Migranti, ecco perchè il nuovo Patto Ue riscrive le regole per i «dublinanti»
Il problema di cosa fare dei cosiddetti dublinanti – ovvero i migranti arrivati in un determinato Paese europeo, definito di primo approdo, ma poi in qualche modo fuggiti in un altro – non è nuovo e anzi si trascina da quando fu approvata la convenzione di Dublino (prima firma nel lontano 1990, entrata in vigore nel 1997, primo check-up nel 2003, secondo check-up nel 2013).
Le tensioni degli ultimi giorni nascono però dall’attuazione del nuovo Patto sulla migrazione, scattato lo scorso 12 giugno. La riforma nasce appositamente per dare finalmente una risposta europea al tema della migrazione, superando gli scontri tra i Paesi di primo approdo e quelli maggiormente colpiti dai movimenti secondari.
Le novità introdotte dal Patto siglato a giugno
Il Patto non ha cancellato il principio di base di Dublino ma lo ha sostituito (e irrigidito) attraverso il nuovo Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione (AMMR). Il Paese di primo approdo (come l’Italia) rimane il responsabile principale della gestione e dell’esame della domanda di asilo. Rispetto al passato, però, la responsabilità viene estesa a 20 mesi dalla prima registrazione (prima erano 12) e le capitali non posso più rifiutare una richiesta di trasferimento legittima: in caso di problemi logistici, devono obbligatoriamente proporre una data alternativa immediata. Il sistema di tracciamento e identificazione (Eurodac) è stato inoltre radicalmente potenziato, il che rende quasi impossibile che i migranti spariscano tra le pieghe della burocrazia. Le misure più stringenti sulla responsabilità – che appunto include anche l’obbligo di riprendere i dublinanti – vengono accompagnate da quelle sulla solidarietà: per la prima volta si fissa il principio inderogabile di sostenere i Paesi di primo approdo, o con ricollocamenti fisici o con denaro (20mila euro a migrante) e aiuti vari. *
I nodi sul tavolo
L’Italia negli ultimi anni ha rifiutato i trasferimenti dei dublinanti, sostenendo che le regole fossero troppo a sfavore dei Paesi di primo ingresso. Col nuovo Patto sulla migrazione si vuole ripartire da zero. In generale esiste una sorta di intesa tra gentiluominì sul fatto che sino al 12 giugno restano in vigore le vecchie regole. Dunque Roma non accetta trasferimenti antecedenti a quella data. Il problema è che non ci sono accordi scritti e quindi possono emergere, di tanto in tanto, malintesi. Non solo. Italia e Germania hanno sottoscritto un accordo bilaterale per gestire la transizione, viste le loro posizioni peculiari (la Germania è prima in Europa per numero di dublinantì mentre l’Italia è in testa alla classifica di richieste di trasferimenti). In pratica, secondo il principio di compensazione si scala dalla quota di solidarietà dovuta da Berlino un numero equivalente di trasferimenti. Dunque si spostano numeri ma non le persone. Ed è un principio visto di buon occhio dalla Commissione.
I prossimi step
La Commissione ha pubblicato a luglio il primo rapporto sulla messa a terra del Patto (in cui sostanzialmente ha preso tempo, sostenendo che è ancora presto per dare giudizi netti). A ottobre ci sarà il secondo. Sempre ad ottobre (il 1°) è previsto invece il consiglio Affari Interni, che si occupa d’immigrazione: un’ottima occasione per fare il punto al livello politico prima del summit dei leader della metà del mese. Di certo c’è che se l’Italia continuerà a rifiutare i trasferimenti dei migranti – soprattutto post 12 giugno 2026 – rischierà l’apertura di una procedura d’infrazione per violazione dei Trattati europei da parte della Commissione, che si troverà anch’essa sotto immensa pressione.
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