Cultura

Questo film di Lars von Trier su Prime Video stravolge il musical, amplifica il dolore e fa commuovere

Dimenticatevi le coreografie scintillanti di Footloose o i finali ottimisti di qualsiasi musical di Andrew Lloyd Webber. Dancer in the Dark di Lars von Trier non è quel tipo di film. Premiato con la Palma d’Oro a Cannes, questo lavoro del 2000 disponibile su Prime Video è un oggetto cinematografico unico, capace di utilizzare il genere musical in modo radicalmente opposto alla sua natura tradizionale: non per celebrare la gioia, ma per amplificare il dolore della realtà. La protagonista è Selma, interpretata da una Björk sorprendentemente convincente nel suo esordio drammatico. Immigrata con occhiali spessi che lavora in una fabbrica, Selma affronta una cascata di disgrazie che il regista danese accumula con metodica precisione: sta perdendo la vista progressivamente, ha un figlio destinato alla stessa cecità, viene ingiustamente licenziata, arrestata, sfrattata. La lista delle sciagure sembra costruita appositamente per non lasciare spazio alla speranza, e in effetti lo è.

Qui sta il genio manipolatorio di von Trier. Il film funziona attraverso un dispositivo narrativo tanto originale quanto crudele: le sequenze musicali non sono momenti di evasione felice dalla trama, ma fughe immaginarie che Selma costruisce nella sua mente per sopravvivere psicologicamente. I rumori della fabbrica diventano ritmi, i movimenti ripetitivi si trasformano in passi di danza, e per qualche minuto lo spettatore galleggia in queste fantasie coreografate. Poi, inevitabilmente, la realtà riprende il sopravvento con uno schiaffo. Qualcuno richiama Selma all’ordine, la rimprovera per essersi distratta, le ricorda che non c’è tempo per sognare. Questo contrasto tra la gioia immaginata delle sequenze musicali e la brutalità della vita reale costituisce l’ossatura del film. Von Trier rovescia completamente la funzione del musical: non è più sinonimo di bellezza stereotipata e felicità condivisa, ma diventa lo strumento attraverso cui misurare quanto sia insopportabile la realtà di Selma.

Più le coreografie sono luminose e leggere nella sua immaginazione, più devastante è il ritorno al grigiore quotidiano. E qui emerge la questione che divide chi ha visto il film: siamo di fronte a un’opera d’arte o a un esercizio di virtuosismo tecnico? Von Trier ha costruito la trama più lacrimevole possibile non per necessità narrativa, ma per servire il suo concetto di contrasto. Ha seduto al tavolo con l’obiettivo preciso di far piangere lo spettatore, e ha architettato una storia funzionale a questo scopo. È abilità nella manipolazione emotiva, è la scienza di portare il pubblico dove vuoi, ma è anche arte? La performance di Björk merita un capitolo a parte. L’artista islandese non si limita a recitare: porta sullo schermo una fragilità autentica, una vulnerabilità che rende Selma incredibilmente umana nonostante l’accumulo quasi melodrammatico di disgrazie.

La colonna sonora, pubblicata separatamente con il titolo Selma’s Songs e realizzata dalla stessa Björk insieme a Eumir Deodato, è molto più di un semplice accompagnamento: rappresenta un album a pieno titolo nella discografia dell’artista, con brani che funzionano sia dentro che fuori dal contesto cinematografico. Von Trier non vede speranza per i suoi protagonisti. Per le minoranze, per gli emarginati come Selma, non esiste possibilità di ritagliarsi uno spazio nella società. Il regista non offre riscatto, non concede catarsi consolatoria. La sua visione è implacabile: l’unica via d’uscita è nell’immaginazione, e anche quella è temporanea, fragile, destinata a infrangersi contro il muro della realtà. Dancer in the Dark non invecchierà facilmente, perché segna un punto di svolta e rappresenta con maestria un sentimento ancestrale, universale ed eterno: l’amore materno portato fino all’estremo sacrificio.

Ma lo fa attraverso un meccanismo narrativo che non lascia scampo emotivo, costruito con la precisione di un orologiaio e la spietatezza di chi conosce esattamente quali corde tirare per far cedere le difese dello spettatore. Il film divide ancora oggi: c’è chi lo considera un capolavoro di innovazione formale e chi lo accusa di essere emotivamente manipolatorio senza un vero messaggio sottostante. Forse sono vere entrambe le cose. Forse von Trier ha dimostrato che si può essere tecnicamente perfetti nel costruire un’emozione senza necessariamente elevarsi al rango di artista visionario. O forse la distinzione stessa tra tecnica e arte, in questo caso, è artificiale quanto le coreografie che Selma immagina nella sua testa mentre la vita reale continua a schiacciarla. Una certezza rimane: prepara i fazzoletti, perché questo musical non ti farà ballare felice.


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