Piemonte

Torino come Belfast durante i Troubles? Il reportage inglese che racconta la città degli antagonisti

TORINOVanchiglia come Belfast ai tempi dei Troubles. È il paragone scelto da Tobias Jones, scrittore e giornalista britannico, per raccontare su UnHerd la Torino dell’antagonismo, di Askatasuna, dei No Tav e delle proteste per Gaza. Un racconto che ha fatto discutere anche in Italia e che mette al centro il rapporto tra movimenti radicali, forze dell’ordine e Governo Meloni.

«Negli ultimi mesi a Torino il quartiere Vanchiglia è cominciato a somigliare alla Belfast dell’epoca dei Troubles». È l’apertura decisamente forte del reportage pubblicato il 20 agosto da UnHerd, intitolato Meet the Leftist radicals taking on Meloni. Un lungo viaggio nella Torino della sinistra radicale che parte dalle strade di Vanchiglia e arriva alla storia operaia di Mirafiori, passando per Askatasuna, No Tav, manifestazioni per Gaza e anni di piombo.

Il paragone con Belfast è quello che ha attirato maggiormente l’attenzione. Jones descrive una Vanchiglia nella quale la presenza delle forze dell’ordine è diventata particolarmente visibile, con i mezzi antisommossa dei carabinieri e della polizia nelle strade. La sua lettura è quella di una città nella quale lo scontro tra istituzioni e movimenti antagonisti si sarebbe intensificato dopo lo sgombero di Askatasuna.

Askatasuna al centro del reportage

Una parte consistente dell’articolo è dedicata proprio ad Askatasuna, il centro sociale sgomberato il 18 dicembre 2025 dopo quasi trent’anni di occupazione. Jones lo presenta come uno dei principali luoghi di aggregazione dell’area antagonista torinese e racconta le attività sociali organizzate dagli attivisti, dagli incontri ai laboratori fino a quello che viene descritto come uno “sportello” per aiutare persone in difficoltà.

Nel reportage trovano spazio soprattutto le testimonianze degli stessi ambienti antagonisti. Viene raccontata, per esempio, l’attività di assistenza a chi non riesce a sostenere una spesa, a chi rischia uno sfratto o a chi ha bisogno di trovare una soluzione a un problema quotidiano. L’autore descrive inoltre le iniziative nel quartiere e la presenza di famiglie, bambini e anziani alle attività organizzate dagli attivisti.

Il racconto non ignora gli scontri. Jones descrive le tensioni del Primo Maggio e il confronto tra manifestanti e forze dell’ordine, parlando di scudi, manganelli, aste di bandiera, bottiglie e idranti. E ricorda anche le accuse rivolte agli antagonisti dopo l’irruzione nella redazione de La Stampa e l’aggressione a un poliziotto avvenuta a Torino nel gennaio scorso.

Tuttavia, la prospettiva scelta rimane prevalentemente quella dei movimenti. Ed è proprio questo uno degli aspetti che hanno alimentato le reazioni al reportage.

La Torino operaia

Il reportage mette inoltre in relazione la Torino di oggi con la lunga tradizione operaia della città. Jones torna infatti a Mirafiori, raccontando la stagione delle grandi lotte alla Fiat e intervistando Pietro Perotti, ex operaio dello stabilimento e protagonista delle mobilitazioni degli anni Sessanta e Settanta.

Secondo Jones, però, i nuovi radicali torinesi sarebbero ormai meno ispirati da Antonio Gramsci e più vicini alle idee dell’antropologo anarchico americano David Graeber, teorico di forme di organizzazione dal basso fondate su solidarietà, mutuo aiuto e occupazione degli spazi.

I No Tav e la «stretta repressiva»

L’altro grande capitolo del reportage riguarda il movimento No Tav. Jones racconta la protesta contro la nuova linea ferroviaria Torino-Lione come un movimento capace di andare oltre la tradizionale sinistra radicale, coinvolgendo anche amministratori locali, cattolici e cittadini comuni.

L’articolo sostiene inoltre che gli scontri tra No Tav e forze dell’ordine abbiano portato a «migliaia di arresti», una formulazione che meriterebbe però di essere contestualizzata e verificata con maggiore precisione, soprattutto perché mette sullo stesso piano vicende giudiziarie molto diverse tra loro.

Jones collega quindi le proteste No Tav alle manifestazioni per Gaza e alla crescente opposizione alle politiche del Governo guidato da Giorgia Meloni. La sua tesi è che Torino rappresenti oggi uno dei principali laboratori italiani del confronto tra istituzioni e sinistra radicale.

Il ruolo di Giorgia Meloni

Nel reportage la vicenda torinese viene inserita in un quadro nazionale. Jones sostiene che il Governo Meloni abbia «accelerato il ritmo» di quella che considera una stretta repressiva nei confronti delle proteste.

Il tema è particolarmente delicato perché il reportage tende a leggere sotto la stessa lente fenomeni differenti: l’occupazione di spazi, l’attivismo sociale, le manifestazioni politiche, il movimento No Tav e gli episodi di violenza durante le proteste.

UnHerd sottolinea comunque che la questione non riguarda soltanto Torino: lo sgombero di Askatasuna viene inserito nella più ampia politica di intervento sui centri sociali, citando anche il Leoncavallo di Milano e altri spazi autogestiti.

Alice Ravinale: «È solo uno show»

Tra le persone intervistate da Jones c’è anche Alice Ravinale, consigliera regionale di Alleanza Verdi e Sinistra. Ravinale osserva la presenza delle forze dell’ordine nel quartiere e definisce quella situazione «solo uno show», chiedendosi perché le autorità dovrebbero avere paura.

È una delle dichiarazioni che restituiscono meglio la chiave di lettura scelta dal reportage: da una parte le istituzioni e il dispositivo di sicurezza, dall’altra gli attivisti e una parte del quartiere che considera quelle misure sproporzionate.

Ma Torino è davvero la Belfast italiana?

È qui che il paragone scelto da UnHerd rischia di diventare più suggestivo che storico.

I Troubles nordirlandesi furono un conflitto durato decenni, caratterizzato da terrorismo, attentati, omicidi politici e settari, organizzazioni paramilitari, presenza dell’esercito britannico e migliaia di vittime. Utilizzare Belfast come immagine per descrivere una zona di Torino sottoposta a una forte presenza delle forze dell’ordine è quindi una scelta giornalisticamente efficace, ma anche molto forte.

La Vanchiglia raccontata da Jones è una zona attraversata da tensioni politiche e sociali reali. Ma resta pur sempre un quartiere torinese nel quale continuano a vivere, lavorare, andare a scuola e uscire migliaia di persone.

Il rischio, dunque, è che la metafora finisca per trasformarsi nella chiave interpretativa dell’intera città.

Una Torino raccontata attraverso il conflitto

Il reportage di UnHerd ha comunque un merito: mostra come Torino sia tornata ad attirare l’attenzione internazionale anche per la sua storia politica e per la particolare presenza dell’antagonismo.

La città viene raccontata come un luogo nel quale la tradizione operaia di Mirafiori, la memoria della Resistenza, gli anni di piombo, il movimento No Tav e la galassia dei centri sociali continuano a dialogare, talvolta pacificamente e talvolta in maniera conflittuale.

È una fotografia parziale, inevitabilmente. E proprio per questo il paragone con Belfast va letto con cautela.

Torino non è Belfast. Ma il fatto che un giornale britannico abbia scelto proprio Belfast per raccontare Vanchiglia dice qualcosa sulla percezione internazionale delle tensioni che negli ultimi mesi hanno attraversato la città. Il vero tema, più che stabilire se il paragone sia corretto, è capire quanto lo scontro tra antagonismo e istituzioni sia destinato a diventare uno degli elementi caratterizzanti della Torino del 2026.

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