quella stanza, né fisicamente né psicologicamente. Lo spettatore diventa complice degli investigatori, osservando dalla stanza adiacente, cercando di leggere ogni esitazione, ogni sguardo sfuggente, ogni incongruenza nel racconto.

Ma Criminal UK non è solo un esercizio di stile. La serie esplora con intelligenza anche le dinamiche interne al team investigativo. Le tensioni personali, i conflitti di metodo, le ambizioni di carriera e i drammi privati emergono negli spazi tra gli interrogatori. Natalie Hobbs, in particolare, è un personaggio di rara complessità: donna di comando in un ambiente tradizionalmente maschile, deve costantemente bilanciare autorevolezza e vulnerabilità, strategia e empatia. La seconda stagione introduce problematiche ancora più sfumate, mettendo in discussione il concetto stesso di verità processuale. Un elemento distintivo di Criminal UK è la sua appartenenza a un progetto più ampio. La serie britannica è parte di un’antologia internazionale che comprende Criminal France, Criminal Germany e Criminal Spain. Tutte e quattro le serie condividono lo stesso format: interrogatori claustrofobici, episodi autoconclusivi, focus sulla psicologia. Ognuna, però, riflette le peculiarità culturali e legali del proprio paese.

Per chi ha amato Mindhunter, Criminal UK rappresenta non tanto una sostituzione quanto un complemento perfetto. Dove Mindhunter (ingiustamente cancellata) esplorava il lato teorico e retrospettivo della criminologia, costruendo profili da applicare a casi futuri, Criminal UK ci mette nel vivo dell’azione investigativa, nel momento in cui la verità viene negoziata, costruita, a volte inventata. Entrambe le serie condividono un rispetto profondo per l’intelligenza dello spettatore, rifiutando spiegazioni facili e risoluzioni moralmente confortanti. La scelta di confinare l’azione in un unico ambiente potrebbe sembrare limitante, ma in realtà libera la narrazione da ogni distrazione visiva. Non c’è spettacolarizzazione della violenza, nessuna ricostruzione grafica dei crimini. Tutto accade nel linguaggio, negli sguardi, nelle posture. È una masterclass di recitazione e scrittura, un promemoria di quanto possa essere potente il teatro dell’interrogatorio quando eseguito con precisione chirurgica.


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