Friuli Venezia Giulia

Trentatré anni: i lavoratori con la carriera più corta d’Europa (dopo quella romena)

23.08.2026 – 10.37 – C’è un paradosso tutto italiano che i numeri raccontano meglio di mille slogan: nel nostro paese viviamo a lungo, ma lavoriamo poco. Secondo un’elaborazione della CNA recentemente pubblicata (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della piccola e media impresa), nel 2025 la “vita lavorativa attesa” di chi vive in Italia si ferma a 33 anni, il secondo valore più basso di tutta l’Unione europea, davanti solo alla Romania, e ben quattro anni e mezzo sotto la media comunitaria di 37,5 anni. Non si tratta dell’età pensionabile, né degli anni effettivamente lavorati da chi ha un impiego continuativo: l’indicatore, elaborato su base Eurostat, stima quanti anni un quindicenne di oggi può aspettarsi di trascorrere nel mercato del lavoro, che sia da occupato o da disoccupato in cerca di impiego, sulla base delle condizioni demografiche e occupazionali attuali. È una fotografia di una situazione, non una sentenza, e da sola non propone possibili strategie o soluzioni, ma il quadro che restituisce è netto. Il confronto fra l’Italia e le grandi economie europee è impietoso: in Germania la vita lavorativa attesa arriva a 40,2 anni, in Francia a 37,5, in Spagna a 36,8. Nei Paesi Bassi, addirittura, si toccano i 44 anni: undici in più rispetto all’Italia, quasi una seconda carriera di differenza. E il progresso italiano procede a rilento: rispetto al 2024, quando l’indicatore era fermo a 32,8 anni, il miglioramento è stato di appena due mesi, contro i tre guadagnati in media dall’Unione europea. Guardando al decennio, la distanza non si è ridotta: nel 2015 l’Italia era a 30,7 anni contro una media UE di 34,9. Dieci anni dopo il nostro paese ha recuperato 2,3 anni, l’Europa 2,6: il divario quindi, invece di chiudersi, si è leggermente allargato e siamo andati da 4,2 a 4,5 anni.

Il dato più duro riguarda le donne. In Italia la vita lavorativa attesa femminile è di soli 28,4 anni, contro i 35,4 della media europea: uno scarto di sette anni. Il divario tra uomini e donne nel nostro Paese raggiunge gli 8,9 anni, il più alto in assoluto nell’Unione: è un risultato coerente con un tasso di occupazione femminile fermo al 58 per cento, quasi tredici punti sotto la media Ue, e con il gap di genere, nel mondo del lavoro, più ampio tra tutti gli Stati membri. Dietro ai numeri, spiega la CNA, ci sono cause strutturali ben note a chi osserva il mercato del lavoro italiano: l’ingresso tardivo dei giovani nell’occupazione, complice anche (e forse soprattutto?) una transizione scuola-lavoro tra le più lunghe d’Europa, sia questo per volontà (dei giovani, delle famiglie) o meno. Le carriere discontinue, fatte di contratti a termine e interruzioni (dove la colpa, semplicistico sarebbe dire nel contesto attuale il contrario, non è sempre dell’azienda), e appunto la bassa partecipazione femminile, penalizzata da un welfare per la conciliazione vita-lavoro ancora insufficiente e da un carico di cura familiare che ricade in modo sproporzionato, per tradizione, sulle donne. A rendere il quadro ancora più paradossale è un altro dato, che la stessa CNA conosce bene e ricava dall’osservatorio privilegiato delle piccole imprese associate: mentre milioni di persone restano ai margini del mercato del lavoro, le aziende non riescono a trovare chi cercano. Secondo il report CNEL-Unioncamere, su questa mancanza d’incontro tra domanda e offerta, nel primo semestre 2026 le imprese hanno programmato quasi 2,9 milioni di assunzioni, ma in oltre il 44 per cento dei casi prevedono difficoltà a reperire i profili necessari; per le imprese artigiane, secondo Confartigianato, la quota sale addirittura al 59,7 per cento. Idraulici, elettricisti, tecnici di cantiere, operai specializzati nella meccanica e nel legno restano tra i mestieri più introvabili, complici il bassissimo ricambio generazionale e la scarsa attrattività della formazione tecnico-professionale agli occhi dei giovani. A questo si aggiunge il fronte digitale: sempre Confartigianato stima che, su oltre 620mila richieste di competenze digitali avanzate nel 2025, più della metà sia rimasta scoperta. È il rovescio della medaglia della vita lavorativa corta: non basta restare più a lungo nel mercato del lavoro, se le competenze offerte da chi vi entra non incontrano quelle richieste da chi assume. Un doppio nodo, pochi anni di lavoro e pochi lavoratori qualificati, che rischia di pesare sulla stessa capacità del sistema produttivo di reggere la transizione demografica in corso. Il risultato è un sistema in cui la longevità italiana, tra le più alte in Europa, dato che iniziamo molto tardi non si traduce in una vita lavorativa altrettanto lunga, con conseguenze dirette sulla sostenibilità previdenziale e sulla produttività complessiva del paese. Un tema che, con una popolazione che invecchia e una base contributiva che si assottiglia, difficilmente potrà restare a lungo ai margini del dibattito pubblico.

[r.s.]




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