La guerra non può avere il nome di Dio

“Se il nome di Dio è pace, allora non può essere utilizzato per legittimare la guerra”. Con queste parole Damiano Bettoni, presidente della Fondazione Giovanni Paolo II, è intervenuto agli Stati Generali della Cultura della Pace al monastero di Camaldoli, organizzati dalla vicepresidente della regione Toscana Mia Diop, a cui ha consegnato una copia del Bilancio sociale 2025.
Partendo dal documento del Gruppo Teologico del SAE, Bettoni ha richiamato la responsabilità delle istituzioni, delle comunità religiose e di ciascuna persona nel rifiutare ogni strumentalizzazione della fede a sostegno della violenza. La pace, ha sottolineato, non è solo una questione di grandi scenari internazionali: riguarda il modo in cui ciascuno vive le proprie relazioni quotidiane.
“La pace non è semplicemente l’assenza della guerra: è un modo di costruire le relazioni. È ascolto anche di chi ha idee diverse dalle nostre. È capacità di riconoscere l’altro. È accoglienza. È giustizia. È possibilità per ogni persona di vivere con dignità”.
La “logica da ultras” e il rischio del confronto-scontro
Bettoni ha messo in guardia da quella che ha definito la “logica da ultras”: una tendenza crescente a vivere il confronto pubblico come uno scontro tra tifoserie contrapposte, in cui l’obiettivo diventa attaccare l’avversario a scapito del dialogo e della ricerca di punti di incontro. Un atteggiamento che, secondo il presidente della Fondazione, si oppone a qualsiasi cultura della pace.
“Se nella nostra vita, nelle nostre azioni e nel nostro modo di relazionarci riusciremo a evitare questa logica da tifosi, potremo davvero diventare, nel nostro piccolo, autentici operatori di pace”.
La Fondazione tra Toscana e mondo
La riflessione si intreccia con il lavoro concreto portato avanti dalla Fondazione Giovanni Paolo II, nata a Betlemme e oggi attiva tra Medio Oriente, Africa e Italia, con progetti di cooperazione, accoglienza, sostegno sanitario, formazione e inclusione sociale.
“La pace si costruisce quando una persona trova accoglienza. Quando un giovane può studiare. Quando una famiglia può tornare a vivere del proprio lavoro. Quando una comunità rurale riesce a sviluppare un’attività agricola. Quando una persona malata può ricevere cure. Quando chi arriva in un Paese diverso dal proprio trova qualcuno disposto ad ascoltarlo e ad accompagnarlo”.
Una parte significativa di questo impegno si sviluppa in Toscana, tra Firenze e Arezzo, dove la Fondazione ha consolidato negli ultimi dieci anni un modello di accoglienza e inclusione. Entro la fine del 2026 è prevista l’adozione di un protocollo definitivo, elaborato sulla base dell’esperienza maturata sul campo.
I numeri dell’accoglienza nel 2025
Nel corso del 2025 sono state accolte 123 persone appartenenti a nuclei familiari di richiedenti asilo. Ai centri già attivi a Montevarchi e Fiesole si è aggiunto, nella seconda parte dell’anno, un nuovo progetto a Reggello, che ha permesso di accogliere 14 persone provenienti dalla Striscia di Gaza, arrivate in Italia per motivi sanitari. Altre famiglie saranno accolte a breve.
Gli sportelli di orientamento socio-lavorativo hanno registrato circa 140 accessi. Ai percorsi di integrazione si sono affiancati progetti di co-housing, attività di socializzazione e iniziative educative che hanno coinvolto oltre 860 giovani, insieme a educatori, operatori e sacerdoti del territorio.
“La pace – ha concluso Bettoni – si costruisce nei luoghi in cui si vive, nelle relazioni che si scelgono di coltivare e nelle opportunità che si riescono a creare per chi è più fragile. Va costruita. Insieme”.
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